ICONE E RELIGIONE > San Cristoforo megalomartire (e cinocefalo), 2013 > Filippo Ermini, Vita et passio sancti Christophori di Walther di Spira, 1920 (*)

 

La scuola di Spira. Come presso le maggiori chiese cattedrali della Germania, anche in Spira fu fondata nella prima metà del secolo X una scuola da Baldrico di Saeckingen, già alunno di San Gallo e discepolo di quel Geraldo, che nell’antico monastero cessò di vivere in tarda età circa il 975. Il giovane, che per cultura e per ingegno presto fu noto, dopo la morte del vescovo Otgar, venne eletto alla sede di Spira; e poiché ben conosceva gli ordinamenti sangallensi volle aprire nella sua città una scuola, che s’ispirasse a quella tradizione sì gloriosa di studi. Di questi e del loro corso ci dà particolari notizie Walther, il migliore degli scolari di Baldrico, il quale istituì forse anche per le donne una simile palestra intellettuale, come sembra risultare dalla lettera ad Hazecha, tesoriera di Quedlinburg.
[…] La scuola, così bene iniziata da Baldrico e da Walther, ebbe maestri illustri e scolari numerosi. Appartennero a quella schiera di clerici studenti Benno, che fu vescovo di Osnabrück, Amarcio, Adelmann, poi vescovo di Brescia, e Huozmann, nobile di Spira e vescovo della città. Sicché nel tempo stesso che altre scuole vescovili e monastiche decadevano, per l’insegnamento e per la disciplina, la scuola di Spira conservò alta fama scientifica e dal secolo X al XII ivi lo studium litterarum ardentissimum floruit.
L’autore, Walther, che Baldrico conobbe prima che gli fosse discepolo, forse perchè amico de’ genitori, e che fu amato come figliolo da Hazecha, nacque, secondo ogni verisimiglianza, in Spira circa il 965. A sette anni entrò nella scuola cattedrale e vi rimase alunno sino a diciotto anni, diretto dal maestro verso gli studi dell’antica letteratura, che da prima gustò con amore; sebbene poi sorpreso dalla pigrizia dovesse co’ rigori dell’educazione in uso esser richiamato al suo dovere. In seguito la lettura de’ poeti, l’esercizio metrico e oratorio, la defloratio e la declamatio ne rinvigorirono in tal modo l’ingegno, che riuscì pienamente a possedere le immagini, lo stile e la locuzione latina. Ordinato suddiacono, quantunque giovanissimo e ancora puer, cioè scolaro, fu invidiato dai suoi coetanei, come era vanto e speranza del vecchio maestro, che in lui scorgeva con compiacenza un degno continuatore. In quel tempo la monaca Hazecha di Quedlinburg, antica alunna di Baldrico, aveva composto una poesia su la vita di san Cristoforo e l’aveva inviata al maestro perchè ne correggesse la dizione trascurata. Per negligenza del bibliotecario, sebbene lo Harster ne dubiti, il carme andò perduto, e allora Baldrico, che aveva a cuore quell’argomento, commise a Walther di trattarlo in prosa e in verso conforme l’arte di Cicerone e di Vergilio. Il giovane acconsentì e compiendo i due scritti in due mesi di tempo diede prova mirabile di maturità di ingegno e di perizia nell’arte. Dedicando il poema al maestro, dichiarava andar debitore a lui di quel poco che sapeva; e il testo della Passio Christophori, forse corretta nella locuzione, certo lodata da Baldrico, fu inviato in dono a Luitfredo, a Benzone e a Federico, che insegnavano a Salisburgo e che n’avevano richiesto l’autore. Questi, poichè ormai la vecchiezza, rendeva al vescovo insopportabile la fatica della scuola, già lo sostituiva forse nell’insegnamento e gli successe poi nel 985, quando Baldrico cessava di vivere. Dalla scuola, che gli procurò fama straordinaria, Walther nel 1004 passava per elezione alla cattedra vescovile di Spira, poiché il Waltherus episcopus Spirensis sembra la stessa persona col poeta, e, ricevuto l’anello e il pastorale col rito dell’investitura dall’imperatore Enrico II, attese all’amministrazione della diocesi, accrescendo il patrimonio feudale, intervenendo ai sinodi di Francoforte sul Meno e di Selingstadt e accompagnando Enrico nel 1014 in Roma per la solenne incoronazione.
[…] Chiudeva Walther la vita nel 1027 o nel 1030 il 3 dicembre, dopo oltre vent’anni d’episcopato, lasciando fiorente la sua scuola e forse all’inizio il grande edificio del duomo monumentale.

Il poema. La Vita et passio sancti Christophori ci è stata conservata in un solo manoscritto del secolo X della Biblioteca di Ratisbona, che deriva dal monastero di Sant’Emmerano e contiene composizioni scolastiche di varie specie, quali sono l’Epistula Vualtheri subdiaconi ad collegas urbis Salinarum, il Prologus in scholasticum Vualtheri Spirensis ecclesiae subdiaroni, la Praefatio ad invitandum lectorem idonea, la Vita et passio, in esametri, l’Epistula ad Hazecham sanctimonialem, urbis Quidilinae kimiliarchen, il Prologus de vita sancti Chistophori e in fine la Vita et passio sancti Christophori martyris, in prosa oratoria.
Il poema, che comprende 1543 esametri leonini, è diviso in sei libri, circa di pari ampiezza, preceduti da un prologo di 33 versi, diretto a Baldrico, a cui l’autore offre in dono l’opera sua, pregandolo correggerla, e da una prefazione di 122 versi, diretta al lettore, per scusarsi di aver osato intraprendere, appena uscito dalla scuola, un lavoro poetico che richiederebbe l’ingegno di Vergilio. La data della composizione, o meglio della pubblicazione del poema, è il 983, come risulta dall’epigramma, posto al termine
Haec hypolevita Vualtherus ab urbe Nemeta
pro vice Christophori metrica depinxit amussi,
cum primum regno successit tertius Otto.
Walter s’induce ad esaltare Cristoforo, come l’antico Prudenzio, per avere nel giudizio finale in lui un difensore; e dopo aver invocato Cristo, la Vergine, sant’Ilario, san Fridolino, san Gallo e san Leone, spera che il martire Cristoforo si faccia timoniere della sua piccola barca e lo conduca a salvezza:
Teque gubernante ripam reparamus utramque.
Nel primo libro Walther dà notizia della scuola di Spira e degli studi che vi si compivano; sicchè la vera narrazione delle gesta mirabili di Cristoforo s’inizia col secondo. Un oscuro Cananeo, d’animo buono e generoso, di nome Reprobo, benchè pagano, disprezzava il culto degli dèi e nella pratica della vita esercitava la virtù. Per avanzare nella rettitudine dei propositi e delle opere, abbandonò il paese nativo e si diresse a Samona, capitale della Siria, ove regnava Dagno, l’idolatra crudele. Poco prima di giungere in città sostò all’ombra d’un albero, e quivi, mentre stanco si riposava, gli apparve un angelo, che accennandogli i comignoli degli edifici lontani, lo invitò a recarsi là, in mezzo a quel popolo per convertirlo al culto del vero Dio. Ma da che anche Reprobo era ignaro della fede cristiana, l’angelo lo ammaestra sulle virtù, sui sacramenti, sulla preghiera, sull’astinenza e sulla vittoria delle passioni, gli fa conoscere il fine della vita, l’unità e la trinità di Dio, la missione del Figliolo divino nel mondo, nato nell’ammirazione dei popoli e in fine il sacrificio mistico della eucaristia, sostituito agli antichi sacrifici cruenti. Mentre egli confortato dalla parola angelica si trattiene ad ascoltare, il cielo s’ingombra di nuvole, cade la pioggia e con l’acqua caduta dal cielo è dall’angelo battezzato. Dopo di che, preso il nome di Cristoforo, s’avvia alla città e presso il tempio di Giove s’imbatte in una donna, che allo scorgerne la statura gigantesca e la testa da cinocefalo atterrita fugge e chiama i cittadini al soccorso. Ma il pellegrino pianta il suo bordone in terra e con la preghiera ottiene da Dio il prodigio che la cima ne fiorisca, sicchè il popolo commosso ascolta curioso e meravigliato la sua parola. All’annunzio di questi fatti il re Dagno si turba e desiderando vendicarsi ordina a duecento uomini d’impadronirsi di Cristoforo e indurlo a venire alla sua presenza. Ma giunti avanti a lui nel luogo del miracolo, restano cosi atterriti e confusi che ritornano senza aver eseguito quanto era stato loro imposto. Ne invia il re altri duecento, che cadono supplichevoli ai piedi del santo, il quale, da prima incerto, delibera poi di presentarsi al re. Dagno però non ne sostiene lo sguardo e precipita esanime dal trono. Quando può riaversi, domanda superbamente a Cristoforo il nome, la patria e la religione che professa; e poichè questi narrando la sua breve storia, lo esorta a convertirsi a Dio, che dovrà un giorno essere suo giudice, il re s’adira di nuovo, condanna al supplizio i quattrocento uomini che s’erano proclamati cristiani e fa chiudere lui in carcere. Ivi per ordine di Dagno sono introdotte due giovani donne Nicea e Aquilina, date ai piaceri, perchè corrompano l’animo di Cristoforo, ma queste, che con stupore assistono ad un fiero duello tra due simboliche figure, la Libidine e la Pudicizia, il quale si chiude con la vittoria di quest’ultima, si prostrano in terra e aspettano dal santo la fede e l’assoluzione delle loro colpe. Nel mattino seguente tornate alla presenza di Dagno affermano d’aver abbandonato l’idolatria e che nessuna lusinga potrà più separarle dalla fede nel vero Dio; poi a sfidar l’ira del re, si dichiarano pronte a sacrificare ai numi nel tempio sulla pubblica piazza, purchè sia solennemente ornato a festa. Ma appena entrate e invocati gli dèi, le donne con le cinture delle proprie vesti tirano giù le statue de’ numi, che s’infrangono sul suolo e son condannate al martirio. Aquilina è sospesa con un ponderoso macigno ai piedi e spira pregando; Nicea, spezzatile i denti e uscita illesa dalle fiamme, muore di spada, mentre la folla loda Dio e si fa cristiana.
Questi fatti rendono più crudele il tiranno che vi riconosce l’opera indiretta di Cristoforo, e deciso a vendicarsi, appresta vari istromenti di supplizio e lo richiama avanti a sè. Ma il santo affronta le ingiurie del re, gli ricorda i benefici di Cristo al suo popolo e di nuovo gli consiglia favorire la nuova fede. Allora, legato piedi e mani, è battuto con verghe di ferro e gli si pone in capo un elmo infuocato: tormento ingiusto, che disapprovano tre principi di sangue reale e incontrano perciò la morte. Cristoforo provoca il re a far esperienza de’ mezzi più violenti sul suo corpo; e tosto, disteso sopra una graticola è bruciato come Lorenzo. Tuttavia la graticola per il soverchio calore si fonde e il martire si leva illeso. Nè gli recano alcun danno le frecce di tre saettatori, che fanno bersaglio del suo petto fino a sera, anzi un dardo per prodigio colpisce il re in un occhio e l’acceca. A questo punto l’apostolo predice che morrà il dì seguente all’ora ottava, che Dagno bagnando del sangue ch’egli verserà l’occhio offeso potrà ricuperare la vista e prega il cielo che chi accolga la sua salma vada libero da ogni danno. Così, giunta l’ora sua, riceve un colpo di spada sul collo; e il re Dagno, riavuta la vista, visita la tomba del martire e si professa cristiano.
Questa la leggenda, quale Walther l’ha tolta dalla tradizione popolare e letteraria precedente. Il culto di Cristoforo ebbe una singolare diffusione nell’Europa orientale e settentrionale, e oltre che gli antichi menologi greci, danno notizia delle sue gesta i martirologi di Beda, Floro, Wandelberto, Rabano Mauro, Adone, Usuardo e Notkero il balbulo, che lo designano martire in Licia al tempo dell’imperatore Decio. I documenti letterari, cioè gli Acta del codice 1470 della Bibl. Naz. di Parigi, pubblicati da E. Uesener, la Passio del cod. n. 550 della Bibl. di Vienna, il Carmen, edito da C. Strecker e la Passio dell’anonimo di Fulda, riferita dai bollandisti, ci mostrano la leggenda fantastica già compiuta, sicchè, come dimostrò A. Schönbach contro W. Harster, il poeta di Spira quasi nulla ha aggiunto di suo nella narrazione poetica, appagandosi d’esaltare in tono epico e in locuzione quasi vergiliana la glorie del suo eroe. Derivate dalla Bibbia sono frequenti nel poema le analogie di fatto, come pure le allusioni allegoriche e le immagini; ma continua è l’imitazione degli scrittori classici e specialmente di Lucano, Prudenzio, Silio Italico e Vergilio, sia in particolari episodi, come l’eroismo di Regolo o la morte di Pompeo e il duello tra la Libidine e la Pudicizia, sulle orme della Psychomachia prudenziana, che è forse un altro tema d’esercitazione scolastica inserito nell’epopea di Cristoforo, sia nello stile, nella locuzione, nelle metafore e allegorie mitologiche. Sull’eclettismo compositivo e formale di elementi così diversi trionfò l’ingegno vigoroso di Walther, addestrato nel lungo studio della latinità e nella familiare consuetudine de’ grandi scrittori.

 

 

Nota:
*. In Poeti epici Latini del secolo X, a cura di Filippo Ermini, Istituto Angelo Calogerà, Roma 1920, pp. 69-75. Filippo Ermini (1868-1935) è stato uno dei primi studiosi italiani di letteratura latina medioevale.

 

 

 

 

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