ICONE E RELIGIONE > I folli in Cristo nella religiosità russa sino alla fine del XVII secolo, 2013 (*)

 

I saloí nel mondo bizantino e gli jurodivye in quello slavo erano coloro che, seguendo quanto scritto da san Paolo nella Prima lettera ai Corinti (1,18-28; 3,18-19; 4,10-13) vivevano di carità simulando la pazzia, disprezzando l’apparenza e la dignità dell’uomo per partecipare alla passione di Cristo e rendere maggior gloria a Dio, perché «Ciò che nel mondo è stolto, Dio l’ha scelto per confondere i sapienti» (1Cor 1, 27). L’insegnamento viene ovviamente dai Vangeli dove Cristo è presentato Gesù Cristo come un folle indemoniato (Gv 10,20) e la sua passione è raffigurata come un insieme di umiliazione, scherno, derisione e impotenza (Mt 27,29-42, Mc 15,29-32, Lc 23,35-37). Infatti, «il pazzo in Cristo si identifica con Cristo oltraggiato, crocifisso, eppure risorto: egli vive già nel Regno e denuncia l’orgoglio, l’odio e la menzogna di “questo mondo”. è uno che sotto l’apparenza di una finta pazzia vive il Vangelo alla lettera, povero e senza un rifugio. Non entra nelle chiese se non per farvi scandalo, vive nei rifiuti della città, nella sua più compromettente o più pericolosa marginalità, con i cattivi e le donne di cattiva condotta… il pazzo è il Cristo oltraggiato e, simultaneamente, il Risorto, libero da ogni compromesso col mondo, e “completa nella (sua) carne quello che manca ai patimenti di Cristo” (Col 1,24)» (Oliver Clément).
Si sta trattando della «stoltezza in Cristo» o «follia in Cristo»: due locuzioni sinonime che provengono, la prima, dalla traduzione degli antichi Padri e, la seconda, da quella di saggi russi sul tema.
La follia in Cristo – o, raramente, «follia per amore di Cristo» – era una pratica nata tra i Padri del deserto: fin dal III-IV secolo, in Medio Oriente vivevano gli stiliti su una colonna e i dendriti su un albero. Tuttavia è nel mondo greco-bizantino che si affermarono i vagabondi che portavano in mezzo alla gente l’immagine di Cristo, i quali furono in seguito definiti, e alcuni venerati, come «folli in Cristo». Tale pratica – jurodstvo o Christe in russo – seguì il cammino della cristianizzazione e da Bisanzio passò in Russia, dove il perdurare di società di stampo antico contribuì alla prosperità della follia in Cristo: nessun altro Paese ha raggiunto una tale abbondanza di folli. La loro diffusione, però, non fu costante nel tempo: furono nel XI secolo uno, nel XII secolo uno, nel XIII uno, nel XIV tre, nel XV dieci, nel XVI diciassette, nel XVII ventuno, nel XVIII tre, mentre nel XIX e XX secolo arrivano al centinaio ma pochi di questi sono stati finora riconosciuti dalla Chiesa. Infatti, se i viaggiatori occidentali, come Sigismund von Herberstein (1486-1566) e Giles Fletcher (1586?-1623), furono testimoni della moltitudine di jurodivye per le strade russe, la Chiesa si è mostrata sempre molto prudente nel glorificarli, ossia proclamarli santi, beati o giusti a livello nazionale o locale.

Forme di follia si leggono già nell’Antico Testamento, in cui sono narrate le azioni “pazze” dei profeti Isaia (Is 20,2-4), Ezechiele (Ez 4,4-6), Geremia (Ger 28,10) e Osea (Os 1,2; 3), ma esse furono compiute occasionalmente, cioè erano momentanee provocazioni o difese, non pratica di vita ascetica.
Fu dopo la venuta e la morte di Gesù Cristo che si considerò che spogliarsi di ogni mondanità, lasciare gli affetti e ignorare le regole sociali fortificava l’anima avvicinandola maggiormente a Cristo e, nel contempo, poteva toccare gli infedeli e smascherare soprusi e falsità dei prepotenti. Sul primo aspetto si concentrarono gli eremiti, come i Padri del deserto, sul secondo (subordinato al primo) coloro che vivevano in mezzo ai loro simili.
È questa una differenza che nei Padri cominciò a riscontrarsi presto. Sant’Antonio abate (251?-357) specificò i principi: «Per questo, miei cari figli nel Signore, vo­glio che sappiate che egli [Cristo] per la nostra stoltezza ha assunto la forma della stoltezza, per la nostra debolezza la forma della debolezza, per la nostra povertà la forma della povertà, per la nostra morte la forma mortale; per noi ha sopportato tutte queste cose» (IV Lettera). E ancora: «Ognuno di noi ha venduto se stesso alla propria volontà facendo il male e diventandone schiavo. Perciò Gesù si è privato della sua gloria, si è fatto servo per ren­derci liberi mediante la sua schiavitù. Noi siamo diventati stolti e per la nostra stoltezza abbiamo fatto ogni specie di male; Cristo si è rivestito di stoltezza per farci sapienti mediante la sua stol­tezza. Siamo diventati poveri e per la nostra po­vertà ogni forza ci è venuta meno; perciò egli si fece povero per farci ricchi di ogni sapienza e di ogni intelligenza mediante la sua povertà» (V Lettera). E sant’Atanasio di Alessandria (295?-373) sottolineò che «chi si distende sulla Croce ama la povertà della vita e la semplicità del linguaggio e allora diventa spettacolo per il mondo, oggetto di curiosità e di indagine».
Nel mondo greco-bizantino, prima, e in quello russo, poi, i folli in Cristo estremizzarono tali pensieri. Di grande fede, essi sopportavano con pazienza (e intima gioia) derisioni e percosse e mai rispondevano alle aggressività ricevute o al disprezzo mostrato loro. Vivevano in condizioni di estrema povertà; erano vestiti di pochi stracci (preferibilmente di colore bianco, simbolo della vita immortale) e resi insensibili dall’ascesi ai rigidi inverni russi; portavano talvolta croci di ferro o catene per martoriare la carne; mangiavano i rifiuti; dormivano pochissimo, spesso in letamai o baracche improvvisate, per dedicare la notte alla preghiera quando, non visti, potevano abbandonare la maschera del folle. Se giravano nudi, era perché liberi da ogni concupiscenza carnale, come Adamo in paradiso. Erano persone che volevano continuamente mettere alla prova la propria umiltà, serenità d’animo, assenza di passioni e amore per il prossimo, alla cui dimostrazione l’eremitaggio non era sufficiente: «Perché una delle peggiori tentazioni (pericolosa in particolare per il clero secolare e i monaci) è di inorgoglirsi della propria santità e pietà. E in generale l’uomo, creatura fondamentalmente egoista, è propenso ad esaltare se stesso ai propri occhi e a quelli degli altri, a magnificarsi e glorificarsi, ascrivendo a proprio merito la grazia di Dio. I folli in Cristo rappresentavano esattamente il polo opposto di questa vanità, presunzione e superbia» (Andrej Sinjavskij).
Come “premio” per l’ascesi raggiunta il folle riceveva uno o più carismi, o doni, dello Spirito Santo elencati da san Paolo: «E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune: a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole» (1Cor 12,7-11).
Aspirando «a denunciare la follia del mondo con l’apparente follia», come si canta in un inno liturgico, egli «aveva bisogno di un pubblico che assumesse un ruolo attivo: il folle non era solo un attore, ma anche un regista, poiché conduceva la folla e la trasformava in burattini, in una sorta di rappresentazione collettiva. La gente osservava e diventava partecipe all’azione, reagiva direttamente e con passione» Aleksandr Pancenko/Panchenko). Così egli nascondeva la propria fede sotto la maschera dell’idiozia o dello scandalo, commetteva azioni eccentriche, anche immorali, e denunciava a gran voce i prepotenti. Naturalmente, per chi aveva il dono della profezia, il linguaggio criptico, incomprensibile e composto di poche parole, era un’arma potente per intimorire la gente, costringerla a riflettere e (ri)portala alla religione. Rileggere oggi alcune profezie – prevedere la pioggia quando perdurava un periodo di siccità oppure l’invasione del nemico in una terra di confine tra nazioni in guerra da secoli – non impressiona più di tanto, ma all’epoca in cui furono profferite, in una società notevolmente arretrata e tra gente illetterata e dominata (dalle persone come dal clima) erano sconvolgenti.
Il popolo non aveva per i folli in Cristo un atteggiamento definito e costante: se i bambini ne vedevano solo il lato buffonesco e quindi ne facevano oggetto di violenze fisiche e verbali, gli adulti si dividevano tra chi li evitava e chi li temeva. Naturalmente, i folli ricevevano consensi quando si scagliavano contro le ingiustizie e i soprusi dei nobili e anche – si è supposto – contro quel clero che, arricchendosi, si era allontanato dall’ideale di povertà e umiltà insegnato da Cristo. Pure tra gli zar ci fu chi li faceva imprigionare e chi li ascoltava e li rispettava credendoli messaggeri di Dio: tra questi ultimi era, com’è noto, Ivan il Terribile che tenne rapporti con Arsenij di Novgorod, Nikolaj Salos e Vasilij il Benedetto. C’è da sottolineare, però, che talvolta i folli in Cristo, specie se monaci, erano già conosciuti per il loro ascetismo, per cui il loro nuovo aspetto era letto come un ulteriore stadio di santità. Certo è che, quando il folle mostrava di possedere i doni della guarigione o della veggenza, si può solo immaginare lo sconcerto prodotto nel popolo, ma era questo lo scopo principale degli jurodivye: «Con il loro bizzarro comportamento i beati folli volevano scuotere il mondo delle convenzioni rivelando le contraddizioni tra la superficialità del buon senso e le false convinzioni morali, sostenendo la verità cristiana più profonda e più vera: quella che va oltre le comuni apparenze (1Cor 1; 4). Essi rendevano il loro servizio apostolico per mezzo della predicazione, realizzata non solo a parole ma soprattutto con i fatti, sostenuti dallo Spirito Santo nell’esercizio della profezia. Il dono della veggenza è attribuito a quasi tutti i folli in Cristo. La vista con gli occhi dello spirito oltrepassa la ragione e il pensiero umano, ponendosi come un premio che sana gli errori della razionalità, così come il dono di operare miracoli e guarigioni, importante topos ascetico nella letteratura agiografica antico-russa, determina la supremazia dell’anima sulla persona fisica» (Georgij Fedotov).
Non tutti i folli accompagnarono gli intenti spirituali con azioni eclatanti, come il beato Vasilij o san Nikolaj Salos, ma alcuni agirono sommessamente, in un monastero come Michail Klopskij o per strada come santa Matrona di Mosca (XX secolo).
Tuttavia, eccetto pochissime eccezioni, come Isaakij Pecerskij/Pecherskiy e Isidor Rostovskij), si conoscono le vite degli jurodivye dalle agiografie compilate secoli dopo la loro morte, in occasione dei concili che li hanno glorificati, cioè a partire dal 1547, ossia quando le autentiche gesta del santo erano ormai dimenticate e rimanevano nel ricordo solo i loro poteri taumaturgici e profetici. Le agiografie sono quindi racconti ricchi di eventi miracolosi poco credibili per gli storici, ma il loro intento non era storico-biografico: si voleva evidenziare e divulgare un certo tipo di santità, un modello da imitare, da un capo all’altro della cristianità. Infatti, le vite dei santi erano (sono) lette in chiesa, cioè fanno parte di quella «creatività liturgica» che trasmette modelli etici ed eroici. Non è quindi un caso che le vite di santi e beati, anche di epoche molto diverse, siano talvolta quasi sovrapponibili o abbiano la stessa struttura di base: la nascita ricca, l’abbandono della casa familiare, l’isolamento per prepararsi alla nuova vita e così via.
Tra gli elementi curiosi ricorrenti nelle agiografie dei folli in Cristo è la presenza del cane, che nella Bibbia è ritenuto un animale impuro o è il simbolo di una persona impura: nel Nuovo Testamento, per esempio, sono chiamati cani gli omosessuali (Ap 22,5) e i falsi apostoli (Fil 3,2). Nelle culture bizantina e russa, il cane continuò a essere il simbolo dell’impurità e del diverso, e diventò anche il simbolo della stoltezza. Quando decise di diventare un folle in Cristo, Simeone di Emesa vide «su un letamaio fuori della città un cane morto, si tolse la cinta, la legò a una zampa e trascinò il cane dietro di lui, ed entrò nella città attraverso la porta che si trovava vicino alla scuola. I bambini, vedendolo, gridarono: “Ecco, un Abba pazzo!” e si precipitarono fuori e lo batterono». Andrea di Costantinopoli cercando un giaciglio per la notte vide un branco di cani randagi, vi si sistemò accanto per scaldarsi e l’indomani disse «Il cane è andato a letto con i cani». Prokopij di Ustjug cercò un po’ di calore tra i cani, ma quelli scapparono via, a significare che lui era più impuro di loro. Lavrentij di Kaluga chiamò cani i Tatari di Crimea, che stavano attaccando la sua città, in quanto impuri perché non cristiani.

Non è nemmeno inutile ricordare che, soprattutto andando indietro nel tempo, è difficile anche per gli storici verificare se i tanti folli in Cristo presenti in letteratura siano veramente esistiti o fossero davvero mossi dalla fede: a Bisanzio furono scoperti dei malfattori che fingevano di essere folli e di profetare per accaparrarsi le elemosine e ad Antiochia fu vietata la pratica della follia in Cristo perché causava troppi disordini. Inoltre, nel canone 60 del concilio ecumenico Quinisesto, o Trullano (691-692), è espressamente scritto che «coloro che fingono di essere posseduti dal demonio e con la loro depravazione dei costumi fingono di manifestarne la forma e l’aspetto, con tutti i mezzi devono essere puniti e sottoposti ad afflizioni». Inoltre, alcuni folli nacquero dalla fervida fantasia di qualcuno e solo recentemente sono stati scoperti, d’altronde si sa che nei momenti difficili gli impostori godono di gran credito tra gli illetterati.
Per tutti questi motivi la Chiesa russa fu molto prudente nel glorificare (cioè riconoscere santi) chiunque, ma assunse come criterio gli elenchi dei miracoli – avvenuti in vita o, più probabilmente, dopo la morte – sfuggiti alla distruzione di incendi e devastazioni e, se avveniva la traslazione delle reliquie, il corpo incorrotto.
Del periodo anteriore a Isaakij Pecerskij/Pechersky (XII secolo), il primo jurodivyj russo, sono stati riconosciuti sette folli in Cristo, ma in alcuni saggi sull’argomento vengono aggiunti Vitale di Alessandria e Basilio il Giovane, non senza qualche ragione stante la definizione meno rigorosa di folle in Cristo dell’epoca. In seguito, «fino al XIV secolo, le fonti tacciono sulla stoltezza di Cristo in Russia. Il suo periodo di massimo splendore è dalla prima metà del XV secolo al XVII secolo, anche se molti folli russi sono stati canonizzati, ma sono figure di secondo piano, pur se tra loro ce ne sono di notevoli per la storia della Chiesa, come Avraamij di Smolensk, Prokopij di Ustiug, Vasilij di Mosca, Nikolaj Salos di Pskov, Michail di Klops» (Aleksandr Pancenko/Panchenko). Grazie alla mancanza di documenti, tale procedere per “piani” è diventato il metodo seguito negli studi che spiegano il fenomeno dello jurodstvo nelle sue linee generali, ma esso lascia (e giocoforza lascerà) in ombra alcune questioni. Per esempio, la misura della reale diffusione dello jurodstvo e la sua portata all’interno del cristianesimo russo non le si possono avere analizzando la vita di poche figure, perché oltre ai folli in Cristo conosciuti ci sono quelli di cui non si ha alcuna documentazione ma hanno una festa propria (come Georgij Novgorodskij, commemorato il 3 novembre, di cui non si sa neppure il secolo in cui visse) o collettiva (nelle Sinassi dei santi di Vologda, di Brjansk, della Siberia e così via), quelli che sono venerati in una piccola area geografica ma sono senza festa e, infine, i folli che preferivano spostarsi da un villaggio all’altro, dal Mar Bianco all’Oceano Pacifico, e il cui ricordo si è perduto. Potendo conoscere i nomi, gli anni e i luoghi in cui vissero e raffrontando questi dati con la popolazione dell’epoca, le guerre e i relativi trasferimenti dei centri di potere, i commerci e così via, si avrebbe una mappatura dello jurodstvo basata su dati oggettivi. Un tentativo in questa direzione è stato eseguito elencando i luoghi scelti dai folli in Cristo canonizzati e vissuti in Russia fino al XVI secolo (una trentina in seicento anni), per cui si è visto che si concentravano nelle città più importanti dal punto di vista politico e commerciale della loro epoca, perché era nei centri con tanti abitanti che «più facilmente si conservava la memoria, e la presenza di ricchi residenti poteva garantire la perpetuazione del ricordo con l’edificazione di una chiesa sopra le loro reliquie (come fu per Isidor di Rostov e Prokopij di Ustjug)» (Tat’jana Nedospasova). Quindi, fino alla fine del XVI secolo, le città interessate – e gli immediati dintorni perché era lì che si insediavano i monasteri – furono prima Kiev (capitale dell’antica Rus’), poi Novgorod, Ustjug, Rostov, Mosca e Kaluga. In seguito, per l’aumento della popolazione, l’apertura di nuove vie commerciali, lo scisma dei Vecchi Credenti, il trasferimento della capitale a San Pietroburgo e altri avvenimenti, i santi folli in Cristo risultano più distribuiti sul territorio, avendo vissuto anche in città di medie dimensioni.
Questo è ciò che si sa ufficialmente dalla Chiesa, ma nei villaggi di campagna i folli in Cristo dovettero essere molto più numerosi di quanto dicano i documenti, perché era tra i contadini che i folli trovavano maggior terreno fertile alla pratica ascetica e al risveglio religioso del popolo. Georgij Fedotov fu forse il primo storico a vedere un’associazione tra lo jurodstvo e il folclore: «il santo stolto copre un ruolo essenziale nella Chiesa ortodossa tanto quanto Ivan il Semplice, che ne è considerato la versione secolarizzata, e la cui importanza è fondamentale per la fiaba russa. Quest’ultimo è, senza dubbio, una variante secolare del beato folle delle agiografie, così come lo zarevic Ivan è ritenuto nelle fiabe il prototipo del principe santo». Ivan il semplice, o Ivan lo Scemo, è un personaggio fantastico senza sogni di gloria e di una semplicità disarmante; vive alla giornata, disprezzando il cibo, il vestiario, la casa; quando costretto dagli eventi, agisce senza pensare e, non essendo mai preso sul serio, qualche volta è trattato con indulgenza, ma più sovente a bastonate. Nelle avventure che gli capitano, grazie a un inaspettato aiuto riesce sempre a fare, come per magia, tante cose che risultano fuori dalla portata di altri eroi. Di conseguenza, alla fine delle storie risulta che la sua stupidità iniziale è finta, è buon senso mascherato, se non saggezza. Ivan lo Scemo incarna più di altri, nell’immaginario russo, la vittoria del bene, dell’equità e della giustizia, perciò in passato risultava immediato rivederlo, in versione cristiana, nel folle in Cristo. L’ipotesi di Fedotov spiegherebbe, pur senza volerlo, una curiosità che nasce scorrendo gli elenchi dei folli in Cristo glorificati: la prima santa bizantina è del IV secolo, la prima jurodivaja russa è del XVII secolo. È difficile credere che non siano esistite donne folli in Cristo nei secoli precedenti, soprattutto notando che in quelli successivi le femmine superano di gran lunga i maschi, ma è facile pensare che non fossero prese sul serio e venissero rinchiuse a vita nella cella di un monastero, inascoltate e dimenticate.

In conclusione, non si hanno né è possibile recuperare ulteriori informazioni sulla vita dei folli in Cristo dei primi secoli della Russia cristiana, ma nella sua storia essi rappresentano un fenomeno straordinario, non definibile a priori – in quanto non è un ministero né un’istituzione della Chiesa, ma una forma di ascesi puramente personale e riservata dal Signore a pochi eletti – perciò riconosciuta con molta difficoltà a posteriori, quando l’insieme dei suoi atti ne rivela lo scopo senza fraintendimenti, ovvero quando si moltiplicano i miracoli o si avverano le profezie. Per questo la definizione più calzante del folle in Cristo appare quella per antitesi: «lo jurodivyi è una figura ambigua e paradossale che sfida qualunque approccio diretto o interpretazione: egli esiste dentro e fuori la Chiesa, egli è sia un santo che un peccatore, egli abbraccia e promuove gli insegnamenti di Cristo ma conduce il suo pubblico in tentazione. […] Anche se retoricamente e comportamentalmente adotta un atteggiamento assertivo, egli insegna per negazione: può essere aggressivo, ma predica la mitezza e l’umiltà, può essere intenzionalmente e dichiaratamente blasfemo, ma non è né un eretico, né un religioso riformatore. Dal momento che il santo folle opera in modo inequivocabile nel contesto cristiano ortodosso, le eccentricità del suo comportamento, che se assunto in sé potrebbe apparire come un atto di ribellione anticristiano, sono infatti destinate a promuovere una coscienza cristiana non dogmatica. Lo jurodivyi mina non il cristianesimo stesso, ma i limiti imposti dai dogmi della Chiesa sulla valutazione del divino, la grazia, la giustizia e altre nozioni che definiscono la visione cristiana del mondo. […] Pertanto il santo folle sfida i rigidi postulati della dottrina della Chiesa e mostra l’apertura delle Sacre Scritture all’interpretazione, invitando coloro che sono venuti in contatto con lui a sostituire la loro comprensione frammentata e statica del divino con la consapevolezza della totalità dinamica dell’Assoluto» (Svitlana Kobets).

Le seguenti note biografiche, disposte cronologicamente, considerano i folli in Cristo bizantini, anteriori alla cristianizzazione della Russia (988), e quelli russi fino alla fine del XVII secolo. Non sono quindi stati inseriti i folli in Cristo greci, come Nicola il Pellegrino e Massimo Kavsokalivita, sebbene venerati dalla Chiesa ortodossa russa.
Tra i russi sono stati esclusi quattro famosi santi che talvolta compaiono negli elenchi, non ufficiali, degli jurodivye: Feodosij Pecerskij/Pechersky (morto nel 1074), Sergij di Radonez/Radonezh (1314-1392), Nil Sorskij (1433-1508) e Serafim di Sarov (1759-1833). Essi furono eremiti, asceti o santi monaci che vissero nelle foreste russe o nei monasteri cercando in solitudine il raccoglimento in Dio, evitando ogni mondanità e ancor più la fama della loro santità. Come i folli in Cristo, si privavano del necessario, compivano miracoli e talvolta profetizzavano, ma, a differenza loro, sfuggivano il contatto con il mondo reale, non stavano in strada fra la gente né si comportarono in modo incomprensibile.
Inoltre non è stato inserito l’attributo “santo” o “beato”, che in Occidente rappresenta una tappa, finale o intermedia, del processo di canonizzazione, perché in Russia chiunque sia stato glorificato (riconosciuto degno) si trova in Paradiso ed è quindi uno svjatoj, santo. A questa parola viene poi aggiunto a che titolo egli vi si trovi: prepodobnyj, sacerdote, blazennyj/blazhennyy, beato, jurodivyj, folle in Cristo, pravednyj, giusto, prepodobnomucenik/prepodobnomuchenik, martire, e altri. Quando il nome del santo comprende il titolo, come in Vasilij Blazennyj/Blazhennyy, significa che egli era già conosciuto in vita come degno del Paradiso.
Infine, la scelta di non proseguire la ricerca oltre il XVII secolo ha una giustificazione storica. Nel 1654-1655, il patriarca di Mosca Nikon mise mano alla radicale revisione dei libri liturgici e delle cerimonie, per seguire i modelli greci e non quelli russi, ritenuti distorti dalle traduzioni. Tale riforma, ratificata nel Concilio di Mosca del 1666-1667, fu rifiutata da un gruppo di oppositori che fu duramente perseguitato. Lo scisma che seguì all’interno della Chiesa russa rese i Vecchi Credenti, come furono chiamati gli scismatici, dei fuggiaschi e degli strenui conservatori degli antichi riti e canoni (compresi quelli della pittura di icone). Nel 1670 il loro capo, il protopope Avvakum, fu imprigionato in una cella sottoterra a Pustozërsk e dodici anni dopo fu bruciato vivo insieme ai suoi compagni per ordine dello zar Fëdor III. È da e per questo momento storico che gli jurodivye glorificati dalla Chiesa diminuiscono e, al contrario, aumentano vertiginosamente i nomi in quegli elenchi che mettono sullo stesso piano i folli in Cristo e i Vecchi Credenti, perché – si dice – entrambi difesero gli antichi valori del cristianesimo e patirono persecuzioni e privazioni. Avvakum stesso, nel Concilio del 1667, gridò «Noi siamo folli in Cristo! Voi siete onorati, noi sprezzati. Voi siete potenti, noi siamo deboli!». Ma la differenza tra gli uni e gli altri sta nel fatto che la scelta dello jurodstvo non nasce dalle dispute religiose, ma per amore di Cristo.

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Nota:
*. Testi: © associazione culturale Larici, 2013. I nomi russi seguono la traslitterazione italiana, tuttavia a quelli che hanno l’accento “pipa”, qui omesso, si è affiancata la trascrizione inglese, tranne nei patronimici.

 

 

 

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