ICONE E RELIGIONE > San Cristoforo megalomartire (e cinocefalo), 2013 > Jacopo da Varazze, Legenda aurea C., XIII secolo (*)

 

Il frate domenicano e arcivescovo di Genova Jacopo da Varazze (o da Varagine; 1228-1298) scrisse in latino diverse opere storiche e religiose, tra cui la raccolta di vite di santi intitolata Legenda aurea (in originale Legenda sanctorum) che lo occupò per quasi quarant’anni. Tradotta in volgare, la Legenda aurea ebbe grande diffusione – tuttora ne esistono oltre 1200 manoscritti – e fu la fonte principale di molte narrazioni religiose e di opere artistiche. Organizzata secondo l’anno liturgico, raccoglie circa centocinquanta vite di santi, quasi tutti antichi, e la spiegazione delle principali feste. Le fonti furono molte: la Sacra Scrittura, i testi dei Padri della Chiesa e dei più autorevoli esponenti della tradizione monastica, agiografie, storie, testi per predicatori, teologici, filosofici, giuridici, oltre a qualche autore profano. La Chiesa cattolica venera Jacopo come beato dal 1816.

Cristoforo, prima del battesimo, si chiamava Reprovo, ma in seguito fu chiamato Cristoforo, come dire portatore di Cristo, perché porta il Cristo in quattro modi: sulle spalle per farlo passare, nel corpo per la mortificazione, nel cuore per la devozione e sulle labbra per la confessione o la predicazione.
Cristoforo era un cananeo, aveva una stazza gigantesca, un aspetto terribile e dodici cubiti d’altezza. Da ciò che si legge nei suoi atti, un giorno che si trovava da un re dei Cananei, gli venne in mente di cercare chi fosse il più grande principe del mondo e di mettersi al suo servizio. Si presentò da un re molto potente che aveva ovunque la reputazione di non avere eguali in grandezza. Il re, vedendolo, lo accolse con bontà e lo tenne alla sua corte. Un giorno, un giocoliere cantò davanti al re una canzone in cui si ripeteva spesso il nome del diavolo; il re, che era cristiano, ogni volta che sentiva pronunciare il nome di qualche diavolo, si faceva il segno della croce. Cristoforo, notandolo, fu molto sorpreso del gesto e di ciò che significava tale atto. Ne chiese al re il motivo ma questi non volle rivelarglielo; Cristoforo aggiunse: «Se non me lo dici, non rimarrò più a lungo con te». Questo è il motivo per cui il re fu costretto a dirgli: «Faccio questo segno perché ho sentito nominare un diavolo così lui non ha potere su di me e non mi nuoce». Cristoforo ribatté: «Se temi che il diavolo ti nuoccia, è evidentemente più grande e potente di te; la prova è che ne hai una paura terribile. Sono quindi molto deluso nelle mie aspettative, pensavo di aver trovato il più grande e il più potente signore del mondo; ma ora ti dico addio, perché voglio cercare il Diavolo in persona per diventare lui il mio padrone e io il suo servo». Lasciò il re e si mise a cercare il diavolo. Mentre camminava nel bel mezzo di un deserto, vide una gran moltitudine di soldati, uno dei quali, dall’aspetto feroce e terribile, gli si avvicinò e gli chiese dove stesse andando. Cristoforo rispose: «Sto cercando il signor Diavolo, per prenderlo come signore e padrone». Quello gli disse: «Sono io colui che cerchi». Tutto contento Cristoforo si impegnò a essere per sempre il suo servitore e lo prese come suo signore. Ma, mentre camminavano insieme, incontrarono una gran croce su una strada pubblica. Appena il diavolo vide la croce, ebbe paura, fuggì, e, lasciando la strada, condusse Cristoforo attraverso un campo lontano e accidentato, poi lo portò di nuovo sulla strada. Cristoforo, meravigliato, gli chiese perché aveva mostrato tanta paura fino a lasciare la via normale per fare quella deviazione per poi menarlo di nuovo sulla strada. Il diavolo non voleva assolutamente dirgli il motivo e Cristoforo disse: «Se non me lo spieghi, ti lascio all’istante». Il diavolo fu costretto a rispondergli: «Un uomo chiamato Cristo fu inchiodato alla croce; quando vedo l’immagine della croce, mi prende una gran paura e fuggo spaventato». Cristoforo gli disse: «Allora questo Cristo è più grande e più potente di te, dato che hai una tale paura nel vedere l’immagine della sua croce? Ho dunque lavorato invano e non ho ancora trovato il più grande principe del mondo. Addio, ti lascio per cercare Cristo».
Cercò a lungo qualcuno che gli desse informazioni su Cristo; infine incontrò un eremita che gli parlò di Gesù Cristo e lo istruì accuratamente alla fede. L’eremita disse a Cristoforo: «Questo re che tu desideri servire reclama questa sottomissione: bisogna che tu digiuni spesso». Cristoforo rispose: «Lascia che ti chieda qualcosa di diverso, perché mi è assolutamente impossibile fare questo». «Dovrai allora – riprese l’eremita – indirizzargli delle preghiere». «Non so cosa voglia dire – rispose Cristoforo – e non posso sottopormi a questa esigenza». L’eremita gli disse: «Sai dov’è quel fiume che mette a rischio tutti coloro che vogliono passarlo?» «Sì» rispose Cristoforo. L’eremita riprese: «Tu sei molto alto e forte, vai ad abitare vicino al fiume e aiuta tutti coloro che arrivano, farai qualcosa di molto gradito al re Gesù Cristo che tu desideri servire, e spero che egli ti si manifesterà in quel luogo». Cristoforo gli disse: «Sì, posso fare questo servizio e prometto che lo assolverò per lui». Si recò al fiume in questione e si costruì una capanna. In mano, al posto di un bastone, teneva una pertica con la quale si aiutava in acqua, e traghettava senza stancarsi tutti i viaggiatori. Dopo molto tempo, un giorno che si stava riposando nella capanna, udì la voce di un bambino che lo chiamava dicendo: «Cristoforo, vieni fuori e traghettami». Cristoforo si alzò subito, ma non trovò nessuno. Tornato dentro, udì la stessa voce. Corse di nuovo fuori e non trovò nessuno. Una terza volta fu chiamato come in precedenza, uscì e trovò sulla riva del fiume un bambino che lo supplicò di attraversarlo. Cristoforo sollevò il bambino sulle spalle, prese la pertica ed entrò nel fiume per superarlo. Ed ecco che l’acqua del fiume si gonfiò a poco a poco, il bambino pesava come un sacco di piombo; egli avanzava e l’acqua ancora si gonfiava e il bambino era sempre di più un fardello intollerabile sulle spalle di Cristoforo, tanto che questi era in grande angoscia ed ebbe paura di morire. Ne uscì con gran difficoltà. Quando ebbe attraversato il fiume, depose il fanciullo sulla riva e disse: «Bambino, tu mi hai esposto a un gran pericolo, e mi pesavi come se avessi avuto il mondo su di me, non so se avrei potuto portarne di più» Il bambino gli rispose: «Non ti meravigliare, Cristoforo, tu non hai avuto soltanto il mondo su di te, ma hai portato sulle spalle anche colui che ha creato il mondo, perché io sono Cristo tuo re, al quale tu hai reso questo servizio; e per dimostrarti che dico la verità, quando sarai tornato sull’altra sponda, pianta il tuo bastone in terra davanti alla capanna e domattina lo vedrai con fiori e frutti». Subito scomparve. All’arrivo, Cristoforo piantò dunque il suo bastone in terra e quando al mattino si alzò trovò che la sua pertica era ricoperta di foglie e di datteri come una palma. In seguito, egli andò a Samos, città della Licia, dove non comprendeva la lingua parlata dal popolo, e pregò il Signore di dargli l’intelligenza. Mentre era in preghiera, le guardie lo presero per un pazzo e lo lasciarono stare. Cristoforo, avendo ottenuto [da Dio] ciò che chiedeva, si coprì il volto e andò nel luogo dove combattevano i cristiani, e li rincuorò in mezzo ai loro tormenti. Allora uno delle guardie lo colpì in faccia e Cristoforo, scoprendosi, disse: «Se non fossi cristiano, mi vendicherei subito di questo insulto». Poi piantò il suo bastone in terra pregando il Signore di farlo germogliare per convertire la gente. E, appena ciò successe, ottomila uomini diventarono credenti. Allora il re mandò duecento soldati con l’ordine di condurre Cristoforo davanti a lui; ma essi, avendolo trovato in preghiera, ebbero timore di eseguire l’ordine; il re mandò altrettanti uomini ed essi pure si misero a pregare con Cristoforo. Egli si alzò e domandò loro: «Chi cercate?» Appena essi lo videro in viso dissero: «Il re ci ha mandato a legarti e a portarti da lui». Cristoforo disse: «Se volessi, non mi portereste né legato, né libero». Gli dissero: «Allora se tu non vuoi, va’ liberamente dove credi, ovunque ti piaccia, e noi diremo al re che non ti abbiamo trovato». «No, non accadrà – disse lui. – Verrò con voi». Quindi li convertì alla fede, si fece legare le mani dietro la schiena e condurre dal re in quello stato. Alla sua vista il re si spaventò e cadde dal trono. Poi, sollevato dai suoi servitori, gli domandò il nome e il suo paese. Cristoforo rispose: «Prima del battesimo, mi chiamavo Reprobo, ma ora il mio nome è Cristoforo». Il re gli disse: «Ti sei scelto un nome stupido, hai preso quello del Cristo crocifisso che non ha fatto alcun bene e che non potrà fartene. Orsù dunque, malvagio cananeo, perché non sacrifichi ai nostri dèi?» Cristoforo gli disse: «È giusto il tuo nome Dagno (1), perché sei la morte del mondo, il socio del diavolo; e i tuoi dèi sono opera delle mani dell’uomo». Il re gli disse: «Tu sei stato educato in mezzo alle bestie feroci; non puoi pronunciare che parole selvagge e cose sconosciute degli uomini». Ma ora, se sacrificherai, otterrai da me grandi onori, altrimenti morrai tra i supplizi». E siccome il santo non volle sacrificare, Dagno lo fece mettere in prigione; quanto ai soldati che erano stati mandati da Cristoforo, essi furono decapitati in nome di Gesù Cristo. In seguito, fece rinchiudere due ragazze molto belle, delle quali una si chiamava Nicea e l’altra Aquilina (2), promettendo loro grandi ricompense se avessero indotto Cristoforo a peccare. Vedendole, Cristoforo si mise subito a pregare. Ma, siccome quelle donne lo tormentavano con carezze e abbracci, si alzò e disse loro: «Che cosa pretendete e per quale motivo siete state portate qui?». Allora esse si spaventarono della luminosità del suo viso e dissero: «Abbi pietà di noi, uomo santo, in modo che possiamo credere nel Dio che predichi». Il re, informato di ciò, si fece portare le donne e disse loro: «Dunque anche voi siete state sedotte. Giuro sugli dèi che se voi non sacrificherete, perirete di morte violenta». Esse risposero: «Se vuoi che noi sacrifichiamo, comanda che si puliscano le piazze e che tutti si riuniscano nel tempio». Quando ciò fu fatto, esse entrarono nel tempio, si slegarono le cinture, le misero al collo degli idoli che fecero cadere frantumandoli; poi dissero ai presenti: «Andate a chiamare i medici per curare i vostri dèi». Allora, per ordine del re, Aquilina fu appesa, poi le si legò una grossa pietra ai piedi che le ruppe tutte le sue membra. Quando ella ebbe reso l’anima al Signore, Nicea, sua sorella, fu gettata nel fuoco; ma siccome ella ne uscì sana e salva, fu subito decapitata. Dopo di che, [Cristoforo] fu portato davanti al re che lo fece battere con verghe di ferro e gli fu posto sulla testa un elmo di ferro rovente. Il re fece preparare una panca di ferro dove ordinò di legare Cristoforo e sul quale fece accendere il fuoco alimentandolo con la pece. Ma la panca si fuse come cera, e il santo rimane illeso. Allora il re lo fece legare a un palo e comandò che quattrocento soldati lo trafiggessero con le frecce; ma tutte le frecce restarono sospese per aria, e nessuna lo toccò. Il re, pensando che fosse stato ucciso dagli arcieri, cominciò a insultarlo; improvvisamente una freccia si mosse nell’aria, ritornò al re e lo colpì all’occhio, accecandolo. Cristoforo gli disse: «Domani devo consumare il mio sacrificio; dopo, o tiranno, fai una poltiglia con il fango e il mio sangue; fregatela sull’occhio e sarai guarito». Per ordine del re, fu condotto al luogo dove doveva essere decapitato; e quando egli ebbe detto la sua preghiera, gli si tagliò la testa. Il re volle un po’ del suo sangue e, mettendolo sull’occhio, disse: «In nome di Dio e di san Cristoforo». Ed egli fu guarito all’istante. Allora il re credette, ed emise un editto in seguito al quale chiunque avesse bestemmiato Dio e san Cristoforo sarebbe stato immediatamente punito con la spada. – Sant’Ambrogio parla così di questo martire nella sua introduzione [all’Ufficio]: «Tu, o Signore, hai elevato san Cristoforo a un tal punto di virtù, e hai dato una tale grazia alla sua parola, che attraverso lui hai strappato dall’errore del paganesimo, per portarli alla fede cristiana, quarantottomila uomini. Nicea e Aquilina, che da tanto tempo si abbandonavano pubblicamente alla prostituzione, le portasti ad abituarsi alla castità, e insegnasti loro a ricevere la corona. Anche se legato a una panca di ferro nel bel mezzo di un rogo ardente, [Cristoforo] non temette di essere bruciato dal fuoco, e per un giorno intero, venne trafitto dalle frecce di un’intera soldatesca. C’è di più, una di quelle frecce colpì l’occhio di uno dei carnefici, e il sangue del beato martire mescolato con la terra rese la vista rimuovendo la cecità del corpo, illuminasti il suo spirito perché ottenne la grazia da te ed egli ti pregò supplicandoti di tenere lontano le malattie e le infermità».

 

 

Note:
*. Dagnus in latino, forse si intende l’assonanza con damno, danno. Nelle agiografie greche e nella BHL 1764 l’imperatore è Decio.
2. Il nome Nicea è all’agiografia latina BHL 1766, mentre nella BHL 1764 è Gallenice e in quelle greche è Kalliniki. Oggi la Chiesa cattolica la festeggia col nome di Niceta assieme alla compagna Aquilina (che nelle agiografie greche è Akylina o Akulina).

 

 

 

 

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