ICONE E RELIGIONE > Santi Cirillo e Metodio, 2001 (*)

 

Stanislav Dospevski, Santi Cirillo (a sinistra) e Metodio, Bulgaria, 1866, tempera su legno, h 156x98 cm (Museo di Storia nazionale, Sofia)

La più antica iscrizione in lettere cirilliche è stata trovata su una pietra tombale macedone del 993.

Anticamente tra le popolazioni slave si usava un unico idioma abbastanza omogeneo, che, non essendo testimoniato da scritti, è stato ricostruito con i procedimenti della linguistica diacronica (cioè quella che studia i fatti linguistici nella loro evoluzione storica) ed è chiamato protoslavo. In seguito, in concomitanza con l’alfabetizzazione, si perse l’unità linguistica degli Slavi e hanno acquistato particolare valore i documenti della più antica lingua con tradizione letteraria: il paleoslavo, basato sul dialetto bulgaro-macedone del tempo, che si diffuse subito in tutta l’area slava-ortodossa. Questa è, infatti, la lingua dei vangeli, dei salmi e dei testi liturgici, la stessa inventata dei santi Cirillo e Metodio che la Chiesa ortodossa festeggia come “santi isapostoloi”, cioè uguali agli apostoli, e maestri degli Slavi l’11 maggio (24 maggio nel calendario gregoriano).
I fratelli Costantino e Michele – conosciuti con i loro nomi monastici: Cirillo e Metodio – nacquero nella prima metà del IX secolo a Tessalonica (poi Salonicco) da un magistrato di nome Leone.
Il maggiore era Michele-Metodio, nato intorno all’825, che intraprese brillantemente la carriera amministrativa e fu nominato arconte (magistrato) di una provincia slava dell’impero bizantino. Verso l’840 si fece monaco e fu eletto igumeno del convento Polychron sul monte Olimpo di Bitinia, dove rimase fino a quando accompagnò il fratello presso i Cazari (o Hazary, o Khazary).
Costantino-Cirillo nacque nell’827 e studiò fino a 14 anni a Tessalonica. Morto il padre, si trasferì a Costantinopoli per volere del logoteta Teoctisto che lo allevò insieme al futuro imperatore Michele III. Nella capitale bizantina imparò la grammatica, lesse i testi omerici, apprese la geometria e le nozioni fondamentali di retorica, aritmetica, astronomia, musica. Da Leone il Matematico e Fozio imparò la dialettica e la filosofia. A un brillante matrimonio proposto da Teoctisto e a un’alta dignità temporale, preferì prendere gli ordini sacri, diventare bibliotecario presso il patriarca e, in seguito, ricevere il diaconato. Desideroso di solitudine, si nascose in un monastero sul Bosforo, ma dopo appena sei mesi fu rintracciato e gli fu affidato l’insegnamento di Scienze sacre e profane, incarico che gli conferì il titolo di Filosofo. È forse in questo periodo che Cirillo ebbe una discussione sul culto delle immagini con l’ex patriarca iconoclasta Giovanni VII il Grammatico e fu inviato presso i Saraceni per discutere con loro intorno alla S. Trinità: i Saraceni cercarono di avvelenarlo, ma, sorpresi dal fatto che Cirillo aveva bevuto il veleno senza alcun danno, lo coprirono di onori e doni.
Verso l’861, l’imperatore incaricò Cirillo di una missione presso i Cazari stanziati nelle terre vicine al mar d’Azov, che avevano chiesto al basileus – così era chiamato l’imperatore di Costantinopoli, che allora era Michele III – di inviar loro un letterato che sapesse discutere con Giudei e Saraceni e conoscesse il dialetto bulgaro-macedone. Così, fu scelto Cirillo, che partì in compagnia di Metodio.
Al ritorno, i fratelli si fermarono a lungo a Cherson (Korsun’) in Crimea, dove impararono l’ebraico e il samaritano e decifrarono un libro scritto in russo. In quella città, situata sul mar Nero, era morto il papa Clemente I, esiliato da Roma e gettato in mare con un’ancora al collo. Cirillo e Metodio (che da Clemente I erano stati appoggiati nella loro opera di evangelizzazione) pregarono a lungo sulla riva e il corpo del papa affiorò (questo nella leggenda, perché in realtà fu trovato il tumulo): essi lo presero e lo portarono a Costantinopoli.

Santi Cirillo (a destra) e Metodio, Bulgaria, seconda metà del XIX secolo, tempera su legno, h 112x65 cm (Museo di Storia nazionale, Sofia)
Santi Cirillo (a destra) e Metodio, icona ceca

Nell’863 Cirillo e Metodio furono inviati presso il re della Grande Moldavia, Rostislav, che, per contrastare l’influenza germanica, aveva chiesto al basileus dei missionari che sapessero lo slavo. Questa richiesta nacque dal fatto che Ludovico il Germanico, re di Baviera (la parte orientale dell’ex-impero carolingio) stava servendosi di missionari franco-germanici per espandere il proprio potere nella Grande Moravia – regno fondato da Mojmir, re degli Slavi tra l’830 e il 846, e comprendente i territori di Slovacchia, Boemia, Lusazia, Slesia e Piccola Polonia – anche se con difficoltà, perché la Moravia era un potente Stato con molte tribù slave e perché il papato gli si opponeva temendo il rafforzamento della Chiesa germanica. Inoltre, i missionari germanici imponevano alla popolazione, nel rispetto delle direttive romane, l’uso del latino per la liturgia e la lettura della Bibbia, suscitando perciò molto scontento. Fu così che Rotislav chiese al papa dei missionari che conoscessero la lingua slava, ma non avendoli ottenuti si rivolse all’imperatore di Bisanzio, che soddisfece le richieste sperando nella confluenza di tutti gli slavi nell’orbita bizantina.

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Nota:
*. Testo: © associazione culturale Larici, 2001.

 

 

 

 

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