ICONE E RELIGIONE > San Cristoforo megalomartire (e cinocefalo), 2013 (1)

 

La vita di san Cristoforo megalomartire è stata talmente manipolata nei secoli che sembra che Orientali e Occidentali venerino persone diverse. Gli ortodossi, poi, lo festeggiano il 9 maggio (22 maggio secondo il calendario gregoriano), mentre i cattolici ne hanno abolito il culto nel 1969, pur senza decanonizzarlo, perché dubbiosi sulla sua esistenza.
Prove dirette e inconfutabili dell’esistenza in vita di san Cristoforo non ce ne sono, si hanno solo prove indirette: la dedicazione di alcuni antichi monasteri (V-VI secolo nell’odierna Turchia), due passio in greco del VI-VII secolo e due traduzioni in latino. I successivi manoscritti disponibili sono varianti vôlte ad adeguare la storia al tempo della redazione, con informazioni prive di scientificità storica e per lo più riassunte nell’agiografia di Jacopo da Varazze (XIII secolo), oppure sono esercitazioni letterarie come quella di Walter di Spira (X secolo). Alla data della festa cattolica (25 luglio) gli Acta Sanctorum riportano una delle passio latine (BHL 1766) e una meticolosa raccolta delle numerose testimonianze del suo culto.

I primi due punti controversi sull’esistenza del santo sono il nome e l’aspetto fisico, che, come si vedrà, sono stati affrontati in modo diverso in Oriente e in Occidente. In breve, il nome Cristoforo non risulta essere un nome proprio usato nell’antichità greca o latina, ma un appellativo: christophoros significa “colui che porta Cristo”, il che non implica necessariamente l’azione reale e, infatti, era detto dei cristiani che recavano Cristo nel e sul cuore (Lettera ai Galati 2,20). L’aspetto fisico di san Cristoforo è, nelle prime agiografie, quello di un gigante cinocefalo – corpo di uomo e testa di cane – cioè di un essere mostruoso proveniente da una tribù africana. Va subito precisato, però, che non mancano antiche raffigurazioni del santo giovane, bello e imberbe che fanno pensare a una voluta esagerazione della storia più che alla inesistenza del santo. Infatti è risaputo che il compito delle agiografie era quello stupire, impaurire e sedurre per allargare la platea dei credenti, non quello di riferire la verità storica come oggi s’intende.
Tra le agiografie greca (BHG 309 e BHG 310) e latina (BHL 1764 e BHL 1766) vi sono alcune incoerenze, come la data del martirio, il nome dell’imperatore romano e quello del vescovo che battezzò il santo, ma anche molte concordanze. In esse si narra che un gigante straniero con un aspetto spaventoso e «una testa come di cane» («ita ut canis est» in BHL 1764 e «quasi canino capite» in BHL 1766) e proveniva dalla Marmàrica (regione a ovest del delta del Nilo), fu catturato in battaglia dai Romani e costretto ad arruolarsi. Da Alessandria d’Egitto, egli seguì l’esercito romano fino ad Antiochia e fu martirizzato nel 250 o nel 251 dopo aver convertito migliaia di pagani. Il nome dell’uomo cinocefalo era, secondo i greci, Reprebus o Remprovos e, secondo i latini, Reprebus o Reprobus – tutti nomi considerati delle corruzioni del latino-greco reprobus che significa malvagio, indegno – ma al momento del battesimo egli assunse il nome di Cristoforo. Reprobo e Cristoforo indicano quindi più il percorso spirituale da pagano a cristiano che dei nomi propri e ciò può essere spiegato ipotizzando che chi raccolse la storia e le reliquie del santo non ne conoscesse il nome vero e lo indicò con due termini familiari ai cristiani.

San Cristoforo cinocefalo, Bitinia (Chiesa di San Giorgio, Cegelkoy, Turchia)
Cristo circondato da guerrieri cinocefali, Russia (Kiev), XV secolo, manoscritto del Salterio

Secondo la tradizione greca, a battezzare Cristoforo fu l’arcivescovo Babila di Antiochia, ma egli morì martire nel 250 o nel 251 durante le persecuzioni di Decio, mentre la tradizione latina dice che fu un sacerdote anziano di nome Pietro. Le fonti agiografiche etiopiche evidenziano un rapporto tra Pietro, arcivescovo della Chiesa copta di Alessandria dal 300 al martirio nel 311, e la tribù dei Marmariti, per cui è logico pensare che la versione latina sia quella più aderente al vero, ma non si sa se sia lo stesso Pietro di Attalia che, secondo l’agiografia greca, raccolse le reliquie. E neppure si sa chi sia Atanasio, vescovo della città di Italia, citato in BHL 1764.

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Note:
1. Testo: © associazione culturale Larici, 2013.

 

 

 

 

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