ICONE E RELIGIONE > San Giovanni Climaco e La scala del paradiso, VII secolo (1)

 

Molto poco si sa di san Giovanni detto Climaco (da klimax, scala) o Scolastico (equivalente a “filosofo”), festeggiato dai cattolici il 30 marzo e dagli ortodossi sia il 30 marzo che la quarta domenica di Quaresima.

San Giovanni Climaco con san Giorgio (a sinistra) e san Biagio di Sebaste, Russia (Novgorod), fine del XIII secolo (Museo Russo di San Pietroburgo)
San Giovanni Climaco, Sinai, XV secolo (The Metropolitan Museum of Art, New York)
San Giovanni Climaco, Sinai, XV secolo (The Metropolitan Museum of Art, New York)
La grotta sul Sinai dove visse san Giovanni Climaco

Forse nacque in Siria, tra il 569 e il 599, da una famiglia agiata ed ebbe una formazione intellettuale completa, in lingua greca. Gli antichi documenti che parlano di Giovanni – la Vita scritta da Daniele, monaco di Raithu (sul Mar Rosso), una raccolta di racconti di Anastasio, monaco sinaita di origine cipriota che fu tonsurato dallo stesso Giovanni, il Menaion del 30 marzo, giorno della sua presunta morte, e altri testi successivi, basati quindi su quelli citati – raccontano la sua vita da quando, sedicenne, abbracciò la vita monastica. Visse in una grotta vicino al monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai con l’abate Martirio (Martyrius), suo maestro e guida spirituale, praticando l’obbedienza assoluta per diciannove anni, cioè fino alla morte di Martirio. Giovanni si ritirò quindi in un luogo solitario chiamato Thola (Wadi Talha), a cinque miglia dal monastero di Santa Caterina. Dopo quarant’anni di vita contemplativa cedette alle insistenze di un giovane monaco, Mosè, e ne diventò il padre spirituale.
Pur famoso per la sua solida formazione intellettuale e, soprattutto, spirituale, unita ad alcuni eventi inspiegabili (come la liberazione di un monaco dal demone della fornicazione, il salvataggio “a distanza” del discepolo Mosè dalla caduta di un macigno, alcuni episodi di chiaroveggenza), Giovanni fu accusato di essere un ciarlatano ed egli rispose chiudendosi nel silenzio assoluto per un anno intero. Forse colpiti anche da questa prova di fermezza, i monaci di Santa Caterina lo vollero come loro nuovo igumeno, giacché il loro superiore, Gregorio, era stato eletto patriarca di Antiochia. Giovanni, a settantacinque anni, accettò ed è probabilmente a questo periodo che risale la sua opera più famosa: La scala della divina ascensione (Klimax theias anodou), più nota col titolo La scala del paradiso (Klimax tou paradeisou), da cui derivò il suo soprannome “Climaco”. Dopo pochi anni, Giovanni chiese al proprio fratello Giorgio, monaco anch’egli, di sostituirlo e ritornò alla solitudine fino alla morte, avvenuta tra gli anni 659 e 679. Le date precise non sono note: anche se nel Menaion si sostiene che Giovanni morì il 30 marzo 603, il giorno e l’anno non trovano riferimenti certi e in ogni caso l’anno non combacia con più attendibili informazioni storiche.
La Penisola Sinaitica – dove sorge il monastero di Santa Caterina – è stata considerata fin dai primi tempi del cristianesimo come parte integrante della Terra Santa, in quanto luogo dove Mosè ebbe da Dio le tavole della Legge e dove avvenne il fenomeno del “roveto ardente”, tema di molte icone mariane, prefigurazione dell’Incarnazione di Cristo per mezzo della Vergine. Certamente, già nel III secolo vi abitavano molti eremiti sfuggiti alle persecuzioni che imperversavano in Egitto, ma fu nel VI secolo che l’imperatore Giustiniano autorizzò la costruzione di un monastero sul Sinai, che fu rispettato anche dai Saraceni invasori dei territori circostanti (da notare che Maometto era contemporaneo a san Giovanni Climaco) e che diventò uno dei più importanti centri monastici orientali e, in particolare, di diffusione e irradiazione dell’esicasmo (o esichia), cioè la dottrina e la pratica ascetica diffusa tra i monaci dell’Oriente cristiano fin dai tempi dei Padri del deserto (IV secolo).
Sul Sinai (nella foto a lato in basso è la salita per arrivarci), san Giovanni scrisse La scala del Paradiso, che tratta dei vizi e delle virtù dei monaci, della vita eremitica (solitaria) e di quella cenobitica (in comunità), e soprattutto della via per raggiungere l’apathia, ossia la liberazione dalle passioni e la profonda unione con Dio.
La scala è un simbolo antichissimo, forse di origine egizia, indicante la comunicazione tra la terra e il cielo, e nella realtà è quella scavata nella roccia del Sinai, tuttora esistente, che già all’inizio dell’età bizantina ricordava ai cristiani l’esperienza biblica dell’Esodo con l’ascensione di Mosè sul monte. Questa scala ha trenta gradini e in essa San Giovanni vide i trenta anni di crescita e maturazione vissuti da Gesù prima del suo battesimo nel Giordano, che segna l’inizio del suo ministero, e, di conseguenza, immaginò fosse anche il percorso che i monaci devono compiere per raggiungere l’unione con Cristo. Inoltre, la scala ricorda la visione che ebbe il terzo dei patriarchi ebrei, Giacobbe: «Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa» (Gn 28,12).
La scala del paradiso – che fu la più famosa guida spirituale del tempo, tradotta dal greco in latino (XI secolo), siriaco (VII secolo), armeno, arabo e slavo (XII secolo) ed è ancora oggi uno dei più letti tra gli ortodossi, soprattutto durante il periodo di Quaresima che precede la Pasqua – è composta di trenta capitoli (chiamati successivamente gradi, gradini o scalini) e da una lettera indirizzata all’igumeno Giovanni del monastero di Raithu per il quale fu scritto il libro. L’opera può essere divisa in tre parti principali. La prima comprende l’introduzione e i primi tre capitoli che trattano della rinuncia al mondo, della libertà dalle passioni e della lotta contro le illusioni. La seconda parte comprende ventitre capitoli incentrati sulle tentazioni, i doveri e le virtù del monaco. Alla terza parte fanno parte gli ultimi quattro capitoli, che da soli costituiscono un succinto trattato di mistica, in cui sono approfonditi la vita solitaria, i tipi di orazione e le tre virtù teologiali che coronano ogni perfezione.
Tuttavia, la Scala non ha un’esposizione sistematica – accanto a capitoli dove non sono che definizioni astratte, ve ne sono altri pieni di digressioni e di interessanti aneddoti – e non può quindi ritenersi «un trattato di ascetica né un codice di morale. Vuole soprattutto indicare, con molteplici annotazioni, che non pretendono di avere un carattere normativo, il senso e la direzione della cooperazione della libertà umana all’opera di crocifissione della nostra individualità non trasfigurata, e della trasfigurazione del nostro intero essere nella luce della risurrezione, opera che non può realizzarsi se non sotto l’azione della grazia divina» (p. Placide Deseille, abbà della Comunità monastica bizantina di Sant’Antonio il Grande a Saint-Laurent-en-Royans, Drôme, Francia, legata al Monte Athos).
Vero è che la Scala non era destinata esclusivamente ai monaci come lo stesso San Giovanni ha specificato nel XXV capitolo: «Questa santa umiltà al cospetto di Dio possiede molti gradi, dei quali alcune anime ne saliranno trenta, alcune quaranta, altre cento. A questo ultimo grado pervengono gli impassibili; in mezzo coloro che sono virili, cioè forti e solleciti; al primo può pervenire ogni persona».

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Note:
1. Testo: © associazione culturale Larici, 2004.
2. Prefazione storico-metodologica e note filologiche di Ceruti sono comunque reperibili nel sito http://www.archive.org.

 

 

 

 

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