Icone

Storia

Arte e architettura

Letteratura e critica

Pubblicazioni

ICONE > Santi principi Boris e Gleb


Fin quando fu in vita Vladimir I, Gran Principe di Kiev e della Rus', che aveva cristianizzato nel 988, il territorio era diviso tra i figli avuti da Anna, sorella di Basilio II, basileus di Costantinopoli: Jaroslav comandava a Novgorod, Boris e Rostov, Gleb a Murom, Svjatoslav nel paese dei Drevljani, Mstislav a Tmutarakan e Svjatopolk a Turov. Al momento della morte di Vladimir (15 luglio 1015), a Kiev era presente solo Svjatopolk che, per sete di potere, non informò i fratelli, ma anzi ordinò di uccidere Svjatoslav, Boris e Gleb. Alla fine di sanguinose battaglie, nel 1019, Svjatopolk fu sconfitto e ucciso sul fiume Al'ta dal fratello Jaroslav, che così divenne Gran Principe di Kiev e lo fu per trentacinque anni meritandosi l'appellativo "il Saggio". A lui si deve il trasferimento, nel 1020, dei corpi dei fratelli Boris e Gleb nella chiesa di San Basilio a Vysgorod, gli onori per la loro tragica morte e la diffusione del culto.

Alcuni decenni dopo il martirio dei principi comparirono tre diverse storie agiografiche: un racconto inserito in una cronaca del 1015 circa, la Lettura sulla vita e l'uccisione di Boris e Gleb contenuta nella nota Cronaca di Nestore (scritta nella seconda metà dell'XI secolo) e la Narrazione, un'opera encomiastica composta da un autore ignoto, ma attribuita dal metropolita Makarij al monaco Iakov.
Soltanto Nestore ha dato qualche informazione sulla vita condotta dai due fratelli prima del loro assassinio: essi erano legati da un profondo vincolo di affinità spirituale; il giovane Gleb non si separava mai dal colto Boris, che raccontava le vite e le passioni dei santi pregando Dio affinché li seguisse nel loro cammino. Nella cronaca mancano altri particolari, forse perché la sensibilità popolare era rimasta molto colpita dal modo in cui essi affrontarono la morte e quindi era di questo che si chiedeva il racconto.
La notizia della scomparsa del principe Vladimir (1015) raggiunse Boris, impegnato nella campagna contro i Peceneghi, che abitavano il territorio solcato dal Danubio e il Dnepr sulle rive del Mar Nero. Senza affrontare i nemici, Boris fece ritorno a Kiev e, per strada, venne a sapere dell'intenzione di Svjatopolk di ucciderlo. Ma non credette al pericolo, in quanto accettava la decisione del fratello maggiore di far proprio il diritto di primogenitura per insediarsi sul trono, diritto allora non codificato. Boris, raggiunto dai sicari di Svjatopolk sul fiume Al'ta, trascorse la notte in preghiera nella sua tenda, dove all'alba venne trafitto dalle loro lance. Georgij, un fedele servitore ungherese, tentò di fargli scudo con il proprio corpo, ma morì colpito al petto. Avvolto nella tenda, il corpo di Boris fu trasportato su un carro a Kiev, ma alle porte della città i nemici si accorsero che Boris respirava ancora, così due varjaghi lo finirono con le spade: era il 24 luglio. Fu sepolto a Vysgorod nella chiesa di san Basilio.
Gleb fu raggiunto dalla notizia della morte del padre e del fratello sul fiume Dnepr, nelle vicinanze di Smolensk. Avvisato dal fratello Jaroslav che lo aveva raggiunto ma non volendo credere alla malvagità del fratello maggiore, non fece nulla per nascondersi. Così la barca degli assassini incontrò quella di Gleb, che inutilmente implorò pietà. Obbedendo agli ordini dei nemici, il cuoco di Gleb tagliò la gola al padrone con un coltello: era il 5 settembre. Il corpo del principe fu legato, lasciato sul fiume tra i tronchi tagliati, e abbandonato. Solo dopo qualche anno (1019-1020) fu trovato intatto da Jaroslav, che seppellì il fratello a Vysgorod, accanto a Boris.

 
fare clic per ingrandire
fare clic per ingrandire
fare clic per ingrandire
fare clic per ingrandire


La tradizione agiografica propone le preghiere e le meditazioni dei santi principi che accettarono con remissività quasi gioiosa la morte. Boris e Gleb non opposero la minima resistenza al loro assassinio poiché ritenevano di partecipare alla sofferenza di Cristo attraverso la violenza esercitata su di loro. Fino all'ultimo, furono risoluti nella convinzione di assecondare la volontà del loro fratello maggiore, mai lo considerarono malvagio. Il loro pensiero fu costantemente rivolto a Cristo, all'amore che da lui discende e alla sofferenza da lui patita.
Si sono tramandate soprattutto le riflessioni di Boris sul proprio sacrificio ("Scorrerà il mio sangue, sarò un martire del Signore"), mentre chiedeva a Cristo di renderlo "degno di affrontare questo dolore", cercava conforto nel ricordare "la sofferenza e la paura" dei santi martiri Nikita, Vjaceslav e Varvara, uccisi per mano dei loro padri o dei loro fratelli, ringraziava Dio di avergli concesso "di soffrire tutto questo per amore della Tua parola". Le sue ultime parole furono: "Sia gloria a Te, che mi hai concesso di assaporare le delizie della vita immortale... che mi hai mostrato le sofferenze dei santi martiri... A te la lode, in questo giorno immortale: accoglimi presso di Te, troverò la pace: Accoglimi, o mio Signore, io non mi tiro indietro, non rinnego ciò che ho detto".
Anche Gleb non ebbe alcun timore davanti alla morte e si rivolse a Cristo con queste parole: "Rendi forte la mia fede al Tuo volere... Tu sei tutto Signore, Signore mio. Tu decidi ogni cosa per me, tutto è nelle Tue mani e tutto a Te ritornerà, anche il fratello tradito dal suo stesso fratello nell'ora della morte".
Aver saputo superare l'umana debolezza con fiducia e amore sconfinato è la chiave di volta per capire il loro sacrificio avvenuto senza opporre alcuna resistenza. Non fu la sottomissione al fratello maggiore che li animò, infatti disse Boris: "Guardate, miei nobili fratelli, questo che mi unisce al mio fratello maggiore è un legame santo. Si fa presto a diventare nemici, dimenticando che esso è un dono miracoloso dato da Dio. Il suo significato si realizza nell'unione del minore con il maggiore, non nella sottomissione al più grande; nel conforto reciproco, non nell'ammazzarsi. E questa grazia, portatrice di concordia, è perciò santa". E non fu nemmeno la vittoria con le forze del male che caratterizza la storia di tanti martiri. Il loro eroismo sta nell'aver accettato il proprio destino nel nome di Cristo.

 

 

 

webmaster www.larici.it - info@larici.it