ICONE E RELIGIONE > Helena Torres Rojas, Le icone e la loro rilevanza nell’Impero Bizantino, 2011 (1)

 

È noto che la cosmovisione medievale era indissolubilmente legata alla spiritualità e alla religiosità. Il cristianesimo ebbe un ruolo fondamentale nell’impero bizantino – tanto che esso, fin dall’inizio e per tutta la sua storia, fu definito come un impero essenzialmente cristiano – e gli conferì un esclusivo sigillo di identità. Infatti, uno dei compiti principali dell’impero fu quello di arrivare a imitare il regno dei cieli sulla terra e la maggior parte dei suoi sforzi si concentrò sulla salvezza spirituale dei suoi membri. La Chiesa si trasformò, quindi, in uno dei pilastri fondamentali della società bizantina, la quale, profondamente permeata dal messaggio cristiano, cercò diverse forme espressive della spiritualità. Una di queste furono le icone.
Etimologicamente, il termine icona deriva dal greco eikon, che significa “immagine”, “riproduzione” o “ritratto”. I suoi antecedenti sono antichi, perché conosciamo i ritratti funerari egizi, risalenti al periodo ellenistico e romano e collocati nei sarcofagi con le mummie, di cui ne è esempio quello di Fayyum del 150-200 d.C. Tali ritratti furono dipinti con la tempera all’uovo – a base di uova e vino – o a encausto – a base di cera d’api –, tecniche utilizzate in seguito nell’iconografia bizantina.
Con l’espansione del cristianesimo nell’impero romano, si iniziò a creare le immagini cristiane utilizzando le antiche tecniche artistiche, le quali furono, per così dire, cristianizzate e assunsero un significato religioso. Allo sviluppo dell’iconografia contribuirono anche le numerose influenze provenienti dalle diverse regioni dell’impero. Per esempio, si prese dalla tradizione greca ed ellenistica il senso dell’armonia, la grazia e la moderazione nella rappresentazione della figura umana, mentre del Medio Oriente, in particolare da Antiochia, si adottò la frontalità e il realismo. Poco alla volta le immagini acquisirono maggiore complessità e profondità e si trasformarono in icone, soprattutto dopo la fondazione di Costantinopoli e la nascita dell’impero bizantino a partire dal 330 d.C. La creazione delle icone produsse una mescolanza tra arte e teologia, che permise l’emergere di una nuova sensibilità artistica, in assoluta sintonia con i canoni del cristianesimo, e la rappresentazione di Dio. Le icone diventarono quindi fondamentali per comprendere la religione e la spiritualità bizantina.
Come detto, il termine icona cominciò a essere usato quando furono create a Bisanzio le prime immagini cristiane e, da allora, è un’icona ogni rappresentazione di Cristo, della Vergine, dei santi, degli angeli o di qualunque episodio della storia sacra, indipendentemente dalla tecnica (pittura, affresco, mosaico) e dalla dimensione (mobile o monumentale). Il loro significato è rimasto sempre lo stesso, mentre variava il loro uso. Pertanto, si può parlare di icone solamente dopo la costituzione dell’impero bizantino e tutte le immagini sacre create all’interno dell’orbita della Nuova Roma ebbero un forte e stretto legame con la vita della Chiesa a Bisanzio. Egon Sendler ha scritto: «L’icona fa parte della grande corrente della Tradizione, cioè, la vita interiore della Chiesa... è intimamente legata al Vangelo e alla liturgia, e lì trova le sue vere radici».
A Bisanzio, le icone furono molto di più della mera rappresentazione di immagini o figure divine: costituirono uno dei veicoli di espressione spirituale più potenti e molto presto ebbero un ruolo importante nella società bizantina. Le icone furono collocate nei templi, negli edifici pubblici, nelle case e nei palazzi e, attorno a quelle considerate miracolose, si sviluppò una serie di leggende, prima fra tutte quella che sostiene che la prima icona dipinta corrispondesse a un’immagine della Vergine Maria e fosse stata realizzata dall’evangelista Luca.
A Bisanzio, dal V secolo, le icone fecero parte del culto ufficiale: gli imperatori e i generali bizantini portavano le icone nelle spedizioni militari e ogniqualvolta l’impero era minacciato (guerra, siccità o altre calamità ) le immagini erano portate in processione, perché la popolazione aveva in esse una fede assoluta. Dal VI secolo, l’iconografia acquistò forme più definite, grazie alla naturale evoluzione e alle numerose influenze ricevute e facilitate, in gran parte, dal carattere cosmopolita di Costantinopoli. Tuttavia, per capire perché l’icona giocasse un ruolo tanto rilevante nella spiritualità bizantina, è fondamentale approfondire la finalità per cui era stata creata l’icona, anche per comprendere il motivo per cui le icone furono tanto importanti per la sopravvivenza dell’impero bizantino e nella realizzazione della sua “missione” imperiale.

Le finalità dell’icona
Un’icona trascendeva la mera rappresentazione di un’immagine “divina”, perché, a nostro avviso, una icona risponde a due scopi che danno maggiore profondità al significato spirituale dell’icona: testimoniare e insegnare.
In primo luogo, l’icona testimonia la venuta del Figlio di Dio sulla terra per salvare gli uomini dal peccato e salvare l’umanità. Ma come si rappresentava la grandezza e la maestà di Dio in un’icona? era possibile e lecito “dipingere” Dio? Nella storia bizantina, ci fu una serie di conflitti nati per chiarire la vera “natura” di Cristo, se fosse Dio o uomo: sono note le tante eresie sorte in seguito all’attribuzione della natura divina o umana, come l’arianesimo o il nestorianesimo, che causarono forti contrasti nei primi secoli cristiani. Fu nel concilio ecumenico di Calcedonia, tenutosi nel 451, che si stabilì che Cristo è sia “Dio perfetto” che “Uomo perfetto”, e che, attraverso il mistero della Incarnazione, Dio si fece uomo nascendo ma senza perdere la propria natura divina. Più tardi, durante le lotte iconoclastiche (2), diversi Padri della Chiesa, patriarchi e monaci sostennero la creazione e la venerazione delle icone. Per esempio, Germano I, patriarca di Costantinopoli dal 715 al 730, scrisse: «Nelle sue icone noi rappresentiamo l’aspetto della sua natura carnale, ma non la sua divinità incomprensibile e invisibile. In questo modo cerchiamo di esprimere le verità della fede, mostrando che il Verbo assunse la nostra natura […] In verità fu pienamente uomo in tutto, eccetto nel peccato. Con questa fede ferma e sicura in Cristo, riproduciamo la figura della sua santa carne nelle sue icone venerandole e considerandole degne di ogni onore e rispetto, perché ci ricordano il mistero divino e vivificante dell’Incarnazione». Uno dei difensori più importanti delle immagini fu il Padre della Chiesa san Giovanni Damasceno (morto nel 753), che commentò: «Nei tempi passati, Dio non aveva forma e non poteva essere rappresentato. Ma oggi, poiché Dio si è manifestato nella carne e ha vissuto tra gli uomini, io posso rappresentare l’aspetto visibile di Dio. Io non rendo onore alla materia, ma adoro il Creatore della materia, che assunse vita nella carne e che, attraverso la materia, realizzò la mia salvezza». In altre parole, fu grazie alle argomentazioni basate sull’Incarnazione che si poté difendere le icone dalle tendenze iconoclastiche di alcuni imperatori bizantini, così il culto delle icone fu restaurato nel concilio ecumenico di Nicea (787) e si impose definitivamente nell’843. Quegli eventi lasciarono una profonda impronta a Bisanzio, e per questa ragione si celebrano ancora oggi nelle Chiese ortodosse (appartenenti a diversi patriarcati), ogni prima Domenica della Grande Quaresima, nella grande festa del “Trionfo della Ortodossia”.

Re Abgar
Cristo acheropita o Mandylion

Un ulteriore argomento permise di rappresentare Dio nelle icone ed era collegato con la loro stessa origine: l’icona acheropita. Secondo una leggenda del VI secolo, basata sui racconti di Eusebio di Cesarea nella sua Storia ecclesiastica, Cristo inviò ad Abgar V, re di Edessa un panno su cui aveva impresso il proprio volto per curargli una grave malattia. Ciò che assunse vera importanza fu che quel panno (o Mandylion) che conteneva il volto di Cristo realizzato miracolosamente – per questo noto come acheropita, cioè non fatto da mano d’uomo – era la prova autentica e sufficiente per dimostrare che Dio stesso era sceso sulla terra in forma umana e che Egli “sosteneva” la propria rappresentazione pittorica al fine di trasmettere il suo messaggio. Fu questo uno degli argomenti di maggiore peso nella visione bizantina, per la quale l’icona non era solo una rappresentazione di Dio, ma era, soprattutto, una manifestazione di Dio.
In secondo luogo, l’icona trasmette un insegnamento. Attraverso le immagini raffigurate, si mostra quali sono gli episodi salienti della vita di Cristo e dei santi, e si insegna qual è la parola di Cristo e come seguire la sua volontà, con il proposito di salvare le anime di tutta l’umanità. Un’icona trasmette questi insegnamenti in diversi modi.
Un’icona descrive. Ogni icona deve includere le iniziali del nome di chi è stato rappresentato – Cristo, la Vergine, i santi e gli angeli – in modo che i fedeli sappiano chi siano i santi rappresentati. In tal senso, un’icona è da considerare come un’educazione teologica attraverso le immagini. Pertanto, l’icona serve, in prima istanza, ai fedeli affinché essi possano facilmente individuare le scene bibliche e i motivi religiosi rappresentati.
Un’icona è “minimalista. Una icona mostra soltanto ciò che è veramente importante: la parola di Dio e come rispettarla. Quindi, si rappresenta solo l’essenziale, senza quelle distrazioni pittoriche che “deviano” il messaggio di base, ossia la salvezza dei fedeli. Non c’è alcun elemento “decorativo” in un’icona, o che sia collocato unicamente per il godimento estetico dell’osservatore, giacché l’icona, nel suo complesso, ha un significato teologico specifico e tutti i suoi elementi sono ordinati allo scopo di trasmettere la parola di Dio.

Cristo Pantocratore, Santa Sofia in Costantinopoli, XII secolo
Cristo in trono con gli imperatori Costantino IX e Zoe, Santa Sofia in Costantinopoli, XII secolo

Un’icona indica la maestà di Dio. Dal punto di vista bizantino, l’evento più decisivo della storia universale corrisponde al mistero della Incarnazione: Dio si è fatto uomo ed è venuto in questo mondo per salvare l’umanità. Pertanto, nell’iconografia, si deve mostrare Cristo come Re dei re, come Colui che governa su tutto ciò che esiste. È lui il vero imperatore e per questo lo si rappresenta in atteggiamenti maestosi e severi. Inoltre, si riteneva che fosse Cristo stesso a conferire il potere agli imperatori bizantini e a benedirli, ovvero a legittimarne il governo. Secondo la mentalità bizantina, se un imperatore saliva al trono era per volontà di Dio, mentre se era deposto era perché aveva cessato di avere la grazia di Dio. Pertanto, Dio aveva una diretta influenza nel governo imperiale.
Un’icona insegna attraverso il colore. Ogni colore utilizzato nell’iconografia aveva un suo significato: il bianco rappresentava la divinità, il rosso il sangue di Cristo o l’amore spirituale; l’azzurro il cielo, la spiritualità, la profondità; il porpora il potere proveniente da Dio; il verde il martirio o la crescita; il marrone la vita ascetica; il nero il male, l’inferno, il demonio, la morte e l’oro il divino o lo spazio sacro al fuori di questo mondo. Nessun colore era inserito arbitrariamente, ma doveva rispondere al messaggio che si voleva trasmettere. Per esempio, nell’icona della Vergine di Vladimir del famoso iconografo Andrej Rublëv (XV secolo), l’oro rappresenta uno spazio ultraterreno, uno spazio sacro, e il colore della tunica di Cristo è una rappresentazione della sua divinità. Pertanto, ogni icona trasmette, attraverso il colore, un particolare simbolismo.
Un’icona deve rimanere nel tempo. Per l’impero bizantino, la sua società e la sua Chiesa, ogni icona trasmetteva il messaggio di Cristo, che è eterno. Ogni icona doveva allora essere realizzata con tecniche speciali per permetterle di sopravvivere nel tempo, giacché si pensava che, come la parola di Dio è eterna, così doveva essere l’icona. Per questo motivo, da quell’epoca e fino a oggi, si sono utilizzate principalmente le tecniche dell’encausto, della tempera all’uovo, del mosaico, perché sono quelle che resistono meglio al trascorrere del tempo (rispetto ad altre, come l’olio).
Quanto detto aiuta a capire perché, nella mentalità bizantina, un’icona cercava di essere sia un testimone della venuta di Cristo al mondo che un insegnamento della sua parola per salvarsi. È infatti attraverso questi due scopi dell’iconografia – testimoniare e insegnare – che i fedeli possono raggiungere un’unione con Dio e, per questo, l’icona è molto più che la semplice rappresentazione di una immagine divina: è la ricerca di unione con Lui e il modo con cui Dio mantiene il contatto con l’umanità. Poiché l’icona è una manifestazione di Dio per salvare il mondo, si spiega anche perché era così strettamente vincolata con la missione imperiale di Bisanzio.

 

Note:
1. Estratto da H. Torres Rojas, Los íconos y su relevancia para el Imperio Bizantino: la espiritualidad a través de las imágenes, 2011; traduzione dallo spagnolo a cura dell’associazione culturale Larici. Le note esclusivamente bibliografiche sono state omesse. L’Autrice è laureata in Storia alla Pontificia Università del Cile ed è ricercatrice sulla storia, le espressioni e la spiritualità di Bisanzio.
2. La crisi iconoclasta si sviluppò tra il 726 e l’843, con alcune brevi interruzioni. Iniziò quando gli imperatori bizantini Leone III e Costantino V Copronimo proibirono il culto delle immagini e perseguitarono coloro che difendevano le icone, causando una commozione enorme nell’impero e diventando ben presto uno dei più grandi conflitti della storia bizantina. (Nota dell’Autore)

.

 

 

 

 

webmasterwww.larici.it - info@larici.it