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| ICONE > Fernando Clerici, Sulla prospettiva inversa o invertita
Per
tentare una risposta, è innanzitutto interessante leggere quanto
scrive uno storico dellarte, Valerio Valeri: «Il profondo
mutamento del linguaggio artistico, riscontrabile negli ultimi prodotti
dellarte romana e nei primi dellarte cristiana, trova il
suo punto di arrivo nellastrattività dellarte bizantina.
In essa le figure, umane e divine che siano, tendono a spogliarsi dì
ogni sorta di materialità corporea, si tramutano in forme prive
di plasticità e bloccate in unimmobilità ieratica,
per cui appaiono prive di ogni fondamento spaziale e temporale. Attraverso
limmagine visibile il nostro pensiero deve essere guidato in uno
slancio spirituale verso linvisibile grandezza di Dio. In
queste parole di un ecclesiastico di allora, si trova chiaramente espresso
il punto di vista bizantino sulla funzione dellarte figurativa.
La riduzione a fulgenti campiture di colore delle immagini nei mosaici
posti ad ornamento delle chiese è la più diretta conferma
del disinteresse verso le ricerche chiaroscurali e volumetriche in unarte
che tende programmaticamente al riscatto della materia dalla condizione
di opacità, per elevarla a quella, del tutto spirituale, della
trasparenza e della luce». Ciò
implica che, nellambito artistico medioevale, mentre in Occidente
si cercava il massimo avvicinamento alla realtà (o umanizzazione
delle cose divine, comè stata chiamata), in Oriente si
manteneva viva la separazione tra sacro e profano, tra potenti e sudditi
(intesi in senso lato), tra cielo e terra, tra luce e tenebre. Le immagini
avevano, quindi, scopi distinti: in Occidente rappresentavano la
Bibbia dei poveri (ha detto san Gregorio Magno: «Quel che
la Sacra Scrittura è per i letterati, limmagine lo è
per gli illetterati»), cioè costituivano una spiegazione
semplice delle cose celesti, per la quale non poco aiutava la componente
emozionale; in Oriente, invece, illustravano uno stato di fatto, come
fossero fotografie di studio costruite per evidenziare il
significato escatologico e/o teologico, oppure finestre sullInvisibile,
così definite per evocare la continua presenza soprannaturale
nella nostra vita terrena. Per questo, la separazione tra cielo e terra
doveva restare marcata: la finestra si affacciava sullImponderabile
e Immutabile, era un micro-attimo/visione di un mondo eterno e costituiva
la preparazione dellanima al Paradiso.
Anche gli elementi architettonici delle chiese orientali esprimono, in ogni loro forma, lo stacco tra mondo terreno e mondo soprannaturale (1). Persino la dedica alle chiese sarebbe di per sé eloquente: Santi Pietro e Paolo, SantAmbrogio, SantAgata... contro Cristo Salvatore, Dormizione, Ascensione... non che non esistano in Occidente le chiese dedicate alla SS. Trinità e in Oriente quelle intitolate ai santi, ma è numericamente un fatto irrilevante, oltre che relativamente recente. In questottica orientale decisamente contemplativa, le ricerche verso una maggiore somiglianza con la realtà perdevano qualunque significato, mentre permanevano quelle riferite alla comunicazione artistica dei suoi simboli.
Nota:
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