|
Icone
Storia
Arte e architettura
Letteratura e critica
Pubblicazioni
|
ICONE
>
Rudolf
Arnheim, La prospettiva invertita e lassioma del realismo
La scala di dimensione
Il
termine prospettiva invertita si riferisce essenzialmente
a due aspetti della rappresentazione pittorica: la resa della dimensione
relativa da una parte e quella dei piani di forma geometrica, degli
involucri vuoti e dei solidi dallaltra. Nella letteratura storico-artistica,
la discussione ebbe inizio con un tentativo di interpretare la presunta
inversione dei rapporti dimensionali.
La pittura bizantina e medioevale ha insistito su un modo apparentemente
paradossale e enigmatico di mettere in scala la dimensione delle figure
umane e degli altri oggetti. Le ultime tracce di questa tradizione si
osservano ancora nella pittura dellalto Rinascimento. Inoltre,
luso della stessa perversa procedura è documentato nellarte
orientale, per nulla influenzata dai procedimenti europei. La procedura
sembrava rovesciare uno dei principi fondamentali dellesperienza
visiva o almeno della proiezione ottica, quello secondo il quale più
grandi le cose appaiono, più vicine sono allosservatore
e più in basso si situano nel campo visivo. Tale principio viene
rispettato nella prospettiva rinascimentale ma è stato spesso
violato in lunghi e importanti periodi dellarte occidentale e
orientale. Un semplice esempio ci è dato da un mandala giapponese
databile intorno allanno Mille della nostra era; esso ci mostrra
Vairocana seduto al centro e circondato simmetricamente da otto figure
più piccole di personaggi minori della gerarchia religiosa (Fig.
2). Se ci sforziamo di vedere il dipinto come un tentativo di rappresentazione
prospettica - e solo uno sforzo brutale può indurci a farlo,
in questo caso - ci accorgiamo dellassenza del necessario gradiente,
per il quale le figure in alto dovrebbero essere le più piccole
e quelle in basso le più grandi. In effetti, nulla allude ad
una rappresentazione di un piano orizzontale.
|
|
Fig.
2 |
Fig.
3 Albrecht Dürer, L'adorazione della Trinità da parte
di tutti i santi, 1511 (Kunsthistorisches Museum, Vienna) |
Un
sostenitore dellassioma per il quale ogni rappresentazione pittorica
deriva dalla proiezione sulla retina dello spazio visivo tridimensionale
rimarrà perplesso. Quali modelli si possono trovare in natura
per una simile aberrazione dalla norma? La nozione di prospettiva
invertita fu introdotta da Oskar Wulff in un suo saggio del 1907.
In modo significativo, Wulff non basava la sua argomentazione su esempi
così precisi come quelli offerti dai mandala giapponesi ma piuttosto
su dipinti dellalto Rinascimento nei quali si riscontrano strane
deviazioni rispetto al gradiente di grandezza, e questo allinterno
di composizioni che per il resto obbediscono alle regole della prospettiva
realistica. In una pala daltare di Dürer che ha per soggetto
Ladorazione della Trinità da parte di tutti i santi (Fig.
3 ), la rappresentazione dellassemblea celeste rispetta la prospettiva
realistica nella misura in cui le figure della folla di santi nella
metà inferiore vengono presentate come più vicine allosservatore
e quindi più grandi delle figure della parte superiore, compreso
il Cristo sulla croce, relativamente piccolo, al centro. In fondo al
quadro però appare un paesaggio terrestre, sorprendentemente
piccolo, con una sola figura in piedi, un minuscolo autoritratto dellartista.
Come secondo esempio Wulff cita la Visione di Ezechiele di Raffaello,
dipinta pressapoco nel medesimo periodo; in essa, ancora una volta,
abbiamo unampia scena celeste che confina con un piccolo paesaggio
sullo sfondo, un paesaggio che contiene la minuscola figura del profeta
che riceve la visione. Una simile interferenza coin il gradiente di
grandezza non è compatibile con la vista che avrebbe un osservatore
esterno della scena. Ma invece di riconoscere lesistenza di un
conflitto fra due diversi principi di rappresentazione, Wulff è
costretto dallassioma del realismo a cercare nel mondo esterno
una situazione che si conformi in modo accettabile alla scala di grandezza
adottata dal pittore. Wulff giunge quindi alla conclusione che in questi
casi ci troviamo di fronte a esempi di Niedersicht, cioè di visione
dallalto, di prospettiva a volo duccello, in cui le dimensioni
si dispongono in una scala decrescente a partire dal punto di vista
del personaggio più importante dellintero quadro. Nel dipinto
di Dürer, quindi, la figura del pittore è piccola perché
così appare ai personaggi celesti sopra le nuvole. Lartista
ci trasporta nel regno celeste esercitando il suo sovrano diritto a
farci vedere la sua opera da un punto di vista completamente indipendente
da ogni possibile posizione dellosservatore esterno. Wulff
ritiene poi che soltanto attraverso unanalisi psicologica possiamo
sperare di capire il trattamento soggettivo dello spazio e si riferisce
per questo a Theodor Lipps, le cui teorie sullempatia erano state
rese pubbliche pochi anni prima.
Lipps aveva teorizzato che gli osservatori danno vita agli oggetti inanimati
proiettando la loro propria esperienza dellattività fisica
sulle forme percepite - per esempio sulle colonne di un tempio. Questa
teoria non può in alcun modo essere ritenuta responsabile delluso
inaccettabile che Wulff ha fatto di essa. Lipps applicava il concetto
di empatia solo alle istanze in cui la proiezione soggettiva da parte
dellosservatore integra ma non contraddice ciò che egli
vede; invece la scala di dimensione prospettica attribuita da Wulff
allesperienza percettiva di una persona allinterno dello
spazio pittorico sarebbe in diretto contrasto con la scala che losservatore
esterno troverebbe nel dipinto. Allosservatore che guarda il quadro
si chiede insomma che, per empatia, veda gli oggetti tanto più
lontani quanto più gli sembrano vicini.
La tesi di Wulff fu respinta sin dal principio dagli altri storici dellarte,
che laccusarono di attribuire una prospettiva dimensionale soggettiva
a culture artistiche che non la conoscevano e che quindi erano ancor
meno in grado di praticare linversione di tale principio (2).
E stato sottolineato in modo positivo, a partire da una breve
nota critica pubblicata nel 1910 da Doehlemann, che il trattamento delle
dimensioni nelle opere in questione può essere interpretato in
modo più convincente come unoperazione di messa in scala
gerarchica, che attribuisce una maggior grandezza alle figure più
importanti. Più recentemente, John White, nel suo libro sulla
prospettiva nella pittura europea ha liquidato la prospettiva invertita
definendola un mostro mitico. In proposito White afferma:
La difficoltà consiste nel fatto che le variazioni nella
scala delle figure non dipendono né dal rapporto spaziale allinterno
della composizione né dalla relazione fra lintera scena
e lo spettatore. Il fattore decisivo consiste sempre nellimportanza
che, per una ragione o per laltra, è attribuita a ciascuna
figura.
Nel corso del Rinascimento, la messa in scala gerarchica venne a patti
con le esigenze della prospettiva dimensionale realistica. In un periodo
nel quale il piccolo ritratto del committente, in preghiera nellangolo
basso del quadro, era divenuto inaccettabile, Dürer, nella pala
erroneamente interpretata da Wulff, giustificò le ridotte dimensioni
del suo autoritratto inserendolo in un paesaggio distante. Pittori cone
il Tintoretto o El Greco conferirono alle figure più importanti
gerarchicamente una grandezza appropriata colllocandole in primo piano.
Più generalmente, ogni pittore intelligente si è servito
della scala dimensionale prescritta non solo per equilibrare il peso
visivo delle figure e degli altri oggetti pittorici presenti nella sua
composizione, ma anche per creare la gerarchia che voleva evocare. Lespressione
della grandezza e della piccolezza, della prossimità e della
distanza, serve a riflettere il significato simbolico voluto. Ciò
vale, oggi come ieri, anche per la fotografia e per il cinema.
Val la pena ricordare, di passaggio, che la rappresentazione spaziale
proiettiva ha creato un importante paradosso visivo. La topografia del
piano pittorico racchiuso entro una cornice suggerisce di collocare
i motivi dominanti al centro o nella parte alta della composizione e
solo eccezionalmente in prossimità del margine basso. Qualora
venissero sistemati nella zona inferiore del quadro, le figure o gli
oggetti cui si vuole dar rilievo apparirebbero più vicini e grandi.
La collocazione centrale, invece, conferisce al tema principale una
posizione relativamente distante nella scala della profondità.
Di conseguenza, a tale tema viene assegnata una dimensione ridotta (si
veda per esempio il crocifisso piccolo e distante nel quadro di Dürer).
La contraddizione che ne risulta tra apparenza visiva e importanza tematica
crea una tensione che viene usata per la prima volta a fini artistici
durante il Rinascimento, per esempio nellIncendio di Borgo di
Raffaello, in cui la figura dominante, quella del papa che opera il
miracolo, appare al centro del quadro, ma piccola e a grande distanza.
Al paradosso ricorre in modo più deliberato lo stile manieristico
del Tintoretto o di Bruegel: qui il tema principale rischia addirittura
di scomparire dalla vista.
Nel nostro secolo, gli artisti sono divenuti liberi di abbandonare la
scala di profondità continua della pittura tradizionale. Il più
semplice esempio di tale innovazione è dato dal fotomontaggio,
che giustappone frammenti di sistemi spaziali completamente estranei
luno allaltro. Le dimensioni dei vari oggetti pittorici
non possono più esser confrontate allinterno dello spazio
della rappresentazione. Una grande figura umana ritagliata da una foto
o un piccolo albero ritagliato da unaltra non sono rapportabili
tra loro fuori dello spazio pittorico della composizione, che deve rimanere
unitario per essere leggibile. Analogamente, un pittore come Chagall
combina scene su scale dimensionali diverse senza alcuna pretesa di
istituire uno spazio naturale continuo. Leffetto percettivo e
artistico di questa recente libertà va analizzato in modo sistematico.
Nota:
2. Curt
Glaser accettò linterpretazione di Wulff nel 1908 e la
applicò allarte orientale in Die Raumdarstellung in
der Japanischen Malerei, Monatshefte für Kunstwiss,
1 (1908), p. 420 sgg. Più tardi Glaser la respinse in gran parte
nel suo Die Kunst Ostasiens, Insel, Leipzig 1920; Erwin Panofsky
criticò le posizioni di Wulff in Die Perspektive als symbolische
Form, Vörträge d. Bibl. Warburg 1924-1925
(trad. it., La prospettiva come forma simbolica e altri
scritti, Feltrinelli, Milano 1961, pp. 37-117).
|