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ICONE > Jacques Brosse, Dal giardino dell’Eden al legno della Croce, 1989 (*)


Il francese Jacques Brosse (1922-2008) fu naturalista, saggista, psicanalista, filosofo, poeta e, soprattutto, maestro zen. Cristiano d’origine, ebbe come primo padre spirituale il fratello Pierre, maggiore di 18 anni, che lo introdusse allo studio della storia. Frequentò i corsi di filosofia e psicanalisi a Parigi, ma durante la Seconda guerra mondiale emigrò in Svizzera dove conobbe Simone e Antoine Veil e Albert Camus che gli fece pubblicare
Le Secret.
Grazie a questo libro, diventato uno dei testi dei servizi diplomatici francesi, nel 1947 Brosse fu nominato corrispondente della Radio francese alle Nazioni Unite a New York, incarico durato due anni. Tornato a Parigi, si impiegò per breve tempo nella Direzione degli affari culturali al Ministero degli Esteri e, nel 1953, alle Edizioni Robert Laffont come redattore principale, ove rimase fino al 1981. Appassionato di scienze naturali, si trasferì in campagna con la moglie, la scrittrice Simonne Jacquemard, svolse incarichi e ricerche, per il Museo nazionale di Storia naturale, tra cui la creazione di alcune riserve naturali in Francia, e scrisse molti libri sulla flora e la fauna, tra cui
L’Ordre des choses (1956) che ricevette le lodi del filosofo Gaston Bachelard, dell’antropologo Claude Lévi-Strauss, il primo a intuirne lo spirito zen, e del poeta Jean Cocteau. In particolare, l’albero è stato il soggetto di molte opere di Brosse, tra cui Mythologie des arbres (1989), L’Arbre et l’Éveil (1997), Larousse des arbres et des arbustes (2000). Da tempo interessato alla religione cristiana, soprattutto orientale, e poi al buddismo, in particolare zen, visse un periodo presso gli indiani dell'America latina e al ritorno a Parigi diventò discepolo del maestro giapponese Taisen Deshimaru, si fece monaco nel 1975 e, alla morte del maestro, si dedicò all’insegnamento dello zen e dell’arte e letteratura buddista. Nel 1987 l’Académie Française gli consegnò il Gran premio della letteratura per l’insieme della sua opera inerente al buddismo, diventata cospicua negli anni. Ma non va dimenticato che Brosse era molto esperto anche di cristianesimo, tanto da pubblicare, nel 1995, una monumentale Histoire de la chrétienté d'Orient et d’Occident, de la conversion des Barbares au sac de Constantinople 406-1204, non ancora tradotto in italiano.

 

Nell’arte cristiana l’albero della Tentazione è rappresentato sotto forma di melo. La varietà di reazioni suscitate nel nostro inconscio dalla mela ci consentono di capirne il motivo. Malgrado l’apparenza a prima vista semplice, rustica, rassicurante, questo frutto, in quanto simbolo, diventa complesso e anche un po’ inquietante. Il suo significato ha infatti tre aspetti: la conoscenza, l’immortalità, il desiderio. Ma i primi due sono in definitiva riconducibili al terzo. L’uno e l’altro formano l’oggetto di un desiderio sacrilego. La conoscenza di cui qui si tratta è la conoscenza iniziatica, che non si può acquisire senza rischio perché si propone di svelare i misteri, i segreti che sono per natura nascosti e impenetrabili alla mente umana. Quanto all’immortalità, è sovrumana e poteva essere conquistata solo dagli eroi. Eracle trafuga i pomi delle Esperidi solo con l’astuzia e tuttavia anche lui, in un primo momento, deve morire per questo. Presso i Germani e i Celti come presso i Greci, i pomi dell’immortalità appartengono agli dei, alle creature dell’Altro Mondo, e non a coloro che per loro essenza sono mortali. Infine il desiderio, quale è incarnato da Afrodite, sconvolge non solo l’ordine sociale ma l’ordine divino, l’ordine universale, che esso infrange, perché può arrivare anche a produrre la mescolanza di mortali e immortali. Di questa trasgressione si trova un esempio anche nella Bibbia, nell’episodio dei «figli di Dio e delle figlie degli uomini», conseguenza indiretta del fatto di aver mangiato del frutto proibito. (1) Secondo gli esegeti, si tratterebbe di una leggenda popolare sui Nefilím, specie di Titani orientali nati dall’unione di donne mortali con esseri celesti. «Vedendo i figli di Dio che le figlie degli uomini erano belle, si presero per moglie quelle fra esse che loro piacquero». I figli nati dalle unioni furono «i forti, gli uomini famosi fin dai tempi antichi». È significativo che questa storia, pur non essendo menzionata tra le sue cause, compaia nella Genesi, subito prima del racconto del diluvio universale. Infatti Dio non può che punire quelle unioni contro natura, quella seconda caduta dello spirito nella materia, nella carne. «Disse allora il Signore: “Il mio spirito non contenderà per sempre con l’uomo; perché è carne; il suo tempo sarà di centoventi anni”». Così, a partire da Adamo, del quale la Genesi dice che visse novecentotrent’anni, la vita ha continuato ad accorciarsi con il progredire del male. Centovent’anni saranno d’ora in poi la durata massima dell’esistenza umana. Ora, secondo coloro che redassero la Genesi, a centotrent’anni Adamo generò un figlio, Seth, destinato, come afferma Eva, a prendere «il posto di Abele, che Caino ha ucciso». (2) La caduta di Adamo ed Eva fu seguita da una serie di cadute che a poco a poco ridussero la vita degli uomini, via via che si allontanavano da Dio.

Mangiando il frutto dell’albero della conoscenza del Bene e del Male, Adamo ed Eva hanno contravvenuto a un divieto formale, hanno voluto superare la condizione che Dio aveva previsto per loro. È quanto viene esplicitato nel dialogo tra Eva e il Serpente sotto l’albero. «“Davvero Dio v’ha detto: Non mangiate di alcun albero del giardino?” Rispose la donna al serpente: “Noi possiamo mangiare del frutto degli alberi del giardino; ma quanto al frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino, Dio ci ha detto: Non mangiatene, anzi neppure toccatelo, altrimenti morrete.” Allora il serpente disse alla donna: “No, voi non morrete, anzi Dio sa che il giorno in cui ne mangerete vi si apriranno gli occhi e sarete come Dio: conoscitori del bene e del male”.» Il frutto in tal modo definito corrisponde certamente al significato simbolico della mela, e il «pomo d’Adamo», sporgenza della cartilagine tiroidea, visibile soprattutto nell’uomo, dimostrava che il frutto proibito gli era rimasto «nella strozza». Solo che in nessun posto sta scritto che l’albero della Conoscenza fosse un melo. L’unica specie di cui viene indicato il nome è il fico, del quale Adamo ed Eva, dopo aver ceduto alla tentazione, utilizzano le foglie per farsi un perizoma. Poiché la Genesi non precisa che si tratta dello stesso albero, sarebbe temerario supporre che fosse il fico l’albero che produceva il frutto tentatore. Eppure, se ci rifacciamo al significato simbolico di questa specie, e in particolare a quello della sua foglia «che sembra presentare qualche somiglianza con un membro virile», la coincidenza è inquietante. Non si può evitare di pensare che coprendosi di foglie di fico, i nostri primi genitori abbiano in precedenza scoperto il fallo, almeno come organo peccaminoso e, in quanto tale, l’abbiano naturalmente identificato col Serpente (3) stesso che rivela a Eva la sua femminilità, la mela. Questo duplice significato sessuale è addirittura così chiaro da rischiare di ridurre tutta questa storia a un divieto caricaturalmente infantile: la scoperta del sesso e la gelosia del Dio Padre castratore, cosa vera solo in parte, perché le sue implicazioni oltrepassano questa cornice troppo angusta. A questo punto fermiamoci però, perché esulerebbe dal nostro proposito tracciare qui una teologia o una metafisica, e tanto meno una psicoanalisi, del peccato originale, e torniamo all’albero in sé quale esso compare nel racconto della Genesi. «Poi il Signore Iddio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva modellato. Il Signore Iddio fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli all’aspetto e buoni a mangiare e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male». (4) Questo è il giardino che nella versione greca della Bibbia sarà chiamato «paradiso», dal termine persiano con cui si indica un parco reale destinato alla caccia e allo svago, mentre nella parola Eden bisogna probabilmente riconosce l’assiro edinu, che significa «steppa»: il paradiso sarebbe quindi un’oasi nel deserto. Quanto alla sua localizzazione, può essere solo a oriente: in tutte le tradizioni la vita nasce a levante, con il sole, e il regno dei morti si estende a ponente.

 

 

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Note:
*. J. Brosse, Mitologia degli alberi. Dal giardino dell’Eden al legno della Croce, BUR Rizzoli, Milano 2006, VII ed, pp. 251-267. L’opera originale (Mytologie des arbres) è del 1989, tradotto in italiano nel 1991.

1. Genesi, 6, 1-5.

2. Genesi, 4, 25-26.

3. Al Louvre esiste un singolare disegno di Michelangelo che rappresenta Adamo. Il fallo è raffigurato sotto forma di un serpente in mezzo a due fichi.

4. Genesi, 2, 8.

 

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