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Enzo
Biagi , Dio resiste
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Non è mai stato semplice essere ebreo in Russia. I guai cominciano
già con Ivan il Terribile che fa annegare tutti gli israeliti
di Polotsk nella Dvina. Poi le espulsioni in massa, la segregazione,
i pogrom continuano senza interruzione, fino al XX secolo,
con ondate violente verso il 1881, e dal 1903 al 1907. Prima, dal '60
al '70, si era vista l'affermazione di una grande borghesia e di una
intelligentzija giudea. Una cultura yiddish si imponeva.
E da quei villaggi sereni, che hanno i colori di Chagall, che
escono i pionieri del sionismo, i Goldmann o i David Ben Gurion. Li
ritroveremo alla nascita dello Stato di Israele.
Lenin la pensa come Babel: L'antisemitismo è il socialismo
degli imbecilli, e tra i militanti rivoluzionari, e tra i commissari
del popolo, ci sono molti figli o nipoti di rabbini. Ma l'epoca d'oro
dura meno di dieci anni. Stalin non li ama. Troppo cosmopoliti, troppo
ironici, troppo portati alla fronda: meglio eliminarli. Il suo antisemitismo
si manifesta drammaticamente negli anni neri, dal '48 al
'52. Però è anche il primo a riconoscere Israele. In teoria,
gli ebrei hanno gli stessi diritti che competono agli appartenenti alle
più diverse nazionalità, a una propria cultura, all'insegnamento
della loro lingua, alle pratiche religiose. Sono tre milioni e mezzo,
e rappresentano un quarto del giudaismo mondiale, ma la realtà
è invece amara: c'erano, nel Trenta, sedici teatri, tra cui il
famoso "Habbima" al quale collaborarono anche Gorkij, Saljapin
e Stanislavskij, non ce n'è più uno; nel '56 c erano ancora
450 sinagoghe; 55 tredici anni dopo, con solo tre vecchi rabbini. Non
è proibito imparare l'yiddish (ma nessuno l'insegna)
né conoscere la tradizione ebraica (ma è una materia che
non figura). Se si può, e se pesa troppo, non c'è che
emigrare.
Il compagno Puzin mi ha risposto elencando le benemerenze editoriali
del Comitato: anche i battisti hanno la loro rivista, il Bratskij
Vjestnik (letteralmente: Il messaggero fraterno), e anche il patriarcato,
e si pubblicano perfino calendari per i cattolici e per i musulmani.
Il nostro dialogo è stato breve e imbarazzante; nessuno toglierà
dalla testa del compagno Puzin l'idea che io sono o un rabbino o un
insidioso provocatore.
Sono
andato, una domenica mattina, ad assistere alla messa, nella cattedrale
di Elochovskij. Era gremita. Dalla cantoria piovevano sulla folla (c'erano
anche tanti giovani, anche dei militari) le invocazioni. Dio ci
protegga, diceva il grosso pope, con la voce profonda, e il coro
rispondeva: Sia pace a tutti.
I diaconi si inchinavano, toccavano quasi la terra con la fronte, brillavano
gli ori, le lampade verdi, rosse, blu cupo, arancione, il canto era
forte e terribile, credo che annunciasse l'ultimo giudizio; i devoti
si segnavano tre volte, il vescovo, coi paramenti color tortora, incensava
il suo popolo, poi andò vicino al corpo del Santo Alessio, avvolto
nelle bende, c'erano tante lettere, chiedevano grazie, e l'uomo
di Dio cominciò a leggerle con tono implorante.
Il vescovo si chiama Konstantin Nicajev, è alto, bello, biondo,
ha più di cinquant'anni, ed è figlio di un medico; era
studente all'università quando decise di entrare nelle celle
di Zagorsk e di votarsi al Signore. Quando ebbe finito di domandare
pace per i tormentati, salute per gli infermi, la salvezza per i peccatori,
allargò le braccia, e intonò quel mottetto che dice: Ringrazio
Dio. Egli sarà con voi, e così lo Spirito Santo.
E la gente rispose: Alleluja, alleluja.
Poi sono entrato nella stanza del diacono Fjodor, cera odore di
stoffe preziose, di legno corroso, lo stantio del chiuso e del tempo.
Sul petto di Fjodor, sulla tunica azzurra, brillava una grande croce
e la catena spariva sotto i capelli chiari, sotto la barba fluente;
Fjodor sorrideva, fece bollire il samovar, mi offrì del tè
in una tazzina che sapeva di muffa, si scusò, non aveva altro.
Volevo sapere perché aveva scelto quella strada, che porta a
quello strano Personaggio, che dicono inventato dalla paura e dalla
superstizione, un Personaggio che, nonostante gli Sputnik e l'atomo,
è faticoso cancellare. Mi raccontò che, quando era bambino,
andava a giocare nella casa di uno starosta - un vecchio che
era stato il capo di un villaggio - dove c'erano molti oggetti sacri,
e il piccolo Fjodor domandava a che cosa servivano, che cosa rappresentavano.
Vent'anni fa, una sua sorella si uccise per amore, e la madre non seppe
sopportare la pena. Allora lui pensò che doveva pregare per quella
ragazza infelice, pregare fino all'ultima ora, per salvare quellanima
disperata. Si era sposato presto - ha due figli - e per ciò,
anche dopo gli studi in seminario, è rimasto un semplice sacerdote.
M'innamorai disse quasi per scusarsi che ero tanto
giovane."
E
un sabato sera sono andato alla sinagoga di via Archupova, che è
una delle quattro aperte al culto. Rivolti al muro che guarda a oriente,
gruppetti di piccoli ebrei gemevano, si inchinavano davanti ai rotoli
della torah, la dottrina che Mosè insegnò al
popolo d'Israele, che i genitori continuavano a insegnare ai figliuoli
e i saggi agli stolti, e Dio agli uomini, con le parole e le visioni
dei profeti.
Portavano tales un po' sbiaditi - i tales sono i manti
rituali, che si buttano sulle spalle per la preghiera - ardevano i candelieri
dalle molte braccia!
Conversai con un ebreo ricco, portava un cappello di feltro, conosceva
il tedesco, mi disse che possedeva una dacia, che aveva un figlio ingegnere
e proprietario di un'automobile, e non dovevo meravigliarmi, cinquantasette
ebrei sono membri dell'Accademia delle Scienze, e venti di quella della
Medicina, più dell'8 per cento dei giornalisti e degli scrittori
è ebreo, e anche più del 7 per cento degli artisti e dei
musicisti, e fece con orgoglio qualche nome, David Ojstrach, Leonide
Kogan, e Maja Plisetskaja, e il regista cinematografico Donskoj; anche
il monumento a Karl Marx, in centro, è di Lev Kerbel, un ebreo.
Disse che, purtroppo, i suoi correligionari hanno dimenticato lyiddish,
ottanta su cento non lo sanno più. E con gli anni, inesorabilmente,
anche sulla lingua del Talmud si è posata la polvere
dell'indifferenza, come sulle reliquie.
Si avvicinò un piccolo israelita, mi disse che era un pensionato,
indossava un impermeabile ormai senza colore, aveva l'aria dolce e rassegnata
di chi ne ha viste tante, ma sa che Dio non può abbandonarlo,
perché Dio salvò la sua gente dalle crudeltà dell'Egitto,
e dalle insidie del deserto, e mi chiese, e lo chiese per avere una
conferma, per sentirsi vicino a qualcuno: Anche lei è ebreo,
vero?. E io non seppi dire di no, mentii: Sì, sono
ebreo anch'io, e pensai, per un attimo, al compagno Puzin e mi
misi accanto al piccolo uomo dall'impermeabile senza colore, davanti
al muro che guarda a oriente.
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