|
|
|
| ICONE > Panayotis Christou, La vita monastica nella Chiesa ortodossa orientale Gli
ideali della vita monastica L’osservanza di queste tre virtù era accolta dai novizi per mezzo di un giuramento speciale, durante la cerimonia della tonsura. La formulazione di questo voto coincise con la fondazione del sistema cenobitico e la base scritturale e dottrinale del monachesimo fu elaborato poco dopo. Senza ciò, il monachesimo correva il pericolo di deviare in direzione degli itineranti messaliniani. In questo modo fu ottenuta l’asservimento del monachesimo alla Chiesa, e l’avviamento del loro potere in un senso utile alla Chiesa. Questo asservimento fu confermato da Gustiniano e integrato alle leggi (Nearai, 5, I, 67, I). Tuttavia, non sono questi i tre unici vizi che minacciano l’integrità morale degli asceti. Nell’aretologia successiva, altri vizi, insieme a quelli citati, costituiscono i peccati capitali: gola, lussuria, avarizia, ira, afflizione e scoramento, vanità e orgoglio. Le passioni che corrispondono a questi peccati si devono smorzare per raggiungere lo stato di assenza della passione. L’autoesame e l’autocritica, specialmente prima di coricarsi, forniscono al monaco armi potenti per affrontare i demoni. Ma la sua arma principale è la preghiera, cioè l’orazione continua e intensa. L’intera vita dei monaci è dominata da questo teorema con Dio: «la vita intera è un momento per pregare» (Basilio, Discorso ascetico, P.G, XXXI, 877). La giornata dei monaci è divisa in tre cicli di otto ore, per pregare, riposare e lavorare. Il lavoro intenso persegue un triplice obiettivo: assicurare il sostentamento, aiutare i compagni ed evitare i cattivi pensieri che accecano la coscienza umana specialmente quando si sta in ozio. I prodotti artigianali e artistici dei monaci sono sempre stati di una qualità eccezionale e perciò continuano a essere molto richiesti, in particolare le loro pitture e sculture. Allo stesso modo, le opere della letteratura classica cristiana sono state conservate grazie alle copie effettuate nei laboratori dei monasteri. Le attività filantropiche degli monaci erano in relazione con il lavoro. Come abbiamo visto, dapprincipio la devozione con le attività benefiche è stata promossa e sistematizzata da Basilio il Grande, che, in seguito, dichiarò per lui inconcepibile un monastero senza spazi per gli ospiti, per l’ospedale e per la scuola. A esempio possiamo citare il monastero del Pantocratore di Costantinopoli, fondato nel XII secolo, che disponeva di un ospedale, con medici per uomini e per donne, la cui organizzazione ricorda quella degli ospedali moderni. Era diviso in quattro sezioni: medicina, chirurgia, ginecologia e otorinoiatrìa. Oggi si possono ancora apprezzare reminiscenze di questa attività filantropica. I beduini che vivono vicino al monastero di Santa Caterina sul Sinai non fanno mai il pane, ma si riforniscono gratuitamente nel monastero, e coloro che visitano qualche monastero ortodosso ricevono ospitalità gratuita. I monaci impegnati nella lotta contro le passioni, lavorando a sostegno dei bisognosi, sono stati chiamati nei primi tempi attivi (praktikoi). Ma, oltre all’attività, c’è uno stadio superiore nella scala della perfezione monastica: la contemplazione (theoria), lo sforzo verso la comunione diretta con Dio. Tale differenziazione delle attività degli monaci si trova già in una poesia di Gregorio il Teologo: “Preferire
attività o contemplazione” Il silenzio è stato un elemento indispensabile per l’asceta nella ricerca della perfezione. Per silenzio si intende la pace interiore e la relativa quiete esteriore, attraverso la quale si eliminano le passioni. Questo stato fu chiamato “esicasmo” nell’ultimo fulgido periodo della teologia mistica bizantina. Il silenzio era unito inseparabilmente alla ascesi cristiana. Gli sforzi dei primi monaci in questa direzione erano volti alla forma di un silenzio balbettante e permanente se le circostanze lo richiedevano. Si dice che l’abba Poimen abbia affermato: «Quello che parla per amore di Dio agisce correttamente; quello che resta in silenzio per amore di Dio agisce lo stesso modo correttamente». (Detti dei Padri, 721). In qualche caso e dopo qualche tempo, il silenzio, sebbene non prevalesse eccessivamente nel pensiero monastico, ricevette una maggiore enfasi dovuta alla sua relazione con la preghiera interiore. Era stato considerato che l’orazione, come prodotto della disposizione del cuore, non aveva bisogno di essere espressa oralmente, ma anzi, inducendo stimoli esterni, avrebbe potuto interrompere la concentrazione sull’oggetto della preghiera. Da ciò nacque l’orazione interiore e mentale, che si è poi cristallizzata nella breve preghiera di Gesù, ripetuta incessantemente. Circondati dall’assoluto, grazie al silenzio, gli occhi “spirituali” degli monaci contemplativi si apersero. Si resero meritevoli di visioni e usufruirono di esperienze spirituali difficili da descrivere. Vivevano in uno stato d’illuminazione continua della visione della luce, e di comunione con le cose della luce. La parola “luce” e altri termini a essa relazionati sono illustrati in quasi tutte le pagine delle opere di Simeone il [Nuovo] Teologo e Gregorio Palamás. Questa luce è parte di Dio. Mediante una paradossale fusione di ciò che è storico e di ciò che è metastorico, l’esperienza della deificazione (theosis) è resa possibile qui e ora. La luce vista dai discepoli di Cristo sul Monte Tabor, la luce che gli esicasti vedono oggi e la luminosa qualità del mondo futuro costituiscono tre fasi dello stesso evento spirituale, fuse in una realtà sovratemporale. La denominazione unilaterale di “contemplativi” ha contribuito a far sì che si sia dimenticato l’aspetto di missione sociale della vita monastica in Oriente, in contrasto con lo sviluppo degli eventi occidentali. Nonostante i ripetuti tentativi effettuati, la riorganizzazione della vita monastica basata sui vecchi princìpi, specialmente sulla regola di Basilio il Grande, non arrivò a ottenere effetti, per il fatto che questi tentativi erano limitati in obiettivi e intensità. Senza dimenticare la “contemplazione”, alla quale tanto devono la devozione e la letteratura religiosa, è necessario sottolinearne una volta di più l’attività e fondare monasteri che promuovono gli ideali cristiani nella società organizzata dell’umanità.
|
|