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ICONE > San Giovanni Climaco e La scala del paradiso, VII secolo

 

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Sul Sinai, san Giovanni scrisse La scala del Paradiso, che tratta dei vizi e delle virtù dei monaci, della vita eremitica (solitaria) e di quella cenobitica (in comunità), e soprattutto della via per raggiungere l’apathia, ossia la liberazione dalle passioni e la profonda unione con Dio.

fare clic per ingrandireLa scala è un simbolo antichissimo, forse di origine egizia, indicante la comunicazione tra la terra e il cielo, e nella realtà è quella scavata nella roccia del Sinai, tuttora esistente, che già all’inizio dell’età bizantina ricordava ai cristiani l’esperienza biblica dell’Esodo con l’ascensione di Mosè sul monte. Questa scala ha trenta gradini e in essa San Giovanni vide i trenta anni di crescita e maturazione vissuti da Gesù prima del suo battesimo nel Giordano, che segna l’inizio del suo ministero, e, di conseguenza, immaginò fosse anche il percorso che i monaci devono compiere per raggiungere l’unione con Cristo. Inoltre, la scala ricorda la visione che ebbe il terzo dei patriarchi ebrei, Giacobbe: «Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa» (Gn 28,12).
La scala del paradiso – che fu la più famosa guida spirituale del tempo, tradotta dal greco in latino (XI secolo), siriaco (VII secolo), armeno, arabo e slavo (XII secolo) ed è ancora oggi uno dei più letti tra gli ortodossi, soprattutto durante il periodo di Quaresima che precede la Pasqua – è composta di trenta capitoli (chiamati successivamente gradi, gradini o scalini) e da una lettera indirizzata all’igumeno Giovanni del monastero di Raithu per il quale fu scritto il libro. L’opera può essere divisa in tre parti principali. La prima comprende l’introduzione e i primi tre capitoli che trattano della rinuncia al mondo, della libertà dalle passioni e della lotta contro le illusioni. La seconda parte comprende ventitre capitoli incentrati sulle tentazioni, i doveri e le virtù del monaco. Alla terza parte fanno parte gli ultimi quattro capitoli, che da soli costituiscono un succinto trattato di mistica, in cui sono approfonditi la vita solitaria, i tipi di orazione e le tre virtù teologiali che coronano ogni perfezione.
Tuttavia, la Scala non ha un’esposizione sistematica – accanto a capitoli dove non sono che definizioni astratte, ve ne sono altri pieni di digressioni e di interessanti aneddoti – e non può quindi ritenersi «un trattato di ascetica né un codice di morale. Vuole soprattutto indicare, con molteplici annotazioni, che non pretendono di avere un carattere normativo, il senso e la direzione della cooperazione della libertà umana all’opera di crocifissione della nostra individualità non trasfigurata, e della trasfigurazione del nostro intero essere nella luce della risurrezione, opera che non può realizzarsi se non sotto l’azione della grazia divina» (p. Placide Deseille, abbà della Comunità monastica bizantina di Sant’Antonio il Grande a Saint-Laurent-en-Royans, Drôme, Francia) legata al Monte Athos).
Vero è che la Scala non era destinata esclusivamente ai monaci come lo stesso San Giovanni ha specificato nel XXV capitolo: «Questa santa umiltà al cospetto di Dio possiede molti gradi, dei quali alcune anime ne saliranno trenta, alcune quaranta, altre cento. A questo ultimo grado pervengono gli impassibili; in mezzo coloro che sono virili, cioè forti e solleciti; al primo può pervenire ogni persona».

 
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L’iconografia della Scala di San Giovanni Climaco è abbastanza diffusa e dipinta sia su tavole trasportabili, sia su una parete del nartece delle chiese del Monte Athos e della Russia, sia sui muri esterne delle chiese della Moldavia. Nell’icona, viene rappresentato allegoricamente il percorso spirituale tracciato da Climaco: sulla scala sognata dal patriarca Giacobbe come unione tra l’uomo e Cristo e formata dai trenta gradi individuati da San Giovanni, i monaci salgono un gradino alla volta con fatica, assistiti o aiutati dagli angeli (posizionati a sinistra delle icone), mentre i demoni cercano di far precipitare i monaci nel peccato, indipendentemente dal gradino raggiunto, e quindi nell’inferno, rappresentato da una grotta scura (a destra in basso). L’immagine dei demoni è presa dal Vangelo: «Questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera» (Mc 9,29). Alla base appaiono spesso un gruppo di monaci con una figura che si impone: è san Giovanni (con un cartiglio in mano che riporta alcune frasi della Scala), simbolo del padre spirituale, guida necessaria per compiere i primi passi dell’ascesa.

 
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La traduzione qui riportata (1) è quella proposta nel 1874 dal sacerdote Antonio Ceruti (1830-1918), che fu archivista, dottore e viceprefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, in cui è conservato un manoscritto della Scala. L’impegno di Ceruti fu esemplare perché non si limitò a riportare la volgarizzazione della prima traduzione dal greco in latino eseguita nel 1300 dal frate Agnolo de' Minori (v. Prolago), ma la confrontò con numerosi codici manoscritti in latino e altre traduzioni successive, annotando ogni minima diversità (non trascritte perché ininfluenti alla comprensione). La versione di frate Agnolo presenta a sua volta diverse note (tutte riportate), le quali, come egli spiega, servono a specificare meglio il pensiero di san Giovanni quando questo potrebbe risultare incomprensibile a un novizio. Il libro La Scala del Paradiso si conclude con Il sermone (o Lettera) al pastore, indirizzata da san Giovanni all’igumeno della comunità monastica di Raithu, anch’egli di nome Giovanni.
Naturalmente, il testo è scritto nell’italiano del tempo di Dante, anche se un po’ ammorbidito da Ceruti, perciò costringe a una lettura lenta ed attenta, ma proprio per questo più efficace alla riflessione.

 

LA SCALA DEL PARADISO: INDICE

 

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Nota:
1. La Scala del Paradiso di S. Giovanni Climaco. Testo di lingua corretto su antichi codici mms. per Antonio Ceruti dottore dell’Ambrosiana, Bologna presso Gaetano Romagnoli 1874. Il libro, che contiene la prefazione storico-metodologica di Antonio Ceruti, è reperibile nel sito http://www.archive.org.

 

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