ICONE E RELIGIONE > Henri Troyat, La chiesa ortodossa, 1959 (1)

 

Con lo pseudonimo di Henry Troyat, Lev Aslanovic Tarasov (Mosca 1911 – Parigi 2007) si affermò giovanissimo in Francia come scrittore, vincendo il Prix du roman populiste (1935) e il Prix Goncourt (1938). Era nato a Mosca da una famiglia benestante, di origine armena, costretta a fuggire in seguito alla Rivoluzione russa del 1917 e approdata a Parigi nel 1920. E la Russia, soprattutto zarista, con le sue consuetudini e le sue eccellenze, rimase una costante nell’opera letteraria di Troyat: le biografie di poeti (Puskin, Cvetaeva), di scrittori (Dostoevskij, Lermontov, Tolstoj, Gogol’, Cechov, Turgenev, Gor’kij, Pasternak, di tutti gli zar e le zarine da Pietro il Grande a Nicola II, e poi Rasputin e Boris Godunov, e ancora ricordi di viaggi, racconti e romanzi (Sainte Russie, souvenirs et réflexion suivi de l’Assassinat d’Alexandre II, La Vie quotidienne en Russie au temps du dernier tsar, La Lumière des justes, Le Moscovite, Babouchka: Une légende russe)…
In La Vie quotidienne en Russie au temps du dernier tsar (Vita quotidiana in Russia al tempo dell’ultimo zar), Troyat immagina che un giovane, Jean Roussel, figlio di mercanti parigini benestanti, intraprenda a ventisei anni un viaggio a Mosca dove viene accolto dalla famiglia Zubov che gli fa da guida. Il pretesto letterario consente a Troyat di presentare un articolato spaccato della vita russa dell’epoca, di poco precedente alla Rivoluzione del 1905, in un continuo confronto con le esperienze maturate da un giovane borghese parigino. Nel brano scelto, a Roussel è spiegato ciò che riguarda la religione ortodossa (icone, liturgia, scismi ecc.).

 

[…] Anche se esisteva una chiesa cattolica francese a Mosca, la chiesa di San Luigi, Jean Roussel, che era libero pensatore, non sentiva il bisogno di frequentarla. In compenso, trovava naturale accompagnare la famiglia Zubov, ogni domenica alla messa ortodossa. Gli sarebbe parso di tradire i suoi doveri di turista rifiutando di partecipare a questi atti di fede collettiva che rivelano l’anima di una nazione. Al di là di ogni considerazione filosofica, egli apprezzava il nobile fasto della liturgia russa. Gli spiaceva soltanto che per tutta la durata dell’ufficio i fedeli dovessero stare in piedi: non c’erano né panche né banchi nella vasta navata della chiesa del Salvatore dove gli Zubov di solito si recavano. La chiesa, costruita in memoria della liberazione di Mosca del 1812, era a croce greca: quattro enormi pilastri sostenevano il corpo centrale dominato dall’immagine del Dio degli eserciti. Tutto attorno alla navata, in una galleria, lapidi di marmo ricordavano i nomi degli eroi caduti sotto il fuoco dei francesi e delle battaglie in cui Napoleone era stato sconfitto. L’iconostasi a più piani era anch’essa di marmo, di un candore abbagliante, irreale. L’oro ruscellava dappertutto, nelle nicchie, nelle balaustrate e lungo le colonne. Centinaia di candelieri facevano oscillare la costellazione delle loro fiamme sotto le volte dipinte.
Jean Roussel era stato sorpreso innanzitutto dall’assenza di sculture in quel luogo consacrato. Fu Alexandr Vasilevic a spiegargli il mistero: al contrario dei cattolici, gli ortodossi avevano conservato tra i comandamenti divini la proibizione biblica contro gli idoli di pietra, di legno e di metallo: “Tu non farai immagini intagliate né raffigurerai in alcuna maniera ciò che è nell’alto dei cieli…”. Ma, ritenendo che il divieto si applicasse alle sole opere d’arte che per le dimensioni si prestassero a una confusione con il personaggio rappresentato, avevano escluso dai luoghi sacri le statue a tutto tondo ma avevano ammesso le immagini dipinte, che per la loro monodimensionalità non potevano trarre in inganni i fedeli (2). Infatti, un tempo i pagani non bruciavano forse i loro incensi e sacrificavano le loro vittime davanti a delle statue? Per scoraggiare le devozioni sospette, il clero russo si era spinto fino a evitare di dedicare cappelle ai santi più importanti. Questi avevano quasi sempre la loro effigie sui pilastri delle navate o sulle pareti delle iconostasi, ma raramente in luoghi dove potessero essere oggetto di una devozione particolare. D’altra parte, ancora alla fine del secolo precedente gli stessi fedeli non volevano che i volti dei beati fossero dipinti in modo realistico e insistevano perché gli artisti continuassero a colorarli il meno naturalmente possibile con un tono bruno, la cui tradizione risaliva alle madonne leggendarie di San Luca.
Il culto delle icone (3) nella chiesa orientale era stato sancito dal settimo Concilio ecumenico, svoltosi a Nicea nel 787. Secondo la definizione di questa alta assemblea esisteva un reale rapporto mistico fra l’immagine e il suo modello: la copia partecipava dell’essenza di colui che l’aveva ispirata. Il santo, al quale l’artista pensava, penetrava nella sua opera e la trasfigurava, in certo modo la vivificava. Se il modello era presente nell’icona, anche la forza divina del modello vi si incarnava. San Giovanni Damasceno diceva che l’icona era “una sostanza piena di energia divina, di forza e di grazia”. Celebrando il rito della consacrazione delle icone, la chiesa ortodossa chiedeva a Dio di far discendere sulla immagine tracciata da mano umana la luce dello Spirito Santo per conferirle il miracoloso potere di guarire i malati e di espellere i demoni. “Non è davanti a immagini impotenti che ci prosterniamo, noi credenti… Rappresentando nei tratti la somiglianza, noi la manteniamo, la adoriamo… vi attingiamo la grazia della salvezza” (dall’ufficio domenicale ortodosso).
Poiché l’icona è un mistero, l’arte di dipingerla è un’azione sacra. L’artista non poteva essere che un fedele ortodosso, e la sua grande purezza d’animo ne sosteneva il talento. Egli si preparava con il digiuno e la preghiera: “Santifica e illumina l’anima del tuo servo, guida la sua mano perché essa rappresenti degnamente e perfettamente la santa icona” (Libro del Pittore, del Monte Athos). In questa ideale disposizione di spirito, egli non cercava di lusingare l’occhio con la bellezza delle linee e dei colori, ma di realizzare l’incorporazione più compiuta possibile dell’essenza sovrannaturale in forma percepibile ai sensi. Egli rispettava norme grafiche antichissime, trasmesse di generazione in generazione. Diventava una figura anonima, una mano staccata dal corpo, lo strumento di una volontà superiore. I colori che usava erano diluiti in acqua benedetta ed egli vi mescolava particelle infinitesime di reliquie dei santi. Terminata l’opera, non gli veniva nemmeno in mente di firmarla perché non era lui che in realtà l’aveva creata ma la Chiesa intera (4).
Secondo Alexandr Vasilevic il culto delle icone non aveva niente a che vedere col neofeticismo, perché la venerazione dei fedeli non era rivolta alla icona in sé ma a colui che essa rappresentava. Al momento della consacrazione, i vescovi russi giuravano che avrebbero impedito al popolo di dedicare alle icone un’adorazione che era dovuta solo a Dio. Tuttavia, la loro vigilanza non poteva fermare lo slancio superstizioso del popolo verso le brune pitture bizantine. Per convincersene, Jean Roussel non doveva far altro che osservare le genuflessioni e i segni di croce appassionati che uomini e donne dedicavano a una Vergine scurita dal fumo dei ceri o a un beato dallo sguardo fisso e dalla barba bianca. Foreste di candele ardevano dinanzi a loro. La parte inferiore delle immagini era segnata, consumata dai baci della folla di fedeli. In genere, di questi santi e sante si scorgevano solo i piedi, le mani e il volto che spuntavano dalla pianeta d’argento o d’oro che li chiudeva come una corazza. I loro volti bruni dagli occhi neri e profondi e dalle labbra chiuse opponevano una indifferenza ieratica ai mormorii delle preghiere.
Le icone miracolose erano legioni. Quella della Vergine Iberica, coperta di perle e di diamanti, era particolarmente venerata dai moscoviti. Non passava giorno senza che venisse portata, dietro offerta di una forte somma, al capezzale di un ammalato, in un nuovo appartamento o a una festa familiare. La carrozza che la trasportava era tirata da quattro trottatori guidati da un cocchiere seduto a cassetta ed era scortata da due giovani postiglioni a cavallo. Dietro, sotto una specie di spiovente che prolungava il tetto della vettura, stavano due valletti dalla livrea sbiadita. Cocchiere, postiglioni e valletti erano sempre a testa scoperta. All’interno si trovavano un prete rivestito dei paramenti sacri e un assistente. L’icona era posata di fronte a loro su un sedile. Lungo il percorso tutti i passanti si scoprivano e si facevano il segno della croce. Quando la carrozza si fermava davanti alla casa del “cliente”, si radunavano sempre molte persone che volevano vederla: alcuni fedeli la seguivano fino alla porta, altri baciavano devotamente il sedile su cui era stata poggiata. Durante la sua assenza dalla cappella (fino alle sei di sera, limite estremo) era sostituita da una copia.
In guerra i russi portavano sempre delle icone al seguito dell’esercito e attribuivano loro i propri successi. La Vergine di Smolensk era cara a tutto l’Occidente ortodosso dopo la vittoria della Poltava. Nostra Signora di Kazan doveva la sua fama alla presa di Kazan sotto Ivan il Terribile; grazie ad essa, Minin e Pojarskij avevano scacciato i polacchi da Mosca e Alessandro I aveva fermato l’invasione francese nel 1812. La vigilia della battaglia di Borodino, il maresciallo Kutusov in persona aveva implorato il soccorso della vergine miracolosa.
Riproduzioni delle icone più famose proteggevano tutte le case russe: ce n’era almeno una nella stanza da pranzo e una in ogni camera da letto. Nelle case di persone particolarmente pie c’era un vero e proprio oratorio. Le immagini sacre, moltiplicandosi all’infinito, erano entrate a far parte della vita quotidiana. Nessun atto importante si poteva svolgere senza il loro intervento. Scendevano dai luoghi dove erano collocate per vegliare sui malati o sui moribondi, accompagnare i defunti al cimitero, aiutare una nascita, fare da testimoni solenni agli affari importanti come alle piccole transazioni. Quando un giovane chiedeva la mano di una ragazza, i genitori benedicevano i fidanzati con l’icona di casa. Quando un membro della famiglia partiva per un lungo viaggio, tutti si radunavano davanti all’icona, sedevano, si raccoglievano in silenzio, poi si alzavano, si facevano il segno della croce e abbracciavano il viaggiatore augurandogli buon viaggio. La stessa icona, portata da un ragazzo, accompagnava la sposa, quando in carrozza, si recava in chiesa il giorno del matrimonio.
Altre pratiche di ispirazione religiosa avevano sorpreso Jean Roussel quando Alexandr Vasilevic gliene aveva parlato. I russi non si limitavano a fare il segno della croce su se stessi (portando la mano destra alla fronte, sul petto, sulla spalla destra e poi su quella sinistra, al contrario dei cattolici) ma, secondo le abitudini dei primi cristiani, lo tracciavano anche sulle persone a loro care, sugli oggetti, sugli alimenti, per allontanarne le forze del male. I genitori facevano la croce sui figli, la sera, nei loro letti. Le donne la facevano al marito quando usciva per andare al lavoro: “Che Dio sia con te!”.
Tutto ciò che era stato benedetto da un sacerdote, in Russia, assumeva un valore sacro e, si potrebbe dire, magico. Spesso si dava l’acqua benedetta da bere ai malati. Tatjana Sergeevna portava dalla chiesa dei piccoli pani benedetti, li divideva con il marito e i figli e li consumava con loro dopo essersi fatti il segno della croce. Anche Jean Roussel una volta aveva mangiato uno di quei pani benedetti: erano di forma rotonda, più grandi e più spessi delle ostie usate dai cattolici, fatti con pasta fermentata. Vedove del basso clero, le prosphornia, li impastavano. Per celebrare la messa, il prete prendeva molti di questi pani e con la lancia liturgica ne staccava uno dopo l’altro cinque pezzi: il primo era dedicato a Cristo, il secondo alla Vergine, il terzo ai santi apostoli, profeti e martiri, il quarto ai vivi, il quinto ai morti. Dopo la messa i pezzetti di pane inutilizzati venivano distribuiti ai fedeli. Mangiarne significava compiere un atto di fede e conseguire la purificazione interiore. Per la domenica delle Palme, invece dei ramoscelli d’olivo, venivano benedetti rami di salice dai germogli argentei e lanosi. A Pasqua i fedeli facevano benedire dal sacerdote della loro parrocchia le uova dipinte, i kulic [kulich] e i pascha.
Come in Europa all’epoca degli Antichi Regimi, in Russia i registri delle nascite, dei matrimoni e delle morti erano tenuti dalla Chiesa. Tutti gli atti di stato civile erano redatti da sacerdoti e quindi non si esisteva per l’Amministrazione senza aver ricevuto il battesimo. Perciò l’annullamento del matrimonio doveva essere decretato, e solo in casi molto rari e ben definiti, da un tribunale ecclesiastico che dipendeva dal Santissimo Sinodo (5).
Contrariamente alla chiesa cattolica, la chiesa ortodossa non si era evoluta nei secoli. Un’arcaica austerità continuava a ispirare gli usi che essa imponeva ai suoi fedeli. Quando Alexandr Vasilevic gli aveva elencato i digiuni e le astinenze dei fedeli ortodossi, Jean Roussel era rimasto colpito dal loro numero. Invece di una sola quaresima, la chiesa russa ne aveva quattro: la prima, corrispondente all’Avvento, precedeva il Natale (dal 15 novembre al 24 dicembre); la seconda, la Grande Quaresima, precedeva la Pasqua di sette settimane; la terza precedeva la festa dell’Assunzione (dall’1 al 14 agosto). Oltre alle quaresime e alle vigilie delle festività, c’erano due giorni di astinenza la settimana: il mercoledì, giorno del tradimento di Giuda, e il venerdì, giorno della morte del Salvatore. In totale i periodi di magro assommavano a un terzo dell’anno. Durante le quattro quaresime erano vietati carne, latte, burro e uova.
Alexandr Vasilevic, benché credente, giudicava tale rigore eccessivo e non era il solo. A suo parere, la maggior parte delle persone più evolute si prendeva grandi libertà con le regole e osservava il digiuno solo durante la prima e l’ultima settimana della Grande Quaresima. Non era necessario, per questo, sollecitare una dispensa speciale del prete. Mentre i cattolici interpretavano l’astinenza come un obbligo nei confronti della Chiesa, per i russi essa era solo una mortificazione che preparava alla festa. Di conseguenza, per prendere una decisione in proposito, si affidavano solo alla loro coscienza.
“Da voi” diceva Alexandr Vasilevic per un sì o per un no i devoti chiedono un privilegio, una dispensa, un consiglio al curato. Noi, nella maggior parte dei casi seguiamo la nostra ispirazione. Sa fai il male, non è la parola del pope che può cancellare la tua colpa. Confessalo, ma non crederti perdonato. Sei solo davanti alla tua anima. Guardi mia moglie per esempio: dovrebbe chiedere al pope il permesso di digiunare, quando Dio stesso, avendole dato una salute fragile, le ha vietato il digiuno?”
Queste parole avevano fatto riflettere Jean Roussel: evidentemente, i preti ortodossi non godevano presso i loro fedeli dello stesso genere di rispetto di cui godevano quelli cattolici. I russi non vedevano in loro delle guide spirituali, capaci di alleggerirli delle loro colpe e di illuminarli sul cammino da seguire, ma dei semplici custodi dei riti e direttori di preghiera, dei dispensatori di sacramenti. Questo era confermato anche dal fatto che nelle chiese non esistevano pulpiti da cui il prete potesse predicare al suo gregge (6). I sermoni erano rari e nella maggior parte dei casi riservati ai membri dell’alto clero. Il commento ai Vangeli, che nella chiesa cattolica era fatto dal prete, era sostituito dalla lettura dei Padri della Chiesa o di qualche trattato approvato dal Santissimo Sinodo, libri spesso intessuti di locuzioni in slavo antico e quindi incomprensibili alla gente. Perciò, anche quando prendeva la parola per rivolgersi alla folla, il sacerdote non entrava in comunicazione con essa, ma restava una voce che recitava un testo sacro. Vestito dei ricchi abiti sacerdotali, era troppo lontano dagli umili mortali per suscitare la loro fiducia, mentre nella vita quotidiana era troppo vicino a loro perché potessero pensare di venerarlo. Aveva moglie e figli come gli altri uomini, la sua barba lunga e trascurata, la sua povertà, le sue preoccupazioni domestiche facevano sorridere. Il problema sorgeva, molto probabilmente, dalla divisione del clero ortodosso in clero secolare o bianco e clero monastico o nero. Il clero monastico era votato al celibato e nel suo seno venivano reclutati gli alti dignitari della Chiesa, mentre il clero secolare forniva i sacerdoti delle parrocchie che erano tenuti all’obbligo del matrimonio.
Nel clero monastico c’erano tre gradi: i monaci, i preti-monaci e i vescovi. I monaci e i preti-monaci trascorrevano la vita in convento in regime molto austero: non potevano mai mangiare la carne, per esempio, se non in caso di malattia. Cominciavano dalla condizione di conversi (poslusniki) [poslushniki] e dopo un lungo periodo di attesa e di studio pronunciavano definitivamente i voti e diventavano monaci (monach). Naturalmente, c’erano diversi livelli nella gerarchia sacerdotale-monacale: diacono (hiérodiacono), prete-monaco (hiéromonaco) e infine archimandrita (grado intermedio fra il vescovo e il monaco). Per essere ordinati archimandriti si doveva possedere un titolo accademico di maestro o dottore in teologia, ma anche per essere semplice diacono bisognava aver seguito gli studi in seminario.
Ai più alti livelli della piramide ecclesiastica stavano i vescovi, gli arcivescovi e i metropoliti. Tutta la Russia era divisa in eparchie o diocesi amministrate da un arcivescovo (archepiscop) o da un vescovo (episcop). Le tre eparchie più importanti erano dirette da un metropolita: erano quella di Novgorod e San Pietroburgo, quella di Mosca e quella di Kiev, in ordine di importanza. In ogni eparchia funzionava un concistoro presieduto dal vescovo. Il clero secolare delle campagne e delle città era posto alle dipendenze di questo alto prelato del clero monastico.
Il clero secolare o bianco, parrocchiale, si suddivideva invece in protohierei (arcipreti), alcuni dei quali portavano la mitria episcopale durante le funzioni; hiérei, o preti, detti comunemente popi; protodiaconi, in genere al servizio di un vescovo, e diaconi. Tutti i membri di questo clero dovevano portare la barba e i capelli lunghi ed essere sposati. Se la moglie moriva, non potevano però risposarsi e in genere si ritiravano in un monastero: per questo, in genere, si prendevano molta cura della loro compagna. Il clero parrocchiale era sottoposto gerarchicamente al vescovo della diocesi. Il vescovo trasmetteva le sue direttive ai sacerdoti attraverso il concistoro. Ogni parrocchia aveva la sua chiesa, affidata a un curato (pope), un diacono assistito da un lettore di salterio (psalomscik) [psalomshchik] e un sacrestano (ponomar).
Anche il clero parrocchiale veniva reclutato fra gli allievi dei seminari e delle scuole o accademie di teologia. C’erano un seminario in ogni diocesi e quattro accademie di teologia in tutto l’impero (7). Per essere ordinato prete, bisognava aver completato il corso di studi del seminario con il grado di baccelliere in teologia. Le accademie servivano in generale a formare i futuri alti dignitari ecclesiastici, cioè dei monaci.
Mentre i monaci potevano aspirare, con il celibato, a una brillante carriera, i sacerdoti ordinari, sposati, accettando la loro carica abdicavano a ogni ambizione personale (8). La regola pretendeva che restassero legati per tutta la vita a una chiesa senza aspirare né ad avanzamenti né a trasferimenti in una regione più amena o più ricca. La somma che il Santo Sinodo passava loro era un salario da fame, 60 rubli l’anno, cioè 162 franchi-oro. Con esso dovevano anche provvedere al mantenimento della loro numerosa famiglia, occuparsi in qualche modo della scuola del villaggio, curare i contadini quando mancava un medico e correre a celebrare battesimi, funerali e matrimoni. Poiché non esistevano tariffe fisse per queste cerimonie religiose, ognuno pagava ciò che voleva, in genere il meno possibile.
Mantenuti in una condizione di subalternità dai loro capi ecclesiastici, difficilmente i sacerdoti potevano aspirare alla stima dei loro parrocchiani. I fedeli chiedevano loro semplicemente di avere un’aria maestosa, una bella barba e una voce forte e grave.
Invece i monaci erano profondamente venerati dal popolo. Erano istruiti, lontani, misteriosi, conducevano una vita ascetica e contemplativa. Li si credeva capaci di fare dei miracoli, si andava nei monasteri a chiedere loro consigli. I monasteri più grandi si chiamavano lavra (laura), i più piccoli skit o pustyn’ (romitaggio o deserto). Ma non esistevano ordini religiosi come nella chiesa cattolica, niente di paragonabile alle potenti congregazioni d’Europa, con i loro diversi abiti, le loro rigide regole, la loro dimensione internazionale. Il monaco russo non aveva altro desiderio, ritirandosi dal mondo, che quello di espiare i peccati del mondo con la preghiera.
Alexandr Vasilevic Zubov parlava con meraviglia del monastero di Optina (Optina Pustyn’) che aveva visitato circa quindici anni prima. Tale monastero era situato nel cuore della Russia nella provincia di Kaluga, sulle rive del tranquillo fiume Jisdra. Sul fondo verde della foresta spiccavano le mura bianche della cinta del monastero, le cupole azzurre delle chiese e le loro eleganti croci d’oro. Non si sentivano altri rumori che il canto degli uccelli e il mormorio dell’acqua che scorreva. Varcare la soglia di quel romitaggio significava voltare le spalle alle vane agitazioni del mondo.
In piena notte, secondo la regola, i monaci si radunavano per cantare il mattutino. Le preghiere in comune erano numerose e recitate con puntualità. Al refettorio, il silenzio era turbato solo dalla voce del monaco o del novizio che leggeva la vita del santo che veniva venerato quel giorno. Grazie ai sussidi dei mercanti, degli industriali e dei contadini agiati, il convento manteneva una scuola, un ospedale e un ospizio per orfani. Vicino al monastero, nella foresta, si trovava uno skit, un piccolo agglomerato dove alcuni monaci, desiderosi di praticare l’ascesi, vivevano in una solitudine e una pace esaltante. Una palizzata con porte adorne di icone circondava quel rifugio di alta spiritualità. Celle bianche, aiuole fiorite, viali di cedri, stagni, chiesa, arnie, cimitero, tutto sembrava pacificato dalle orazioni quotidiane. Ciononostante, non erano né la bellezza del paesaggio, né il fervore degli uffici celebrati in quel luogo ad attirare tanti pellegrini verso il monastero ma la straordinaria fama del suo starec (9).
La parola starec in russo significa vegliardo ma, al contrario del termine corrente starik, evoca una idea di dignità morale, di serena esperienza. Lo starec era in genere un monaco anziano che aveva acquisito con la meditazione e la preghiera la capacità di comprendere e guidare coloro che si recavano da lui nel dolore. Poteva essere il superiore del convento o semplicemente assistere il superiore nella sua carica, ma era comunque la guida spirituale della confraternita. Lo starec non era necessariamente prete: se non lo era, i fedeli si rivolgevano a lui con la stessa spontaneità e umiltà che se fosse stato ministro di Dio, però si confessavano regolarmente da un altro.
La diffusione degli starec era così notevole in Russia che i più celebri di essi ricevevano dalla mattina alla sera, nelle loro celle o nel parlatorio, masse di peccatori alla ricerca della verità. Malati del corpo o dell’anima, illetterati ottusi o intellettuali tormentati, ricchi mercanti o pellegrini affamati, tutti volevano essere illuminati, elevarsi, a contatto con il vecchio saggio. Il suo parere veniva richiesto su quasi tutti i problemi della vita quotidiana: una posizione da accettare o da rifiutare, un progetto di matrimonio, una vocazione religiosa, una lite familiare, un amore tradito, un delitto nascosto… Talvolta, prima ancora che il nuovo venuto gli avesse confidato il suo problema, lo starec lo indovinava e gli rispondeva con una parola rasserenante, con uno sguardo ispirato, con un sorriso.
Un tempo, a Optina Pustyn’ padre Leonida riceveva i pellegrini seduto sul suo letto, vestito di una camicia bianca e con la berretta in testa. Mentre parlava con trasporto, andava intrecciando delle cinture. I visitatori erano inginocchiati o accoccolati a terra intorno a lui. Il suo successore, padre Macario, aveva accolto e consigliato Nicolaj Gogol’ e il pubblicista slavofilo Kireevskij, la cui conversione aveva suscitato allora tanto rumore. Dopo padre Macario era stato padre Ambrogio a continuare, a Optina Pustyn’, la luminosa tradizione degli starec. Il suo insegnamento aveva spinto il letterato e filosofo Constantin Leontiev ad allontanarsi dal mondo e a ricevere la tonsura. Altre eminenti personalità gli avevano chiesto una lezione di saggezza: ufficiali della guardia, sapienti, alti funzionari, il celebre critico Strachov, i pubblicisti e filosofi Chomjakov e Vladimir Solovëv, il granduca Costantino e i due più celebri romanzieri del loro tempo: Dostoevskij e Tolstoj (10).
“Era già molto vecchio quando l’ho visto per l’ultima volta” disse Alexandr Vasilevic Zubov. “Immagini un uomo alto, magro, curvo, lo sguardo vivace, il voto segnato da rughe profonde, con una corta barba. Mi ha guardato con una dolcezza penetrante e ho sentito che nella mia testa tutto diventava pulito. Se ci fossero più starec come lui, anche il dolore, per noi, sarebbe fonte di gioia.”
“Ci sono molti monasteri in Russia?” s’informò Jean Roussel.
“Cinquecento circa, che ospitano undicimila monaci e diciottomila suore. Non sono poi tanti!”
“E a quale autorità è sottoposto il clero monastico?”
“Al di sopra di esso sono solo il Santo Sinodo e lo zar.”

L’alleanza fra zar e Chiesa era di origine relativamente recente. La nazione russa, evangelizzata nel 988 da monaci greci sotto il regno di Vladimir Sviatoslavic, era rimasta ortodossa anche all’epoca dell’occupazione mongola. Quando finalmente gli invasori erano stati scacciati dal paese, la supremazia del patriarca di Costantinopoli già da tempo non era più riconosciuta dai russi. I tentativi dei papi per favorire la riconciliazione fra chiesa ortodossa e chiesa cattolica romana erano destinati a restare frustrati. Nel 1591 il metropolita di Mosca era stato riconosciuto come quinto patriarca, capo della gerarchia ecclesiastica russa. Alla metà del XVII secolo, sotto lo zar Alexej Michailovic, il patriarca Nikon aveva ordinato la revisione della liturgia, ma le sue innovazioni avevano confuso gli spiriti e causato la creazione di numerose sette,la più importante delle quali era quella degli starovery (Vecchi Credenti). Questo scisma, noto come raskol, si era radicalizzato durante il regno di Pietro il Grande, il quale aveva riunito il potere spirituale e quello temporale non designando un titolare al seggio di patriarca rimasto vacante nel 1700 e fondando il Santissimo Sinodo, organo cui spettava la direzione degli affari religiosi (1721).
Il Santissimo Sinodo era composto dai più alti dignitari del clero nominati dallo zar, anch’egli rappresentato nell’assemblea dal procuratore generale, un funzionario laico, che presentava le questioni da discutere. Nessuna decisione del Santissimo Sinodo era valida senza la sua approvazione e di conseguenza senza quella dell’imperatore.
La religione di stato era la religione ortodossa (11) ma, secondo l’ultimo censimento (12), il culto cattolico contava 11.420.000 fedeli (principalmente in Polonia e nei governatorati vicini), il culto armeno-gregoriano 1.600.000 fedeli e quello protestante 3.743.000 (soprattutto in Finlandia, nelle province baltiche e nelle “colonie” tedesche della Russia meridionale), il culto ebraico 5 milioni di fedeli (soprattutto in Polonia e in Tauride), quello musulmano 14 milioni (principalmente nel Caucaso e nelle province orientali). Infine, esistevano ancora pagani nelle tribù finniche e induisti in Asia.
Dal punto di vista dottrinale la differenza principale fra la chiesa ortodossa e quella cattolica risiedeva nella formula filioque. Era la formula che la chiesa cattolica faceva recitare durante la messa: “Credo nello Spirito Santo… che procede dal Padre e dal Figlio”. Ma questa espressione non si trovava né nel Vangelo secondo Giovanni (13) né nel testo del Concilio di Nicea dove si diceva semplicemente: “Credo nello Spirito Santo che procede dal Padre”. Aggiungendo la formula filioque alla professione di fede tradizionale, la chiesa cattolica aveva rifiutato di sottoporsi agli ordini di Fozio, patriarca di Costantinopoli, il quale considerava eretici i latini. Gli ortodossi ripudiavano con orrore il filioque: per loro lo Spirito Santo non emanava dal Padre e dal Figlio come per i cattolici, ma dal Padre “attraverso il Figlio”. Più precisamente, gli ortodossi distinguevano tra l’eterna emanazione dello Spirito Santo dal Padre dalla emanazione dello Spirito Santo in un punto determinato del tempo, in altri termini dall’invio temporale dello Spirito Santo nel mondo del Figlio, attraverso il Figlio, sotto i tratti del Figlio (14)
Altre divergenze fra le due Chiese: gli ortodossi non riconoscevano, ovviamente, il primato e l’infallibilità del papa e rifiutavano l’idea occidentale delle indulgenze e del purgatorio. A loro parere, dopo la morte l’anima andava di tappa in tappa, confessando i propri peccati e soffrendo nell’angoscia in attesa dell’estremo giudizio. Per i giusti questa angoscia era attenuata dalla consapevolezza di essere vicini a Dio, ma neppure i santi partecipavano alla perfetta felicità perché la sentenza definitiva non era stata ancora pronunciata. Niente purgatorio, dunque, dove ottenere la purificazione nel dolore, né possibilità di espiazione prima del grande risveglio; tutti i defunti, buoni e cattivi, secondo gli ortodossi giacevano in una condizione intermedia dove si alternano gioia e dolore…
Infine dal punto di vista disciplinare, la chiesa ortodossa accettava il matrimonio dei preti ma non quello dei vescovi, condannava l’uso del pane azzimo per la celebrazione della messa (15) e celebrava il battesimo per tripla immersione e non per infusione (cioè versando l’acqua sulla testa del battezzando) come i cattolici. Anche la formula del battesimo era diversa. Per gli ortodossi era Dio stesso e non il sacerdote, ministro di Dio, a compiere il rito. Mentre il sacerdote cattolico dice: “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, quello ortodosso dice: “X è battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Infine, contrariamente ai cattolici che, a partire dal XIII secolo si comunicavano in ginocchio e sotto la sola specie del pane, gli ortodossi, seguendo i riti della Chiesa cristiana primitiva, si comunicavano in piedi e sotto le due specie del pane e del vino: il sacerdote offriva loro un pezzetto di pane benedetto intriso nel vino in un cucchiaio d’argento. Con le mani in croce sul petto, il comunicando diceva il proprio nome e il prete ponendogli il pezzetto di pane intriso sulla lingua, diceva: “La serva di Dio X o il servo di Dio Y ha preso la comunione”. Poi il comunicato si allontanava dall’altare, beveva ancora un po’ di vino in una coppa e mangiava un pezzetto di pane benedetto che gli veniva offerto su un piatto.

Indubbiamente, il popolo russo ortodosso era animato da una fede generosa, che ricordava quella dei primi giorni della cristianità. Le pratiche di culto, i sacramenti, le benedizioni, le reliquie, i ceri, i canti, i segni di croce, le genuflessioni avevano un ruolo importante nell’espressione della sua fede. Era sensibile alla bellezza delle cerimonie, ma il suo istinto lo spingeva a scoprire dietro di essa una verità evangelica profonda e semplice. La sua religiosità si ispirava al Sermone della Montagna: “Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli. Beati i miti, perché possederanno la terra… Beati quelli che piangono perché saranno consolati… Beati i misericordiosi perché avranno misericordia…”. Toccato dalla predicazione del Galileo, il più umile dei muzik [muzhik] aveva un’infinita compassione per i fratelli che si trovavano in difficoltà. Ma, prodigando agli altri la sua misericordia, la sperava anche per sé. Intorno a Jean Roussel molti fedeli mormoravano facendosi il segno della croce: “Gospodi pomiluj” (Signore, pietà di noi). Questa frase che tornava continuamente nelle preghiere era, secondo Alexandr Vasilevic, molto caratteristica del tormento spirituale dei suoi concittadini.
“Il russo” spiegava “è ossessionato dall’idea della colpa e del castigo. Nel Cristo egli vede Colui che è venuto sulla terra per salvare le anime in pericolo e promettere ai peccatori pentiti un avvenire in cielo più bello di quello dei giusti che si credono in pace con la loro coscienza. Esiste un delitto così grave che non possa venir riscattato da uno slancio sincero di tutto l’essere verso l’Altissimo? Noi crediamo di no. Noi non odiamo, i depravati, gli assassini, abbiamo pietà di loro e li chiamiamo sventurati, néshastnyé. Abbiamo sempre presente l’immagine del Cristo che concede il regno dei cieli al ladrone crocefisso al suo fianco sul Calvario. Il nostro è un cristianesimo molto puro, molto antico, spogliato di ogni metafisica, una meditazione sulla sofferenza, la morte e la giustizia futura, un sentimento d’amore per tutto ciò che è vivo, un desiderio confuso di fraternità, una aspettativa di felicità indefinibili…”
Jean Roussel si chiedeva se questo idealismo evangelico, questa ricerca di una religione personale non fossero all’origine delle molte sette che fiorivano in Russia. Alexandr Vasilevic gliele aveva enumerate poco prima.
In primo luogo c’erano i Vecchi Credenti (starovery) che non erano propriamente una setta, ma degli scismatici. Non perdonavano al patriarca Nikon di avere corretto gli errori di copiatura nei libri religiosi: per loro anche quegli errori erano sacri, perché la fede degli avi si era fondata su di essi. Essi vietavano ai loro adepti di seguire il culto secondo i nuovi testi, di radersi la barba, di farsi il segno della croce con tre dita invece che con due come gli antenati, ed erano attaccati alla vecchia grafia Issus con cui i copisti avevano deformato il nome di Gesù (Iissus, Jesus).
Durante il XVIII secolo, il potere centrale aveva lanciato numerose campagne di persecuzione contro elementi ostili alle “innovazioni europee” di Pietro il Grande. Scomunicati, perseguitati dalla polizia e dall’esercito, i Vecchi Credenti si difendevano con le armi, morivano a centinaia o si rifugiavano nelle foreste e nei deserti dell’impero. Poco a poco si erano formate così vaste comunità scismatiche fortemente unite fra loro. Esse coltivavano le terre aride, soccorrevano i poveri, aprivano conventi, asili per i pellegrini e attiravano molti contadini sedotti della solidità della loro organizzazione economica e religiosa. Con il tempo, la persecuzione contro i ribelli si era attenuata ma i Vecchi Credenti avevano conservato con estremo rigore i loro usi e le loro credenze. Nel 1886 il Santo Sinodo aveva dichiarato che la chiesa ortodossa non combatteva i vecchi testi cari agli starovery ma lo spirito di ribellione di cui questi testi erano diventati il simbolo. Il metropolita Platon aveva persino autorizzato l’ordinazione di preti che avrebbero officiato secondo gli antichi riti. Gli adepti di questo nuovo culto, o piuttosto di questa liturgia arcaica, furono detti gli “unicredenti”, edinovercy. Chiese a loro destinate, patrocinate dal Santo Sinodo erano state aperte in tutto l’impero (16). Ma i Vecchi Credenti non volevano rientrare nella legalità religiosa e preferivano, seguendo una tradizione secolare, eleggere e pagare i propri sacerdoti.
Secondo Alexandr Vasilevic Zubov la capitale dei Vecchi Credenti era Mosca. Contadini, operai, artigiani o mercati, i Vecchi Cedenti si distinguevano per la loro devozione, la loro sobrietà, il loro senso dell’economia e la struttura patriarcale delle loro famiglie. Duri verso se stessi come verso gli altri, alcuni di quei Vecchi Credenti avevano ammassato notevoli fortune e la loro prosperità era un ulteriore elemento che imponeva alle autorità ecclesiastiche e poliziesche il rispetto dello scisma. Alla fiera di Niznij [Nizhny] Novgorod, che per molti commercianti era un pretesto per feste e piaceri, i Vecchi Credenti si comportavano con decenza e dignità. Le lunghe persecuzioni che avevano subito avevano sviluppato in loro uno spirito di mutua assistenza. La loro associazione era una specie di massoneria i cui membri si riconoscevano da segni diversi (anelli, rosari, cucchiai di legno dipinti con un disegno speciale). Esistevano città e regioni quasi interamente sotto il controllo economico dei Vecchi Credenti. Alcune piccole industrie erano interamente sotto il loro controllo, al punto che operai e muzik passavano allo scisma per avere lavoro. Era il caso, ad esempio, dell’industria dei cucchiai di legno fabbricati dai nemici della chiesa ufficiale (17)
Accanto a questa organizzazione forte, virtuosa e ricca, si sviluppavano innumerevoli sette ben più inquietanti e strane: i duchobor, i quali ammettevano come unica fonte della fede l’ispirazione interiore e rifiutavano di prestare il servizio militare per non spargere sangue; i molochany, “bevitori di latte” che si sforzavano di realizzare la vita in uso ai tempi di Gesù nella sua saggezza originaria; gli stranniki, “gli erranti”, che per sfuggire alla servitù demoniaca della chiesa migravano continuamente fra le steppe e le foreste della Siberia; i nemoljaki, che rifiutavano i sacerdoti e i sacramenti e intendevano raggiungere Dio al di fuori delle formalità del culto; i chlisty che, nell’estasi erotica, sentivano il divino Maestro incarnarsi in loro; gli skopcy, che si eviravano per affrancarsi dalle tentazioni carnali; i beloricy che si vestivano di bianco “come angeli celesti” e andavano di villaggio in villaggio a predicare l’innocenza; gli skakuny che predicavano saltando…
Tutte queste sette e altre ancora esprimevano il bisogno di sopprimere la mediazione ufficiale del clero e di stabilire un rapporto diretto tra uomo e Dio. Era probabilmente questa propensione a esprimere un proprio giudizio su tutto che spingeva talvolta i muzik, di solito miti, a terribili violenze: assassini, supplizi, incendi, saccheggi… Queste fiammate di terrore non erano rare nelle campagne. Per essere così primitivi, “tutto sarà perdonato” diventava facilmente “tutto è permesso”. Esasperati dalla miseria, si abbandonavano improvvisamente ai loro istinti più bassi, per pentirsi magari subito dopo, confessare e accettare il castigo. Secondo Alexandr Vasilevic, le colonie penali della Siberia erano piene di uomini fieri che, dopo aver commesso il crimine, continuavano a pregare Dio con umiltà cristianissima. Credevano, come era stato detto loro, che gli ultimi sarebbero stati i primi.
Un altro fenomeno religioso specifico della Russia era il numero incalcolabile di pellegrini che percorrevano le strade. Ben pochi contadini che non nutrivano il desiderio di visitare le catacombe di Pécersk [Pechersk] a Kiev e la laura della Trinità di San Sergio. Jean Roussel aveva incontrato a Mosca molti di questi bogomolcy, riconoscibili per la loro sporcizia, per l’aria affaticata e per il fagotto che portavano sulle spalle. I pellegrini erano quasi tutti di età avanzata perché i giovani erano costretti al lavoro dei campi. Partiti dai loro lontani villaggi con pochi copechi in tasca, andavano a piedi per settimane e mesi, mendicando durante il cammino, dormivano all’aperto o sotto qualche tettoia davanti alla porta di un monastero. Non c’erano distanze capaci di fermarli. Alcuni attraversavano tutto l’impero, dalle frontiere occidentali al cuore della Siberia o dalla rive del Dnieper alle sponde del mar Baltico. I più coraggiosi scendevano verso Odessa e si imbarcavano su qualche mercantile che viaggiava verso la Terrasanta. Avevano facce sporche e abbronzate, abiti cenciosi, i loro lapti incrostati di fango e di sangue ma i loro occhi erano pieni di luce dolce e incantata. C’erano uomini e donne, e in maggioranza inseguivano un sogno lungamente accarezzato, certi che una ricompensa li attendeva alla fine del viaggio. Durante il cammino chiedevano elemosine, per la costruzione di una chiesa o per se stessi: il carattere mistico del loro viaggio spingeva i passanti ad aiutarli. Alexandr Vasilevic aveva letto nei giornali che l’afflusso dei pellegrini a Kiev superava largamente il milione l’anno. I monaci della laura della Trinità di San Sergio a stento riuscivano a far fronte alle richieste di ceri, pani benedetti e piccole icone. I pellegrini dormivano in vaste camerate, mangiavano alla tavola comune, ascoltavano la messa, bevevano acqua santa, visitavano i sotterranei, si estasiavano davanti alla straordinaria ricchezza del tesoro della sacrestia, giravano col naso all’aria nella biblioteca, si chinavano tremanti sul sarcofago dove giacevano i resti di San Sergio, coperti da un drappo di velluto rosso, baciavano la croce d’oro posata su quelle ossa e si allontanavano illuminati fin nel profondo dell’anima.
Prima del suo viaggio in Russia, Jean Roussel pensava che non esistessero santi propri della chiesa ortodossa. I suoi amici moscoviti avevano smentito la sua convinzione. In realtà la chiesa russa aveva santi, beati e venerabili (prépodobnye) in gran numero (18). Le catacombe di Kiev ne ospitavano, da sole, circa un centinaio. Anche i conventi di importanza secondaria possedevano reliquie di cui erano fieri. Fra questi, figuravano eroi nazionali come Alexandr Nevskij, infaticabili predicatori come San Sergio, anacoreti, asceti come i monaci di Kiev che avevano vissuto per anni immobili nelle tenebre dei sotterranei. Ma, attenta soprattutto a mantenere il collegamento con le proprie origini, la chiesa ortodossa era piuttosto restia a registrare nuovi miracoli. Era stato necessario un grande movimento di opinione perché il secolo precedente riconoscesse come santi i vescovi Tiko (19) e Mitrofane. In Russia, la canonizzazione non richiedeva, come nella chiesa di Roma, lunghe inchieste e costosi processi. Come nei tempi antichi, era la voce popolare che designava gli eletti da Dio. Per i fedeli come per la chiesa, segno inequivocabile di santità era l’incorruttibilità del corpo dei beati. Se poi veniva segnalato qualche miracolo compiuto sulle loro tombe, il Santo Sinodo, procedeva a un rapido esame dei resti e, nei casi inconfutabili, sottoponeva all’approvazione dell’imperatore un decreto di canonizzazione.
Non era però il numero elevato dei santi a spiegare la quantità dei giorni festivi in Russia. Alle solennità religiose si assommavano quelle nazionali: la festa patronale dell’imperatrice (23 aprile), il compleanno dell’imperatore (6 maggio), l’incoronazione dell’imperatore (14 maggio), la nascita dell’imperatrice (25 maggio), la festa patronale dell’imperatrice madre (22 luglio), l’avvento di Nicola II (21 ottobre), la nascita dell’imperatrice madre (14 novembre), la nascita del principe ereditario Michail Alexandrovic (22 novembre) (20), la festa patronale dell’imperatore (6 dicembre). Assommati alle domeniche e alle feste religiose, i giorni festivi raggiungevano il centinaio all’anno. La parola festa in russo deriva dalla parola ozioso (prasdnik, festa; prasdny, ozioso). Il popolo russo era veramente un popolo di oziosi? Si, se si prendeva come esempio Alexandr Vasilevic, no, se l’esempio era suo genero.
Jean Roussel si sforzava di mettere ordine nelle sue idee, ma non riusciva a metterle a fuoco, rapito dal canto del coro che risuonava sotto le volte. Mai avrebbe sospettato che un insieme di voci potesse suscitare una tale impressione di armonia profonda, sotterranea. I cantori erano esclusivamente uomini e ragazzi (21). Le loro voci erano così armoniosamente fuse che la melodia sembrava nascere da una sola bocca, da un solo respiro inesauribile e maestoso. Il suono profondo dei bassi faceva tremare le viscere della terra e, all’improvviso, suoni di una purezza celestiale si mescolavano a questa tempesta, si levavano sempre più chiari, più acuti, più gioiosi per evocare la speranza cristiana. Nessuno strumento, né a corda né a fiato o a cassa armonica sosteneva quei canti. La chiesa ortodossa accettava solo la forma di musica sacra più naturale, il canto. Dio aveva dato all’uomo la voce perché celebrasse eternamente le lodi del Signore e nelle cattedrali più sontuose come nelle chiese più umili dei villaggi i cori avevano una funzione preponderante. Era certamente la Russia il paese che aveva conservato in tutta la sua nobiltà il canto piano ereditato dall’antica Grecia. Ma a questo canto i maestri anonimi del Medioevo aveva aggiunto canti originali, chiamati raspevy, dallo stile malinconico che li apparentava alle vecchie nenie popolari. Nei seminari si attribuiva grande importanza all’educazione musicale dei preti e dei diaconi. Anch’essi, per imporsi all’attenzione dei fedeli, dovevano avere una bella voce: l’ultimo dei muzik avrebbe disprezzato un pope dalla voce debole o dal timbro nasale.
Senza comprendere esattamente il significato delle diverse fasi della messa ortodossa, Jean Roussel ne seguiva lo svolgimento con un crescente interesse artistico. Alexandr Vasilevic gli aveva detto che il clero ortodosso aveva conservato gli usi dei primi cristiani e perciò i russi non si sedevano mai durante la celebrazione del rito. E neppure usavano il messale, perché sembrava loro una mancanza di rispetto girare le pagine nel santuario del Signore. Per seguire meglio la liturgia, i fedeli più zelanti leggevano l’ufficio prima di andare in chiesa. Non c’erano né cerimonieri per regolare lo svolgimento dei riti solenni né campanella per invitare i fedeli al raccoglimento. Non c’erano confessionali in cui il sacerdote potesse isolarsi comodamente per ricevere le confessioni dei peccatori (22). Sempre per rimanere fedele ai rituali antichi, la chiesa ortodossa vietava l’abbreviazione della messa, con qualsiasi pretesto: non c’era nulla di analogo alla messa bassa cattolica, dove l’officiante dialoga da solo con un chierico che gli risponde in nome di una assemblea assente. Le cerimonie in Russia dovevano essere sempre pubbliche, destinate a masse ingenti di fedeli. Davanti a una navata vuota il prete poteva pregare, ma non officiare. La maggior parte delle innovazioni introdotte da Roma per rinnovare e stimolare la fede era considerata con diffidenza dal clero ortodosso. Le devozioni cattoliche più diffuse, come quella del Sacro Cuore, erano estranee ai fedeli russi. L’austerità del culto si esprimeva nelle scenografie del dramma sacro. In fondo all’abside, a oriente, si innalzava un solo altare come c’è un solo Dio salvatore. Fra l’altare e la navata, l’enorme barriera dorata e adorna di immagini dell’iconostasi costituiva il velo del Tempio. Delle tre porte dell’iconostasi, quella centrale a due battenti era detta porta imperiale e le altre due, porte dei diaconi. Il diritto di varcare la porta imperiale spettava solo al prete e allo zar, per ricevere la comunione il giorno della sua incoronazione. Veniva chiusa durante il mistero della consacrazione, dietro di essa veniva tirato un sipario, che era il simbolo della condizione incarnata degli umani che vietava loro di vedere il cielo. Ma nei momenti solenni del culto il sipario veniva alzato, la porta aperta: il cielo si rivelava allora agli sguardi dei credenti e il trono stesso di Dio diventava visibile. Alla sinistra dell’altare propriamente detto, verso nord-est, si trovava un tavolo simile all’altare, lo zertvennik [zhertvennik] o offertorio. L’ingresso e l’uscita del sacerdote nella sua pesante pianeta dorata, il trasporto degli elementi del sacrificio dall’offertorio all’altare, i movimenti del diacono che recava il Vangelo o il calice, la chiusura e la riapertura dei battenti dell’iconostasi, costituivano le tappe di una rappresentazione mistica (23). L’incenso saliva dell’incensiere che il diacono faceva oscillare all’altezza delle ginocchia, appeso a una catenella d’argento. Tutti quei gesti improntati a una calma solennità erano in armonia con il lusso severo delle vecchie chiese bizantine. Questo carattere di antichità si poteva riconoscere anche nell’arredamento liturgico. Vi si trovavano il flabellum (24), ventaglio di metallo che il diacono agitava intorno al tabernacolo, il cucchiaio d’oro per il vino della comunione, la santa lancia e spugna (25) che ricordava il Calvario, e altri strumenti sacri che da tempo non erano più in uso nei paesi occidentali.
Le grandi cerimonie ortodosse si ispiravano allo stesso simbolismo ingenuo di quelle dei primi secoli della Chiesa. I riti del matrimonio, per esempio, che Alexandr Vasilevic aveva descritto a Jean Roussel, erano molto strani per la mentalità europea. Per tutta la durata dell’ufficio, paggi d’onore, alternandosi, tenevano sospese sopra la testa dei fidanzati pesanti corone d’oro. Dopo lo scambio degli anelli e il bacio dei fidanzati, di fronte al tabernacolo, l’officiante presentava ai due giovani una coppa di vino dove essi bevevano tre volte a turno, a significare che da allora in avanti avrebbero messo tutto in comune; poi, dopo aver legato le loro mani con un fazzoletto di seta, il prete faceva tre volte il giro dell’altare seguito dagli sposi, affinché capissero che da quel momento avrebbero dovuto camminare strettamente uniti nella vita.
Una cerimonia non meno fantasiosa era quella di Pasqua, certamente una delle più belle di tutta la liturgia ortodossa. La messa di mezzanotte aveva luogo in Russia la notte stessa della Resurrezione. All’ora stabilita, dopo il canto dei salmi, il prete si avvicinava al sepolcro, sollevava simbolicamente il sudario e vedeva che il Salvatore non era più nella tomba. Allora, invece di annunciare la resurrezione, esitava, come i discepoli del Vangelo, usciva sul sagrato con tutto il clero e faceva il giro della chiesa alla ricerca di Cristo scomparso. Infine, convinto del miracolo, rientrava nel tempio e proclamava di fronte alla folla: “Cristo è risorto”. I fedeli rispondevano in uno slancio di gioia: “In verità, egli è risorto”. Tutti tenevano in mano piccoli ceri accesi; amici, parenti e sconosciuti si scambiavano il triplice bacio pasquale, nessuno poteva rifiutare di accettare e scambiare questo segno di tenerezza fraterna. La cupa liturgia dei giorni di lutto lasciava il posto a canti di scatenata allegria e tutte le campane di Mosca intrecciavano la loro voce bronzea nel cielo della città. Nelle case si scambiavano le uova colorate e i dolci rituali: il pascha e il kulic adorno delle lettere X B, iniziali russe di “Cristo” e “Risorto”.
In campagna dopo la messa notturna dei fedeli con i ceri accesi in mano si recavano al cimitero per portare ai defunti il saluto pasquale (26). Piccole uova colorate venivano appese ai bracci delle croci affinché i morti non fossero esclusi dalla gioia della festa. Jean Roussel avrebbe desiderato assistere alle feste di Pasqua a Mosca, ma chissà se sarebbe stato ancora ospite dalla famiglia Zubov, si chiedeva spirando il profumo dell’incenso che si addensava lungo la navata. Il suo sguardo errava sulla distesa compatta dei volti. Tutte le classi della società si confondevano all’interno della cattedrale. Le figure più rudi come le più eleganti avevano la stessa aria di mite sottomissione, le teste si chinavano, le labbra mormoravano preghiere, i segni di croce solcavano i petti. La folla si prosternava come un campo di grano curvato dal passaggio del vento. La gente semplice sfiorava il suolo con la fronte, gli altri si limitavano a una genuflessione più discreta. […]
Laggiù, di fronte all’altare, avvolto da nubi di incenso, il sacerdote affermava una verità gioiosa. Era una figura superba, con la mitria all’orientale, la criniera leonina che gli scendeva sulle spalle, la barba fluente e i paramenti splendenti a linee nette come le articolazioni di un’armatura. Infine ci fu la cerimonia del congedo, corrispondente all’Ite, missa est cattolico. La massa dei fedeli si mise in movimento, si recavano a baciare il crocifisso e la mano del prete che lo teneva. Jean Roussel aspettava, appartato che i suoi amici avessero adempiuto al rito. “Che mancanza d’igiene!” pensava, “Migliaia di persone poseranno l’una dopo l’altra le labbra su quella croce. Fra di loro ci sono certamente dei malati, ecco un vecchio sudicio e bavoso; dietro di lui una madre con un bambino fra le braccia. Il bambino bacia la croce dopo il vecchio: “E siamo nel XX secolo!” Alexandr Vasilevic e Tatjana Sergeevna gli avevano spiegato che la forza della fede ortodossa era tale che questa pratica non aveva mai provocato alcun contagio, ma Jean Roussel continuava a diffidare e la sfilata gli parve molto lunga.
Quando infine si ritrovò all’aria aperta, si senti stordito dalla luce del sole e dal fresco profumo della neve. Sul sagrato della chiesa, suore mendicanti dai lunghi veli neri stavano sedute davanti a piccoli tavoli su ognuno dei quali era posato un piatto di stagno pieno di copechi. Il viso di quelle donne era rugoso e livido per il freddo, le labbra cadaveriche. Da dove venivano, da quale lontano convento il cui tetto andava in rovina, le cui icone avevano bisogno di una nuova doratura? Più lontano c’erano mendicanti cenciosi, alcuni dei quali erano certamente autentici pellegrini, altri “specialisti” della Chitrovka (27). Alexandr Vasilevic distribuì delle monete un po’ a caso nelle mani gelate che si tendevano verso di lui.
La chiesa del Salvatore dominava la Moskova. Sulla grande piazza coperta di neve la folla passava in mezzo alle slitte dei signori.

 

Note:
1. Henry Troyat, La vie quotidienne en Russie au temps du dernier tsar, Hachette, Paris, 1959 (trad. it. La vita quotidiana in Russia al tempo dell’ultimo zar, Rizzoli, Milano 1998, II ed., pp. 65-93).
2. È interessante far notare che il clero ortodosso, che non accettava le statue nelle chiese, le ammetteva talvolta come decorazioni esterne. La facciata della chiesa del Salvatore, ad esempio, dove si trovava Jean Roussel, era decorata da 48 altorilievi e a San Pietroburgo l’architetto francese Ricard de Montferrand aveva potuto decorare gli angoli del tetto della cattedrale di Sant’Isacco con statue di bronzo raffiguranti angeli inginocchiati.
3. Icona, dal greco eikon, immagine.
4. Cfr. La Chiesa ortodossa, del metropolita Seraphim.
5. La donna divorziata continuava a portare legalmente il cognome del marito ed era necessario un decreto speciale per autorizzarla o costringerla, a seconda dei casi, a riprendere il suo cognome da nubile.
6. “Il popolo russo” scriveva Dostoevskij “si è istruito nelle chiese ma nel corso dei secoli ha udito inni che valgono più dei sermoni” (cfr. R. Pinoteau, Russie d’hier et d’aujourd’hui).
7. A San Pietroburgo, a Mosca, a Kazan e a Kiev.
8. La loro sorte era così poco desiderabile che i seminaristi venivano reclutati solo tra i figli di preti. Il clero diventava così una casta, una grande famiglia nella quale, di generazione in generazione, si ritrovavano gli stessi nomi.
9. Cfr. lo stupendo ritratto dello starec Zosima nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij.
10. A questo proposito cfr. Quand la Russie avait de Saints, di Costantin de Grunwald (ed. Fayard). Nel 1910, quando Tolstoj decise di lasciare definitivamente la famiglia, si recò a Optina Pustyn’ per incontrare lo starec Josef, discepolo e successore dello starec Ambrogio.
11. I culti stranieri sfuggivano alla competenza del Santissimo Sinodo, ma erano sottoposti all’autorità imperiale perché dipendevano dal ministro degli Interni.
12. Nel 1903 la Russia contava all’incirca 129 milioni di abitanti [N.d.R.].
13. “Questo spirito di verità che procede da mio Padre e che vi manderò da parte del Padre mio” (San Giovanni, XV, 26).
14. La concezione dell’invio sulla terra, in un momento preciso di tempo, dello Spirito Santo nelle vesti del Figlio era così sottile che certi teologi occidentali poterono accusare Fozio di non distinguere più tra il Figlio e lo Spirito Santo, contrariamente a quanto stabilivano il Vangelo e il Concilio di Nicea.
15. Soltanto a partire dal IX secolo la chiesa latina occidentale introdusse l’uso del pane azzimo per l’Eucarestia, mentre la chiesa ortodossa restò fedele al pane lievitato. Il matrimonio dei sacerdoti era in uso fin dai tempi degli apostoli.
16. Ce n’erano già 224 nel 1886.
17. Cfr. Vladimir Bézobrazov, Etudes sur l’Economie nationale de la Russie, 1886. Cfr. Leroy-Beaulieu.
18. I santi russi canonizzati sono circa 385.
19. È un refuso: Tikon, o Tichon. (N.d.R.)
20. Il figlio dell’imperatore e dell’imperatrice, lo zarevic Alessio, sarebbe nato l’anno successivo, il 30 luglio 1904.
21. Nei conventi femminili, invece, il coro era formato solo da religiose.
22. I confessionali furono ammessi dalla chiesa cattolica solo a partire dal XVI secolo.
23. Il costume dei preti ortodossi si compone dello stikharion (il camice dei cattolici), lunga tunica senza maniche, della sciarpa, della pianeta (phélonion o risa) senza maniche con un’apertura per la testa e di un alto copricapo di forma cilindrica (kamilaukhion). Il vescovo porta un sakkos al posto della pianeta, una mitria al posto del kamilaukhion e il bastone pastorale.
24. La chiesa cattolica ha soppresso l’uso del flabellum dal XIV secolo. Ma esso viene portato ancora oggi in alcune cerimonie davanti al papa.
25. La santa lancia serve a dividere in particelle, o oblati, che verranno consacrate, il pane benedetto. La spugna liturgica serve al diacono per purificare la patena.
26. La Chiesa ortodossa, del metropolita Seraphim.
27. Quartiere malfamato e poverissimo di Mosca in cui i mendicanti di professione erano assai. (N.d.R)

 

 

 

 

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