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ICONE > Santi Cirillo e Metodio


Anticamente tra le popolazioni slave si usava un unico idioma abbastanza omogeneo, che, non essendo testimoniato da scritti, è stato ricostruito con i procedimenti della linguistica diacronica (cioè quella che studia i fatti linguistici nella loro evoluzione storica) ed è chiamato protoslavo. In seguito, in concomitanza con l’alfabetizzazione, si perse l’unità linguistica degli Slavi e hanno acquistato particolare valore i documenti della più antica lingua con tradizione letteraria: il paleoslavo, basato sul dialetto bulgaro-macedone del tempo, che si diffuse subito in tutta l’area slava-ortodossa. Questa è, infatti, la lingua dei vangeli, dei salmi e dei testi liturgici, la stessa inventata dei santi Cirillo e Metodio che la Chiesa ortodossa festeggia come “santi isapostoloi”, cioè uguali agli apostoli, e maestri degli Slavi l’11 maggio (24 maggio nel calendario gregoriano).

 
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I fratelli Costantino e Michele – conosciuti con i loro nomi monastici: Cirillo e Metodio - nacquero nella prima metà del IX secolo a Tessalonica (poi Salonicco) da un magistrato di nome Leone.

Il maggiore era Michele-Metodio, nato intorno all’825, che intraprese brillantemente la carriera amministrativa e fu nominato arconte di una provincia slava dell’impero bizantino. Verso l’840 si fece monaco e fu eletto igumeno del convento Polychron sul monte Olimpo di Bitinia, dove rimase fino a quando accompagnò il fratello presso i Chazari.

Costantino-Cirillo nacque nell’827 e studiò fino a 14 anni a Tessalonica. Morto il padre, si trasferì a Costantinopoli per volere del logoteta Teoctisto che lo allevò insieme al futuro imperatore Michele III. Nella capitale bizantina imparò la grammatica, lesse i testi omerici, apprese la geometria e le nozioni fondamentali di retorica, aritmetica, astronomia, musica. Da Leone il Matematico e Fozio imparò la dialettica e la filosofia. A un brillante matrimonio proposto da Teoctisto e a un’alta dignità temporale, preferì prendere gli ordini sacri, diventare bibliotecario presso il patriarca e, in seguito, ricevere il diaconato. Desideroso di solitudine, si nascose in un monastero sul Bosforo, ma dopo appena sei mesi fu rintracciato e gli fu affidato l’insegnamento di Scienze sacre e profane, incarico che gli conferì il titolo di Filosofo. È forse in questo periodo che Cirillo ebbe una discussione sul culto delle immagini con l’ex patriarca iconoclasta Giovanni VII il Grammatico e fu inviato presso i Saraceni per discutere con loro intorno alla SS. Trinità: i Saraceni cercarono di avvelenarlo, ma, sorpresi dal fatto che Cirillo aveva bevuto il veleno senza alcun danno, lo coprirono di onori e doni.

Verso l’861, l’imperatore incaricò Cirillo di una missione presso i Chazari (o Hazary) stanziati nelle terre vicine al mar d’Azov, che avevano chiesto al basileus – così era chiamato l’imperatore di Costantinopoli, che allora era Michele III – di inviar loro un letterato che sapesse discutere con Giudei e Saraceni e conoscesse il dialetto bulgaro-macedone. Così, fu scelto Cirillo, che partì in compagnia di Metodio.
Al ritorno, i fratelli si fermarono a lungo a Cherson (Korsun’) in Crimea, dove impararono l’ebraico e il samaritano e decifrarono un libro scritto in russo. In quella città, situata sul mar Nero, era morto il papa Clemente I, esiliato da Roma e gettato in mare con un’ancora al collo. Cirillo e Metodio (che da Clemente I erano stati appoggiati nella loro opera di evangelizzazione) pregarono a lungo sulla riva e il corpo del papa affiorò: essi lo presero e lo portarono a Costantinopoli.


 

 

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