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ICONE > Jacques Brosse, Dal giardino dell’Eden al legno della Croce, 1989


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La presenza di due alberi ha sempre incuriosito i commentatori, e gli esegeti moderni ammettono che uno dei due costituisce forse un’aggiunta posteriore; secondo loro, l’albero aggiunto sarebbe l’Albero della Vita. Non potrebbe, invece, piuttosto, trattarsi dello stesso albero considerato sotto due diversi aspetti? Basta riandare al duplice significato della mela e del melo per capire sia perché l’albero dell’Eden sia stato identificato con questa specie sia cosa rappresenti quest’albero, se è unico. I suoi frutti possono dare la vita, o la morte; rappresentano il desiderio, quindi l’istinto di riproduzione, di procreazione che, mediante un artificio, fa credere alla sopravvivenza sotto forma di posterità, sopravvivenza tutto sommato illusoria. Ma rappresentano anche la conoscenza suprema la cui acquisizione è possibile solo agli eroi capaci di superare le inevitabili prove, di praticare un’ascesi la cui conclusione può essere mortale, quella che si impone a Odino, per esempio, appiccato al frassino Yggdrasill, o le prove di austerità cui si dedica per dieci anni il Buddha, prima di sedersi sotto l’Albero del Risveglio. L’albero forma una biforcazione, si divide in due rami, i quali rappresentano le due vie tra le quali il primo uomo – qualsiasi uomo – deve scegliere: la via biologica che conduce alla perpetuazione della specie e quindi mette in moto il processo della Storia, e la via mistica, atemporale, nella quale l’uomo non si separa dal suo Creatore, resta come egli l’ha fatto, «a sua immagina e somiglianza», e in questo caso la Storia non comincia neppure.

Esiste anche un’altra possibile interpretazione del dualismo Albero della Vita - Albero della Conoscenza, interpretazione che usando la nostra ottica sembra preferibile, non soltanto perché più vicina al testo della Genesi ma anche, soprattutto, perché conforme ai vari miti relativi all’Albero della Vita in altre tradizioni, in particolare mesopotamiche e quindi del paese da cui proviene Abramo. Per i Babilonesi, infatti, sulla soglia orientale del cielo si ergevano due alberi, quello della verità e quello della Vita, che potrebbero essere gli immediati predecessori degli alberi della Bibbia. Il capitolo 3 della Genesi si potrebbe commentare così. (5) Gli occhi di Adamo, dopo che ha mangiato il frutto dell’Albero della Conoscenza, si aprono davvero; solo allora, tra gli alberi del Giardino, egli scopre l’Albero della Vita, che non aveva ancora identificato in quanto tale. Questa interpretazione è confermata dal testo della Genesi: «Poi il Signore Iddio disse: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi nella conoscenza del bene e del male. Ora dunque, che egli non stenda la mano e non colga anche dell’albero della vita, e ne mangi e vita in eterno”.» Fu per allontanare definitivamente quel rischio che Dio «cacciò dunque l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini». (6)

Sicché Adamo non poteva conquistare l’immortalità rivelatagli dalla conoscenza se non mangiando del frutto del secondo albero, l’Albero della Vita. La funzione del Serpente, che prefigura lo spirito maligno, diventa allora del tutto diversa: egli distoglie l’attenzione di Eva, e poi quella di Adamo, dall’albero buono, l’albero dell’immortalità, del quale è il guardiano. Ma la tentazione mediante il Serpente può avere un altro senso: il Serpente voleva acquisire l’immortalità per sé (come nelle credenze di altri popoli l’ha in effetti conquistata), perciò gli occorreva trovare l’Albero della Vita nascosto in mezzo agli alberi del giardino. Incapace di arrivare lui stesso alla conoscenza, incita perfidamente quelli che possono farlo a mangiare del frutto dell’Albero della Conoscenza, ma a costo di disubbidire agli ordini categorici di Dio. Scoprendolo grazie alla conoscenza che ha appena acquisito, Adamo rivela al Serpente dove si trova l’Albero della Vita.

Nella maggior parte delle altre tradizioni, l’Albero (o la Fontana) della Vita si trova in un luogo inaccessibile, all’estremità della terra, presso il mondo dei morti, per esempio nel giardino delle Esperidi che perfino un eroe quale Eracle fa gran fatica a trovare, ed è difeso da un mostro, serpente o drago, che ne impedisce l’accesso – Ladon nel giardino di Atlante; il drago che Giasone deve affrontare per conquistare il Vello d’oro appeso a un albero – mostro che occorre prima di tutto battere per potersi poi impadronire dell’oggetto bramato. Quanto all’eroe babilonese Gilgamesh, dopo esser sceso in fondo al mare e aver strappato un ramo della pianta «piena di spine» della quale Utnapishtim, il saggio sfuggito al Diluvio e diventato immortale, gli ha rivelato l’esistenza, sulla via del ritorno si lascia derubare del ramo del serpente, che lo inghiotte diventando così immortale in vece dell’eroe. Questa triade – il primo uomo o l’eroe alla ricerca dell’immortalità, l’Albero della Vita che può dargliela e il serpente che ne impedisce l’accesso – si ritrova nella maggior parte delle mitologie, per esempio, in forma leggermente diversa, presso i Germani con Yggdrasill, Odino e Nioggrh, il serpente gigante. La lezione che se ne ricava è evidente: l’immortalità può essere conquistata solo a prezzo di prove sovrumane. Adamo non lotta neppure contro il serpente, lo ascolta e gli crede, mentre Gilgamesh per sventatezza gli lascia una facile vittoria; perfino quelli che ne vengono a capo, come Eracle, devono passare dalla morte. (7)

Nel racconto della Genesi, dopo aver modellato l’uomo dall’argilla della terra, (8) presa, secondo la tradizione ebraica, sul monte Sion che era considerato «l’ombelico del mondo», e dopo averlo «animato» con il suo soffio, l’Eterno pianta per lui un giardino e, nel giardino, gli alberi dei quali Filone di Alessandria nel suo Commento allegorico sulle Sante Leggi (9) dice che «avevano un’anima ed erano ragionevoli, e in guisa d frutti portavano le virtù, l’intendimento immortale e la vivacità di spirito grazie alla quale si distingue e si conosce l’onesto e il disonesto, la vita sana, l’immortalità e qualsiasi altro principio». Questo Albero, se è uno solo, rappresenta le due possibilità che sono aperte ad Adamo, il desiderio o la rinuncia, l’esistere o l’essere, tra le quali l’eterno gli raccomanda di non fare la scelta sbagliata, cioè di non preferire la materia, la terra di cui è modellato, allo spirito che gli è stato insufflato e che lo anima. Ma molto prima della tentazione, fin dal divieto promanato dall’Eterno, la scelta di Adamo è compiuta, giacché il racconto biblico continua: «Poi l’Eterno Iddio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo; io gli farò un aiuto che gli sia convenevole”». (10) Qui Dio non fa che ratificare la scelta implicita del primo uomo. Il suo desiderio ancora oscuro di essere due già rompe l’unità primordiale, e tutto il resto ne deriverà in modo naturale, inevitabile.

 

 

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Note:
5. Cfr. Paul Humbert, Ètudes sur le récit du Paradis et de la chute dans la Genèse, Neauchâtel 1940.

6. Genesi, 3, 22-23.

7. P. Humbert, op. cit.; M. Eliade, Traité d’histoire des religions, Paris 1953, tr. italiana, Trattato di storia delle religioni, Torino 1954, pp. 291-293.

8. Adamo deriva da adamah, «suolo».

9. Filone d’Alessandria, Commentaires allégorique des saintes lois, tr. francese 1909.

10. Genesi, 2, 16-17.

 

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