ICONE E RELIGIONE > Colin Thubron, In Siberia. Vecchi Credenti, 1999 (1)

 

L’inglese Colin Thubron (1939) è un rinomato “scrittore di viaggio”, giornalista, regista per la televisione in Turchia, Giappone e Marocco, e dal 2010 presidente della Royal Society of Literature di Londra.. Dell’Oriente ha visitato pressoché tutti i Paesi da solo, spesso a piedi o con mezzi di fortuna, per incontrare la gente, capirne la natura e la storia.
Il brano qui proposto narra uno dei momenti vissuti dallo scrittore attraversando la Siberia alla ricerca delle radici russe o almeno di quanto è sopravvissuto dopo gli anni del comunismo.

 

Dopo la metà del XVII secolo, quando lo scisma divise la chiesa Russa, gruppi di dissidenti religiosi si stabilirono a varie ondate in Siberia. La campagna del patriarca moscovita per mondare e riformare le pratiche spirituali fece emergere nella Russia occidentale una massa di conservatori per i quali le antiche pratiche erano inviolabili. Si erano sempre fatti il segno delle croce con due dita tese e non con tre, come pretendeva la tradizione greca; avevano onorato la trinità con un doppio, e non triplo alleluia; avevano posto sette pani sul tavolo eucaristico e non uno solo; avevano rifiutato di rasarsi la testa e avevano tenuto fede a una serie di altre piccole forme liturgiche, sconosciute alla chiesa ortodossa greca, ma che erano diventate in un certo modo preziose.
Sembrano questioni futili, per cui non varrebbe la pena di morire. Eppure, fino al XVIII secolo inoltrato, i Vecchi Credenti furono perseguitati come eretici, mutilati o bruciati sul rogo. Alcuni si tagliarono il dito indice per evitare di segnarsi con tre dita; altri mandarono i figli in paradiso uccidendoli, e centinaia di famiglie si immolarono tra le fiamme delle loro case o nelle chiese.
Si sentivano prossimi all'Apocalisse. Era un tempo di presagi messianici e di profezie. La resa dei conti con la provvidenza era imminente. Il segno della croce fatto con due dita era entrato nella psiche come una garanzia di salvezza. Era come una parte del corpo, una magia salvifica. La riforma invece spianava la strada all'Anticristo. Nell'opinione comune era legata alla contaminazione con l'Occidente, ai lussi profani: un'aggressione alla santità della Russia.
Così i Vecchi Credenti, con le barbe lunghe, i molti pani e i pochi alleluia, migrarono o furono esiliati in Siberia. Raggiunsero perfino la Turchia e l'America. Solo un vescovo rimase con loro, ma morì prima di ordinarne un altro. Discussero se fosse il caso di posare le sue mani irrigidite sul capo di un successore, ma le labbra non avrebbero potuto pronunciare le parole di consacrazione, e così rinunciarono. Alcuni ospitarono i preti in fuga nei loro rifugi tra i boschi, altri dichiararono l'intera Chiesa e il suo clero apostati. Cominciarono ad amministrarsi a vicenda i sacramenti o a farsi vedere ai margini della strada con le bocche aperte rivolte al cielo per ricevere un'immaginaria quintessenza celeste.
Se i cosacchi erano i cowboy del selvaggio oriente russo, i Vecchi Credenti erano i mennoniti o i mormoni della santa Russia. Nel corso del tempo si divisero in varie sette o si unirono ad altre ancora più estremiste. Tutte si contraddistinsero per il rigore ascetico o per le privazioni violente che si imponevano. Rifiutavano il battesimo, le chiese e persino la preghiera. Gli eretici "Itineranti" maledicevano lo zar come il nuovo satana, battezzavano i bambini nei laghi e seppellivano i morti nei boschi. C'erano quelli che prendevano le scritture alla lettera e in obbedienza ai sacri testi diventarono pastori, i molokany che bevevano latte perché assetati del "latte del Verbo". Quelli che si autobattezzavano e quelli che rifiutavano il battesimo, i "Sospiratori" che pregavano con i sospiri in onore allo Spirito Santo, i "Senza preghiera" che aborrivano qualsiasi forma di rituale esteriore. Poi i pii "shtundisty" e i "duchobory", i "Lottatori spirituali", che erano pacifisti e credevano nel primato di uno spirito interiore, e perciò ritenevano superflua perfino la Bibbia. Ci fu perfino una setta che arrivò a deificare Napoleone.
Altri ancora sembravano segnati da una vera e propria vena di follia. I chlysty, a cui era legato Rasputin, danzavano vorticosamente fino a raggiungere l'estasi e si flagellavano gridando "Oh, Spirito, Spirito, Spirito Santo, oh, oh" finché non cadevano a terra svenuti. Dopo l'iniziazione, il marito non toccava più la vecchia moglie e dormiva con una compagna spirituale – spesso condividendo il letto in tre – e chiamava i figli nati da un passato non più riscattabile "piccoli gatti" e "piccoli peccati". Gli skopcy cercavano di vincere la lussuria mutilandosi: si tagliavano via il seno o i testicoli. In osservanza al Vangelo volevano diventare gli sterili eletti o gli "eunuchi per la salvezza del regno dei cieli". Ancora all'inizio del XX secolo qualche viaggiatore ebbe modo di vedere i loro villaggi abitati da un mondo irreale di evirati: comunità in via di estinzione.
Queste sette fuggivano la decadenza della Russia europea. Ma in Siberia, dove l'autorità terrena esercitava un controllo relativo, potevano salvare le loro anime. Secondo loro, con l'apostasia dello zar e della Chiesa, la Storia stessa era morta. Dato che si era privata del suo spirito salvifico e di ogni significato, scelsero di viverne al di fuori, in un limbo vacillante. Frugali e industriosi come la loro controparte puritana dell'Occidente, specialmente i Vecchi Credenti finirono col diventare una maggioranza in molte regioni della Siberia. La loro vita trascorreva in un'inquietudine visionaria, perseguitata dai ricordi del passato e dai presagi sul futuro. Di fatto non potevano fare altro che aspettare. Scelsero come talismano la città leggendaria di Kitezh che secoli prima, durante l'invasione mongola, era sprofondata nelle acque del lago, in attesa di riemergere quando la Russia si fosse di nuovo purificata. I veri credenti, si diceva, riuscivano a sentire le campane della chiesa che suonavano nelle profondità lacustri.
Una volta inoltrato tra le valli del Transbajkal, raggiunsi la regione in cui Caterina la Grande aveva fatto trasferire trentamila Vecchi Credenti alla fine del Settecento. Le nuvole portatrici di neve che si erano addensate sulle montagne riducevano il fiume Selenga a un cordone grigio. Guardavo di fronte a me intimorito. Sapevo che i Vecchi Credenti rifuggivano tutto quello che era straniero, non escluso, immaginavo, me stesso. I prodotti importati, come il tè e le patate (introdotte nel paese da Pietro il Grande) erano stati banditi. Perfino i vomeri in ferro avevano provocato sommosse, e varie comunità si erano divise sull'uso delle lampade a kerosene. In assenza di Eucarestia, il pasto famigliare, con i suoi tabù alimentari, aveva assunto carattere di sacramento e un forestiero non poteva sperare di avervi accesso. Molti prodotti erano aborriti da tutti. Il canto meccanico dei grammofoni poteva togliere valore alla liturgia e le vaccinazioni o le polizze assicurative sulla proprietà costituivano uno scandaloso tentativo di neutralizzare il volere di Dio. L'alcol, naturalmente, era un sacrilegio e il tabacco – considerato il cugino satanico dell'incenso – insudiciava il corpo su cui si tracciava il segno della croce.
Ma quando la corriera sferragliò su per un passo e ridiscese fino alla città di Tarbagataj (nella foto segnata in rosso), non vidi nulla di quello che mi aspettavo. Non c'erano patriarchi impaludati e con le barbe lunghe sulle soglie delle case; non c'erano donne infagottate nelle sottane e con collane pesanti al collo, pronte ad abbassare lo sguardo al mio passaggio. Trovai una normalissima città con la piccola piazza, il monumento ai caduti e una manciata di negozi semivuoti. Quando domandai dei Vecchi Credenti, la gente scuoteva la testa. Erano praticamente scomparsi, mi dissero. Deluso, presi una stanza in una pensione malandata e continuai la mia ricerca fino a sera, quando qualcuno mi indirizzò a una casetta con le imposte azzurre.
Nel cortile trovai una vecchia con in mano un'ascia. Non arrivava al metro e cinquanta di altezza e indossava una gonna rigonfia e un enorme fazzoletto in testa. «Che cosa vuole?» strillò. Era tesa, rabbiosa. La neve sfarfallava tra noi. Farfugliai qualcosa a proposito di una cappella dei Vecchi Credenti. «Cappella? Non c'è una cappella! Io ho la mia!» Brandì l'ascia e si mise di fronte alla porta. Sembrava decisa a cacciarmi, ma cambiò idea. «E va bene, venga a vedere la mia cappella!»
Entrai in due stanzette linde, con tutti i mobili innevati di pizzi. «Eccola!». Indicò delle icone sistemate in alto, sopra una mensola ad angolo. «Quella è la madre di Dio e quelli sono gli angeli. Adesso faccia il segno della croce!» Unì le dita alla maniera dei Vecchi Credenti. Continuava a parlare con un tono duro e arrabbiato che non sapevo spiegarmi. «Così! Così!» e corresse la posizione delle mie dita. «Adesso faccia di nuovo il segno della croce!… E adesso preghi per i fatti suoi!…»
Viveva li da quando era bambina, mi disse. Suo padre aveva perduto le gambe in guerra e poi era morto. Suo marito era finito sotto un carro armato tedesco l'anno stesso del matrimonio. «Dove sono andati tutti i Vecchi Credenti?» ripeteva la mia domanda spingendomi fuori. «Non lo so. Al cimitero, per la maggior parte! Questa comunque non è la nostra parte della città. Lei cerca Aleksej Akilovic! Lì è il nostro quartiere! Oltre il ponte, sulla via Partigiani e sulla via Lenin, siamo tutti là. Oltre il fiume!»
Mi sbatté la porta in faccia.
In fondo a una zona desolata c'era un ponte di legno sopra un fiumiciattolo e da li in poi la città era immersa nel silenzio. Le case pencolavano sopra cortili deserti nell'ombra incerta del crepuscolo. La neve ora cadeva più fitta. Mi sentivo un intruso. Esploravo una comunità che forse non mi avrebbe accolto volentieri. Le porte erano tutte chiuse e non c'erano luci. Gli ultimi doni che mi erano rimasti – dei portachiavi e una calcolatrice tascabile – potevano risultare insultanti o addirittura sacrileghi. I miei piedi lasciavano orme solitarie nella neve.
Dietro il cancello traballante del cortile di Aleksej Akilovic un orda di cani bastardi latrava facendo stridere le catene. Bussai con un po' di imbarazzo. Poco dopo udii i passi pesanti di qualcuno che camminava nel fango e i catenacci che venivano tirati. Il cancello cigolò e si aprì. Un mastino si buttò nello spazio libero con una corda tra i denti, ma venne allontanato con un calcio. Una voce gutturale gridò: «Chi è?» e mi feci avanti con la mano tesa. Ma Aleksej rimase fermo, puntellando il cancello con la spalla, insospettito. La faccia era poco visibile sotto il cappellaccio. Sopra gli stivali alti, i pantaloni erano saliti fino al ginocchio e dalla giacca lacera usciva l'imbottitura. Per un attimo non vidi altro che la barba ramata che gli invadeva il petto, poi distinsi gli occhi socchiusi e indagatori. «Che cosa vuole?»
«Mi hanno detto che qui c'è la cappella di un Vecchio Credente» «No che non c'è». «C'è un prete?» «Non abbiamo preti. Niente».
Tremavamo entrambi per il freddo. Stava per tornare indietro quando, ricordandomi del profondo rispetto che i Vecchi Credenti avevano per i libri, dissi che ero scrittore. La tesa del cappello si sollevò un poco. Esitò. I cani mugolavano e facevano stridere le catene. «Anch'io ho dei libri» disse. Lasciò libero il cancello.
Entrai in un grande cortile pieno di sporcizia, che dava accesso alla casa. Uno dei cani mi strappò i pantaloni sulla gamba, un altro affondò i denti nello stivale. All'interno i locali erano spogli e sporchi: l'antico orgoglio era stato dimenticato. C'era un bastone per mescolare il miele e un tavolo ingombro di avanzi di cibo e piatti sbreccati. Pezzi di favi d'ape erano abbandonati sul pavimento insieme a un ferro da stiro. Una cintura incastonala da cerimonia giaceva dimenticata nella polvere. L'unica concessione alla modernità era una sveglia di latta posata su una cassa. Nella seconda stanza, dove un letto di ferro ospitava mucchi di mele e cipolle, lasciai vagare lo sguardo sulle pareti di tronchi appena sbozzati. Ma su un tavolo male in arnese splendevano dei libri antichi.
Aleksej mi fece accomodare sotto una nuda lampadina. Illuminava debolmente il cuoio consunto dei libri e la massa della sua barba che mi sfiorava mentre mi mostrava i volumi. «Guardi… guardi». Quando li apriva il dorso si staccava dai risvolti fradici e dalle copertine rosicchiate. Alcuni erano chiusi da lacci di cuoio e da ganci dorati, l'ultimo loro appiglio per tenersi insieme. Molti erano libri di preghiera per uso domestico. Li aveva ricevuti in dono da vecchie famiglie i cui figli avevano perso interesse per la religione, mi disse. Le sue dita callose scorsero un testo, per me indecifrabile. «E questo! Guardi!» Era un enorme messale liturgico stampato nel 1547, molto prima del grande scisma, conservato dai fedeli in fuga. Le pagine, con i doppi alleluia tutti al loro posto e con tutti i cavilli sul regno eterno del figlio di Dio tanto cari ai Vecchi Credenti, scricchiolarono sotto le sue mani. Sull'ultima pagina qualcuno aveva scritto con un inchiostro ormai stinto: «Quando verrà il giorno del giudizio, i peccati dell'umanità saranno diventati grandi come montagne, gli uomini buoni saranno pochi e rimarranno inascoltati. Una grande guerra porrà i padri contro i figli e ognuno crederà solo al proprio cuore. Allora il sole si oscurerà…»
Aleksej me lo recitò come un proclama. «Noi vedremo tutto questo! Succederà presto, molto presto. Tutto perché il nostro secolo è un mostro, è perverso». Adesso potevo vederlo da vicino. Doveva essere sui cinquant'anni. Sotto il bagliore della lampadina, la testa agitava una massa biblica di capelli scarmigliati, tra cui brillavano due occhi diffidenti. Anche nelle sue più fiere confidenze colsi l'ombra del sospetto. «Ogni cosa qui cresce corrotta, dappertutto. I giovani hanno perso la fede e i vecchi stanno morendo. Le ragazze vanno in giro con quelle gonne corte, anche le figlie dei nostri Vecchi Credenti, sì. Le ha viste? Le gambe…» Le mani stringevano e lasciavano i pantaloni. «Le ha viste? Adesso si vedono gambe nude dappertutto». Ma un attimo dopo levava le dita per formare la croce dei Vecchi Credenti e gridava: «Nel giorno del giudizio coloro che faranno così» – la mano tremava – «si salveranno. Loro soltanto. Il resto perirà».
Mi ritenni incluso nell'olocausto, ma Aleksej non parve notare o sentire il mio: «Perché?»
«Tutti bevono, tutti fumano». «Anche tra voi?»
«Sì, c'è stata una grande decadenza. Ma se qualcuno di noi fuma, corrompe la sua fede. È assolutamente proibito. Quanto al bere, be', possiamo bere un po' di vino…»
« Vino?» Ero allibito. L'alcol era sempre stato sacrilego.
«…E anche un pochettino…» – unì il pollice e l'indice – «un goccetto di vodka».
Lo squadrai. Mi guardò di rimando con una specie di melliflua duplicità. Gli brillavano gli occhi. «Solamente un goccio». Sperava che sorridessi. Voleva la mia complicità nel dolce gusto del peccato. Ma un attimo dopo era ridiventato saccente e rancoroso. «I giovani, però, fumano le droghe. Non quelle che arrivano dall'Afghanistan, no. Le coltivano qui, nei campi, una specie di canapa. Arrotolano a mano le foglie e se le fumano. E alcuni, in seguito, hanno commesso suicidio. Hanno perfino bevuto la benzina e si sono dati fuoco». Si picchiò il petto con violenza. «È orribile, togliersi la vita».
Eppure sembrava velatamente contento. Il suicidio col fuoco un tempo era stato un atto di virtù, tra la sua gente. Stava cercando di dirmi qualcosa? Forse era un po' matto? Non riuscivo a capire. E il sospetto nel suo sguardo ardeva come una fiamma. «Oggigiorno i suicidi vengono sepolti al cimitero come tutti gli altri, ma prima non era così. Ai bei tempi, prima del comunismo, venivano sepolti in terra sconsacrata. Le chiamavano "tombe nere", e quei morti erano "schiavi del demonio"».
«Davvero si suicidano a quel modo? Con la benzina…» Quei suicidi suonavano come parodie dei martiri che erano morti tra le fiamme e anche questo forse – lo svilimento e la parodia del sacro – per lui era il segnale dell'arrivo imminente del giorno del giudizio.
Aleksej richiuse i libri. «La nostra comunità sta scomparendo» disse. «Molti se ne vanno in città, o in altri villaggi, o nella tomba. Quando muore qualcuno a volte mi chiedono di leggere le preghiere e di mettere delle candele vicino al suo corpo: di solito se ne mettono sette. Ma ormai ho perso il conto dei morti. Nessuno dei figli crede più. E non so in quanti siamo rimasti, non glielo so dire. La domenica però ci ritroviamo qui in un gruppetto: questa è l'ultima cappella che ci è rimasta. Preghiamo qui».
Guardai il pavimento coperto di polvere, i mobili da rigattiere. Non era facile credergli. Oltre ai libri, l'unico oggetto sacro era un'icona con un santo o una Vergine ridotta a un'ombra scrostata. Una tavola appesa al muro era scavata nei punti in cui ne aveva ospitate altre, disposte a cerchio attorno alla croce a otto punte dei Vecchi Credenti. Non c'era più nulla. «Ho subito troppi furti. Mi hanno portato via anche dei libri. E le mie icone. Avevo delle icone bellissime».
Non riuscivo più a fidarmi di lui, e del resto vedevo che lui mi ricambiava con la stessa moneta. Non mi domandò nulla, ma lo sguardo era pieno di incomprensione e domande non fatte. Trovò un libro illustrato di icone, e cercò subito quelle precedenti al grande scisma. «Guardi! Vede come sono messe le mani?» Piegò sotto il pollice anulare e mignolo e mi mise la mano sotto gli occhi. Le unghie nere e la pelle rugosa sembravano un'allusione alla decadenza della sua gente. «Così dovrebbe essere. E quando si gira attorno a una tomba o a una chiesa… non si cammina mai verso il sole». Mi mostrò di nuovo le dita. «La croce. Si ricordi!»
«Ma perché è tanto importante? Perché?»
«Naturale, che è importante!» Parve stupito che si potesse fare una simile domanda.
Andavo a toccare questioni remote, immutabili. Quando gli ponevo domande del genere, socchiudeva gli occhi con evidente incredulità, o tratteneva a stento un moto di rabbia. In quel momento gridò: «È tutto! Tutto. Quando il modo di fare il segno della croce è stato cambiato, lo abbiamo chiamato la Vittoria del Diavolo! Il Trionfo di Satana! Quanti sono morti per questo! I miei antenati, sono morti per questo! È stato un fiume di sangue! Fuoco e sangue!»
Mi mostrai ottuso: «Non capisco», ma le mie parole restarono sospese come un'ammissione di colpa.
Andò avanti a parlare delle repressioni staliniste come se fossero cosa del giorno prima. In un villaggio oltre il fiume i suoi genitori avevano conservato le icone apertamente, per sfida, su un ripiano della stanza in cui era nato. Da ragazzo aveva venerato la madre di Dio. La sua educazione era stata praticamente quella di un autodidatta; ora viveva da solo, andava in cerca di funghi nei boschi oltre il Selenga e vendeva miele. Non si era mai sposato.
Ma l'idea del matrimonio lo ossessionava. «Credo che sia peccato non sposarsi. Perfino gli animali e gli uccelli si sposano». Mostrò le due dita. «Due è divino, uno è il diavolo! Ma è difficile capirle, le donne. Eppure me ne serve una». Lanciò un'occhiaia ai locali sporchi e in disordine. «Sarebbe un vero dono».
Cercai di immaginare una donna con lui: avrebbe pulito, rammendato, portato cose nuove, ma sempre si sarebbe trovata di fronte le sabbie mobili di Aleksej.
«Ho in mente di sposare una donna Vecchio Credente» disse. «Qui vengono a pregare donne di tutte le età. Ce n'è una in particolare, che conosco, di buon cuore, e poi è giovane… molto». Distolse lo sguardo. Nessuno di noi due, forse, sapeva fino a che punto scherzasse.
Domandai: «Riuscirà a portarla a casa prima dell'Apocalisse?» Fece solo un sorriso triste. «È vero, che c'è poco tempo. Sa, quando siamo arrivati qui, tre secoli fa, il clima era rigido. Ma Dio agì sul clima per consolarci. Subito le estati diventarono più calde e gli inverni più miti. Prima, qui di uccelli non se ne vedevano, ma con noi arrivarono. Adesso il clima sta di nuovo peggiorando. Sta cambiando. Si fatica a coltivare gli ortaggi e tutto il resto. È arrivato fin qui perfino il permafrost. Anche questo è un segno».
«Le fattorie collettive sono andate in rovina» cercai di dare la mia spiegazione. «Questo, è successo».
Non mi ascoltava. «L'araldo del giorno del giudizio sarà la Terza guerra mondiale. È scritto».
Mi tornò in mente il prete di Irkutsk. «Una guerra tra chi?» «Tra cristiani e musulmani. La guerra in Iraq è stata una premonizione. Una guerra molto più grande precederà il giorno del giudizio». Si alzò in piedi. «Così lo verremo a sapere».
Quando attraversammo di nuovo il cortile buio, i cani si erano addormentati. I nostri piedi calpestavano neve fresca. Al cancello mi domandò: «Lei si rasa sempre la testa? Crede che sia giusto?»
Prima di lasciare Londra mi ero tagliato i capelli a spazzola, ma adesso mi scendevano sul collo. Mormorai: «Sono lunghi…»
Aleksej agitò i lunghi boccoli e tuonò: «Preferisco assomigliare a Dio Padre!»
Cinismo, osservanza, blasfemia: in lui c'era un po' di tutto. E al momento della separazione mi pose le mani sopra la testa. «Si ricordi. Con questo lei si salverà. Faccia così». Le dita fendettero l'aria con un segno della croce scismatico. Sentii un brivido freddo lungo la schiena. Non ero sicuro se ero stato benedetto o maledetto. Mi allontanai, e lui diventò una silhouette nel cortile, col pugno ancora levato sotto un cielo splendente di stelle.
Il paesaggio ci avvolgeva in maniera soffocante: onde di colline, annerite dalle foreste. La neve turbinava in un polverio grigio sui picchi più alti. Lungo la strada i pali del telegrafo svettavano sghembi, scalzati dai pozzetti di cemento per il permafrost. Nella desolazione di quelle valli aride spiccò il villaggio di Kujtun con le sue casette dipinte di fresco. Brillavano nella neve come giocattoli azzurri e verdi. Le strade erano fiancheggiate dai cancelli dei cortili scardinati dagli assalti dei cani; alle finestre pisolavano gatti e gerani. Le cupole argentee di una chiesa in ricostruzione sfoggiavano la croce dei Vecchi Credenti. L'unico furgone che vidi apparteneva all'agricoltore che mi aveva portato fino a lì. Mi rifugiai tra le mura del santuario in costruzione ed ebbi un moto di stupore alla vista di Aleksej che mi veniva incontro con passo deciso. Quando si avvicinò, però, la sua struttura massiccia e la grande barba castana furono illuminate da due smaglianti occhi azzurri che non erano quelli che conoscevo, e l'uomo si trasformò nel guardiano della vicina cappella. Sergej era l'immagine speculare di Aleksej. In lui Aleksej era stato ripulito, e la vita gli aveva offerto un'altra possibilità. Era animato da una non ostentata fiducia in se stesso. Nella sua faccia aperta i tratti di Aleksej avevano assunto una connotazione più ingenua. Il profilo era di una bellezza hollywoodiana. Di tanto in tanto buttava lì qualche antica saggezza: «Col lavoro, la vita rifiorisce» o «Chi ci prova raccoglie…» Dopo qualche minuto mi aveva già invitato a casa sua.
Senza saperlo, Sergej cominciò a restituirmi il cliché del Vecchio Credente che Aleksej aveva sabotato. Aveva costruito con le sue mani una casa in tronchi d'albero. Pulita come una clinica. Lo stesso linoleum sporco della camera da letto di Aleksej, nella sua cucina splendeva immacolato. Il figlio di dodici anni era il primo della scuola. E lì incontrai la moglie che mi sarei immaginato: la bionda Galina dagli occhi tondi e schietti e la bocca di ciliegia. Sembravano usciti da un racconto popolare russo. Possedevano un maiale e quattro vacche. Un buon numero di galline bianche razzolava nel cortile. Nei magazzini erano ammucchiati i prodotti che coltivavano – sacchi di carote e barbabietole – insieme a bidoni di miele stagionato e al grano macinato in casa con cui Galina preparava il pane quotidiano.
In cucina una botola conduceva a una cantina scavata appena sopra il livello del permafrost. Era tappezzata dal pavimento al soffitto da conserve di frutta e verdure: ribes rossi e neri raccolti nella taiga, lamponi e fragole, giardiniere, cetrioli, funghi (lì crescevano i migliori di tutta la Russia, mi dissero), cassette di carote conservate nella sabbia, casse di patate, un tempo sacrileghe: tutti prodotti del loro lavoro. L'inverno, mi dissero, poteva durare fino a maggio.
Andammo a visitare l'orto per odorare i pomodori e raccogliere i cetrioli nella serra, sollevammo i coperchi delle arnie per osservare le api intente a riempire le cellette. Prendemmo l'acqua da uno degli argani traballanti che salivano e scendevano come uccelli acquatici dai pozzi di tutto il villaggio. Sergej aveva perfino una piccola officina di carpenteria e un capanno pieno di attrezzi agricoli. Ma i vecchi vomeri di legno erano tutti andati distrutti al tempo di Stalin, mi spiegò, e il tabù del ferro era stato infranto. Ogni tanto, come per confermare lo stato delle cose, diceva: «Be', è così che viviamo, è così che viviamo».
Per tutto il giorno mi offrirono cibo a profusione: gnocchi, stufato di carne, succo di ribes e marmellata di lamponi. Prima e dopo ogni pasto scomparivano nella stanza accanto, dove li intravedevo chinati di fronte alle icone, a farsi molteplici segni della croce con le dita secondo la regola, e una segreta, studiata grazia.
Le icone erano un dono dei genitori per il matrimonio: oggetti antichi, molto belli, tutti anteriori allo scisma. Il rosso e l'oro splendevano sulla mensola. Un'immagine del Dio Padre troneggiava sopra il contatore elettrico.
«Alcune ce le hanno rubate» disse Sergej. «Siamo stati svaligiati quattro volte. Persino la chiesa è stata saccheggiata. I ladri erano gente di Ulan-Udè, non di qui. Qui nessuno farebbe mai una cosa simile».
Avevo scordato che esistessero ancora persone come Sergej e Galina. Sembravano appartenere a una Siberia antica, ormai mitica, travolta dall'immigrazione. «Questo è un posto ideale!» disse. «A dicembre la neve è alta fino alla vita e la temperatura può scendere fino a quaranta gradi sotto zero. Ma l'aria è una meraviglia – fredda e secca – e la neve è sempre candida. Non ha mai quel colore inquinato che si vede nella Russia occidentale. Mia moglie proviene da una famiglia di Vecchi Credenti degli Urali e dice che lì la gente muore giovane a causa delle radiazioni, e l'acqua del fiume è velenosa. Ma qui no! Questa è una terra magnifica!» Non era stata la natura a rendere la Siberia un inferno, mi disse. Era stato l'uomo.
Pensai alle sue icone rubate e gli raccontai di quelle di Aleksej. Scoppiò a ridere. «Oh, Aleksej Akilovic! Lo conosco! È un beone. Sa a malapena leggere. Non credo che siano stati i ladri, con tutti i cani da guardia che ha. Credo che sia un po' matto». Fece ruotare l'indice attorno all'orecchio. «Un tempo viveva nei boschi, vendeva pigne di cedro. Adesso non fa nulla».
Sergej mi condusse per ore in giro per il villaggio a trovare i suoi amici. «Nessuno sa quando arriverà il giorno del giudizio, ma qui tutti sono preparati. Hanno fatto scorte – cibo, vestiario – perché sarà preceduto da una notte spaventosa» disse. «È così che viviamo.
Mi tornò in mente la cantina stracolma, che io avevo immaginato piena solo in previsione dell'inverno; e invece l'inverno che Sergej e Galina aspettavano era qualcosa di ben più temibile. Pensai alla mia cucina vuota di Londra, e mi sentii oscuramente vulnerabile.
In ogni casa ci accoglieva la stessa scena: la pulizia scrupolosa, l'odore delle candele, i cuscini da letto ammucchiati sotto un telo di mussola, i mattoni messi a scaldare sulla stufa e sempre la mensola con le icone di fronte alle quali Sergej si inchinava, perché ogni casa, a suo modo, era una cappella. Patriarchi barbuti e padrone di casa con facce leali si inchinavano al nostro arrivo e ci mostravano i loro amati libri della liturgia e degli inni. Dalle custodie di stoffa uscivano i volumi in crisalidi di cuoio lacero e legno scheggiato, con le pagine rinforzate da pezzi di pergamena incollati. Una donna mi mise in grembo un libro di preghiere manoscritto che risaliva a un secolo prima dello scisma, con l'inchiostro macchiato di pioggia, neve o forse lacrime. Le pagine tremavano tra le mie mani. Mi domandai come mai gli angoli fossero bruciacchiati e immaginai il lungo viaggio verso est. Un'altra donna mi mostrò con un sospiro soffocato le gonne multicolori e le collane di ambra che erano appartenute a sua nonna.
A volte, tra quelle famiglie pie, mi sorprendevo a pensare ad Aleksej Akilovic con affetto eretico, non so perché. Con la sua tavola delle icone distrutta e i libri disintegrati, mi sembrava coevo a quei vagabondi e flagellanti, imprigionati in un misto di licenziosità e fede da cui i pii si erano ritratti. Era facile fare di lui un emblema romantico. Tutta quella sornioneria e ingenuità contadina, le armi ossidate della sua devozione, i desideri mai realizzati, davano un'illusione di movimento e cambiamento a confronto con l'immobilità dei pii. Aleksej usciva dalle pagine di Dostoevskij, loro dai sermoni di Lutero. Questi erano pronti, preparati alla morte o all'apocalisse, quasi giunta a compimento. Tutto quello che Aleksej aveva in mano era un pugno di mosche. Non riuscivo a levarmelo dalla testa.
Fuori cominciò a cadere la neve e la gente veniva a sedersi sulle panchine in strada e rideva: «Arriva l'inverno! L'autunno è finito!»
Più tardi andai con Sergej sulle colline a guardare il paesaggio. «È bello, il mio villaggio!» Lo era. Mi appariva stranamente vicino, visto attraverso il suo binocolo. Come in un dipinto: un uomo a cavallo che radunava il bestiame, un carretto che luccicava nella neve. Ma il villaggio era curiosamente diviso in due, con i pascoli in mezzo, e lunghi tratti di sentiero, un tempo fiancheggiati da case, erano vuoti.
«Quelle fattorie sono cadute in rovina. Centinaia. I proprietari sono stati uccisi o esiliati ai tempi di Stalin perché erano troppo ricchi. Allora c'erano milleduecento case nel mio villaggio e adesso sono solamente trecento!» Lo spazio vuoto lo inquietava. Rappresentava il villaggio che avrebbe dovuto essere, le case di cittadini diligenti e frugali che non c'erano. Mentre camminavamo divennero una presenza triste attorno a noi. Sergej enumerava nomi e date, come nel ricordo di un lutto personale.
Una discreta opulenza aveva seguito i Vecchi Credenti ovunque andassero. Nel 1917 erano quindici milioni – un decimo della popolazione della Russia – e possedevano più della metà del capitale nazionale. Di nuovo tollerati, si erano ampiamente radicati nella classe mercantile-industriale, tra i cosacchi e tra i contadini ricchi. (Sergej stesso veniva dalla famiglia Pahle dei cosacchi del Don). Erano maturi per la falce di Stalin.
Da un recinto in rovina due uomini ci chiesero delle sigarette in quel modo servile tipico degli alcolizzati cronici. Sergej mi trascinò via. «Sì, erano dei Vecchi Credenti». Camminavamo di buon passo nella neve che ci arrivava ai polpacci. «Niente è più come una volta. Nel villaggio ci sono cinque famiglie i cui componenti sono tutti alcolizzati. La gente ormai pensa solo a se stessa. Il consorzio per il bestiame e il grano in pratica non esiste più. Un tempo avevamo settanta trattori, ora ce ne sono solo sedici. Chi ci lavora non viene quasi mai pagato, e così ruba. Quanto al bere, non si possono permettere della vera vodka, se la fanno da sé – zucchero e lievito mischiati con l'acqua. Roba che può ammazzare». Alzò gli occhi alla provvidenza. «Più della metà dei nostri compaesani sono pensionati. I giovani se ne sono andati in città, a Ulan-Udè, in cerca di lavoro. Stiamo diventando un villaggio di morti».
La cappella è una casetta consacrata. Sorge sulle ceneri della precedente, distrutta negli anni Trenta. La campana è stata recuperata da un museo dell'ateismo. Sergej mi mostra con zelo le vecchie raccolte di salmi, trasponendo le date dal calendario giuliano. Accende una candela di cera d'api a san Sergej e mi indica i tasselli che i fedeli in preghiera colpiscono con la fronte. L'iconostasi è allegra nei cori contadini. Dopo lo scisma, quando la chiesa riformata adottò il soppalco per il coro, i Vecchi Credenti non cambiarono nulla. Così coro e congregazione cantano uniti e la polifonia disarticolata del palco sopraelevato non si sente mai. Sergej, che canta nel coro di quattro elementi, mi indica dove si mettono, a un passo dalla congregazione.
«Cantiamo le lodi del Signore a una sola voce» dice. «Diventiamo un unico popolo». E d'un tratto si mette a cantare. La voce baritonale si leva nella monodia austera del vecchio culto, conservata qui per più di tre secoli. Ha una voce pulita e chiara. Riempie quello spazio domestico di un'antica certezza. Trascina la fine di ciascun verso in un lungo mormorio legante, come nel canto dei monaci buddisti, un suono di attesa.
«È così che viviamo» dice. Tenta un'altra volta di spiegare la sua gente, se stesso. Nella certezza di essere nel giusto, intende dire, è così che viviamo.
«La nostra pazienza non si è esaurita. La posta in gioco è troppo alta. Così raduniamo tronchi e ortaggi. Potiamo i cespugli di lampone e li copriamo di terra in attesa della primavera. È così che viviamo. Prima dell'inverno uccidiamo un vitello e sistemiamo le slitte per attraversare i campi innevati. Il sabato e la domenica cantiamo secondo la liturgia. La chiesa tutta canta insieme (se lo ricordi) e il prete che ha preso gli ordini, che ha anche dipinto le icone, ci conduce. Ed è vero, tutti ricordano la vecchia lingua slava e tutti cantano col doppio alleluia. Questa è la strada che porta al perdono di Dio. È così che viviamo.
Noi non viviamo come Aleksej Akilovic, così lontano dalla grazia. Adesso il prezzo della carne è sceso, perché si uccide troppo bestiame. Ma il miele si vende bene. Il miele è il futuro.
Aspettiamo la fine della luce. Solo gli altri saranno colti di sorpresa. A volte preghiamo per il mondo, a volte per noi stessi. Il buio può solo purificarci».

 

Nota:
*. Colin Thubron, In Siberia, Tea, Milano 2003 (London 1999), pp. 195-210.

 

 

 

 

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