ICONE E RELIGIONE > Vladimir Zelinskij, L’arte e l’ortodossia, 2000? (1)

 

«L’arte è l’icona e il tempio, ma l’arte è anche la preghiera e la vita spirituale. E questi due tipi dell’arte sono legati fra di loro in modo strettissimo. L’arte è gioia e l’arte è il pentimento, l’arte è contemplazione, ma l’arte è la fede stessa»: conoscere le icone ed entrare in chiesa significa partecipare alla fede che le ha generate. In questo saggio, padre Zelinskij (2) affronta in parallelo la fede e l’arte e mostra ciò che le sole conoscenze artistiche non riescono a penetrare.

 

I. I tre principi dell’arte ecclesiale
Per sboccare in una riflessione sull’arte e l’ortodossia, cominciamo dalla foce comune della nostra fede cristiana, dalle tre azioni di Dio: Creazione, Incarnazione, Risurrezione. Da queste tre azioni possiamo partire alla ricerca di tre principi che si trovano all’inizio dell’arte ecclesiale.
Dio creò il mondo come opera d’arte: «Dio vide quanto aveva fatto, ed era cosa molto buona» (Gn 1,31) – così finisce ogni giorno nella storia della creazione del cielo e della terra, della luce e delle acque, degli alberi e degli animali. La patria dell’uomo e della donna, creati all’ultimo giorno, fu il giardino d’Eden, con tutta la sua bontà e bellezza, di cui la famiglia umana non ha perso completamente la memoria anche quando, dopo la caduta, le porte del giardino furono chiuse per sempre dietro di loro. Perciò il primo principio dell’arte che non cerca solo il piacere dell’espressione individualistico del nostro “io”, è il ritorno al mondo buono, ma buono nel senso biblico, vuol dire, bello, creato da Dio. L’arte ecclesiale è quella che non soltanto porta in sé la memoria nostalgica “dell’originale del mondo”, ma anche ha la coscienza chiara della sua nostalgia.
Un altro principio della stessa arte è il mistero della Parola che si è fatta carne. Già nelle prime generazioni dei discepoli di Cristo nacque un’idea o un’intuizione, che per la prima volta troviamo nella forma esplicita da san Giustino, martire e filosofo (II sec.) Tutta la famiglia umana, secondo questa visione, partecipa all’Incarnazione perché ogni uomo ha una particella della Parola o il raggio del Logos dentro di sé. Troviamo quest’intuizione dopo il suo sviluppo nella teologia patristica, soprattutto nella “liturgia cosmica” di san Massimo il Confessore che parla dei logoi delle cose che celebrano tutte insieme il Logos divino che è diventato Uomo. Così si può definire il secondo principio dell’arte ecclesiale: la celebrazione del mondo in Cristo o piuttosto la riscoperta del Cristo nel mondo creato in e per Lui perché «tutto è stato creato per mezzo di Lui» (Gv 1,3).
Questa celebrazione, però, ha il suo scopo, la sua indicazione non verso il passato, come esso non sia glorioso e degno della memoria sempre viva, ma verso il futuro escatologico, verso questo incontro imminente e definitivo con Dio nel “mondo che verrà”. In slavo ecclesiastico gli ultimi due articoli del Credo dicono così. «Spero la risurrezione dei morti e il secolo venturo». Anche più che «spero», molto di più che «attendo», metto tutto il mio cuore nella speranza. Sento con tutto il mio essere l’avvicinamento del Regno. «Convertivi, perché il Regno dei cieli è vicino», dice Gesù (Mt 4,17) e questo annuncio può suonare al nostro udito come il terzo principio dell’arte ecclesiale: la testimonianza della conversione, vale a dire, del profondo cambiamento del nostro essere al soglio del Regno di Dio, già presente fra di noi dal momento della Trasfigurazione sul monte Tabor, spalancato nella luce della Risurrezione.
Da questi tre principi (esposti qui in modo troppo generale e per forza schematico): la memoria sacra della creazione, la ricapitolazione del creato nella Parola e la trasfigurazione del creato nella luce escatologica del mondo che verrà, cominciamo la nostra riflessione sull’arte nella Chiesa ortodossa. Ma questi tre possono essere ridotti a un solo principio: alla visione e alla raffigurazione artistica della nascosta santità del mondo e della sua creazione prediletta: l’uomo.

 

 

Note:
1. La datazione è intorno al Duemila: il saggio è stato pubblicato dall’Autore sul suo libero sito, da tempo chiuso.
2. Padre Vladimir Zelinskij (nella foto) è nato nel 1942 a Taskent (Uzbekistan, ex Urss) e ha vissuto fino al 1991 a Mosca laureandosi in Filologia e letterature straniere. Dopo la sua conversione al cristianesimo ortodosso, ha pubblicato, sia all’estero che sulla stampa clandestina russa, libri, saggi e articoli sul pensiero religioso russo, la situazione della Chiesa ortodossa in Russia, i problemi della società. È stato docente di lingua e civiltà russa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e di Milano e nel 1999 è stato ordinato sacerdote a Parigi per le comunità ortodosse di Brescia (esarcato russo del Patriarcato di Costantinopoli). È sposato e ha quattro figli.

 

 

 

 

webmasterwww.larici.it - info@larici.it