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ICONE > Enzo Biagi , Dio resiste

 

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Tutta l'avventura dell'umanità è una lotta implacabile del clero contro la scienza e la libertà di pensiero. Nei monasteri imperava la pederastia, il biblico Loth era un vecchio ubriacone che andava a letto con le figlie, non state a dar retta ai miracoli, alla favola della manna che piove dal cielo: gli dei se ne infischiano degli affamati e degli infelici. Nell'Enciclopedia Sovietica si legge: “Dio: un essere mistico inventato”.
Invece delle feste del calendario, ne hanno suggerite delle nuove: c'è il Giorno dei carristi, quello dei pescatori, degli artiglieri; poi, hanno trovato una liturgia profana: la Consacrazione dei lavoratori, il Palazzo della felicità, le Esequie civili.
Dicono che dal ‘17, nella sola Mosca, più di duecento chiese sono state distrutte (ce n’erano quattrocentosessanta), o trasformate in depositi di grano, cinema, musei. San Nicola è diventato un circolo di pionieri, una cappella in via Cechov è stata tramutata in un circo, nella cattedrale di Kazan, a Leningrado, come ho detto, c'è la più grande raccolta di materiale antireligioso: oltre 150 mila pezzi esposti fra statue, fotografie, quadri, incisioni. Nella cripta, sotto una tetra luce rossa, han ricostruito una camera di tortura dell'Inquisizione con boia, tizzoni ardenti, tenaglie e vittime. C'è una capanna, luogo di convegno di Vecchi Credenti, impegnatissimi nell'animare un'orgia.

Per tentare il bilancio (ma si possono misurare i sentimenti, l'indifferenza, il turbamento, o la certezza delle coscienze?) sono andato a trovare il compagno Puzin, presidente del Comitato per i culti. Il compagno Puzin è piccolo, tondo, diffidente e furbetto. E’ il solo funzionario sovietico che non si appella trionfalmente ai numeri, alla statistica: ignora quanti sono gli ortodossi, perché nessuno, giustifica, si è mai preoccupato di saperlo, non sa nemmeno quante chiese sono aperte a Mosca, certo, meno di quelle che esistevano nel periodo prerivoluzionario. L'ho tolto dall'imbarazzo: “Quarantaquattro, lo si legge anche nelle pubblicazioni ufficiali”, ma non mi è parso grato per tanta precisione. Mi ha detto che, durante la guerra, le sofferenze avevano ridestato fervori che parevano soffocati, o scomparsi, le file dei fedeli si allungavano sul sagrato; ma dopo lo slancio è diminuito e si sa, ha commentato ridendo, che, quando i credenti sono scarsi, il pope scappa. Lo Stato non spende un copeco per mantenere in funzione gli altari, ma le entrate dei sacerdoti sono molto alte, e questo permette loro di condurre una vita lussuosa.
Ci sono, in tutta la Russia, meno di diecimila chiese aperte ai fedeli, ma anche se per Pasqua la gente non si abbraccia per le strade dicendo: “Cristo è resuscitato. In verità è resuscitato”, molti mettono ancora al centro della tavola le uova colorate, e vanno a deporre sulle tombe dei loro morti pezzetti di torta, e il 7 gennaio festeggiano la nascita di Gesù.
Il pope deve limitarsi “all'esercizio del culto”: non può impartire alcun insegnamento, né sbrigare lavori manuali, come fabbricare rosari o ceri, né organizzare biblioteche, o prestare assistenza ai malati, non deve fare propaganda lontano dal pulpito, né pubblicare libri. La libertà di religione è riconosciuta dalla Costituzione sovietica, come si vede, con parecchie restrizioni. “Non hanno” scrive Giuseppe Josca “alcun potere autonomo, non possono gestire scuole, la loro unica fonte di finanziamento sono le offerte dei devoti.”
Il regime ha fatto qualche concessione, in cambio di una assoluta docilità. Così il patriarca Alessio deprecò nel 1956 “le forze antipopolari che hanno turbato la vita pacifica dell'Ungheria”; il metropolita Nikolaj definì Pio XII “un agente dell'imperialismo americano”, e Pimen, che amministra adesso gli ortodossi, a degli osservanti che gli chiedevano di appoggiare la loro domanda per la riapertura di un tempio ha risposto: “Se le autorità non danno il loro consenso, Dio non può benedire la vostra iniziativa”.
Solzenitzyn lo aveva accusato di sottomissione “abietta”, in una lettera che circolava clandestinamente: “Una chiesa diretta in maniera dittatoriale da alcuni atei è uno spettacolo che non si era visto da duemila anni”. Rispondono: meglio il meno peggio che il nulla.

Ho chiesto al compagno Puzin quanti sono gli ebrei: non ama le cifre ma, vibrando di composto sdegno, mi ha fatto presente che la questione dell'antisemitismo è stata inventata in Occidente. Allora gli ho ricordato un articolo della Pravda che condannava il triste fenomeno, e riportava, come si usa, per dar forza al discorso, anche il giudizio di Lenin: “Una infame esasperazione dell'odio nazionalista”, e ho osservato che, di solito, non si parla di problemi che non esistono, e non si deplorano colpe o tendenze che non si manifestano.
Gli ho domandato se non ne sapeva nulla di un libretto stampato a Kiev, sotto gli auspici dell'Accademia delle Scienze, con la firma di un certo D.K. Kycko, e il titolo indicativo: Il giudaimo senza abbellimenti. L'operetta, criticata anche dai comunisti italiani, era di facile e invogliante consultazione, stante le numerose illustrazioni: il giudeo che bacia lo stivale nazista, corrompe la gioventù, traffica con la Germania federale. Lo sanno anche i capitalisti, l'ho confortato, che non ci sono più i pogrom, come al tempo dello zar, né le spedizioni in Siberia, come al tempo di Stalin; ma il libro di Ehrenburg sulle sofferenze patite dagli ebrei durante l'ultimo conflitto non è mai uscito, e non hanno più un loro teatro, e la tiratura del mensile Sovietisch Heimland (La patria sovietica) è di venticinquemila copie, per tre milioni di potenziali lettori. Pochine.
Ci sono poi stati d'animo che si traducono in piccole malvagità. Così nella cronaca nera, se tra i colpevoli di qualche “delitto economico” c'è un semita, lo si dice, e i presunti legami degli ebrei sovietici con Israele suscitano una certa xenofobia.


 

 

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