ICONE E RELIGIONE > San Giorgio megalomartire, 2002 > Jacopo da Varazze, Legenda aurea LVIII, secolo XIII

 

Il frate domenicano e arcivescovo di Genova Jacopo da Varazze (o da Varagine; 1228-1298) scrisse in latino diverse opere storiche e religiose, tra cui la raccolta di vite di santi intitolata Legenda aurea (in originale Legenda sanctorum) che lo occupò per quasi quarant’anni. Tradotta in volgare, la Legenda aurea ebbe grande diffusione – tuttora ne esistono oltre 1200 manoscritti – e fu la fonte principale di molte narrazioni religiose e di opere artistiche. Organizzata secondo l’anno liturgico, raccoglie circa centocinquanta vite di santi, quasi tutti antichi, e la spiegazione delle principali feste. Le fonti furono molte: la Sacra Scrittura, i testi dei Padri della Chiesa e dei più autorevoli esponenti della tradizione monastica, agiografie, storie, testi per predicatori, teologici, filosofici, giuridici, oltre a qualche autore profano. La Chiesa cattolica venera Jacopo come beato dal 1816.
La storia di san Giorgio è divisa in due parti, la prima fu considerata apocrifa da Jacopo stesso. Le fonti citate nel testo o di sicuro riferimento sono i sermoni di sant’Ambrogio (339-397), il
De gloria martyrum di Gregorio di Tours (538?-594), i Carmina Miscellanea di Venanzio Fortunato (530-607).

 

Giorgio, tribuno, nato in Cappadocia, andò una volta a Silcha [Silene], città della provincia della Libia. Accanto a questa città era uno stagno grande come un mare, nel quale si nascondeva un drago pernicioso, che spesso aveva fatto arretrare il popolo venuto in armi per ucciderlo; gli bastava avvicinarsi alle mura della città per distruggere tutti col suo alito. Gli abitanti si videro costretti a dargli tutti i giorni due pecore per allentare la sua furia, altrimenti egli si afferrava delle mura della città e infettava l’aria, di modo che molti ne morivano. Ma, essendo venute a mancare le pecore e non potendo rifornirlo in quantità sufficiente, si decise in un consiglio che si sarebbe data una pecora e vi si sarebbe aggiunto un uomo. Tutti i ragazzi e le ragazze venivano designati dalla sorte, e non c’era eccezione sulla persona. Ma, quando non ne restò quasi più, la sorte cadde sulla figlia unica del re, che fu quindi destinata al mostro. Il re tutto rattristato disse: «Prendete l’oro, l’argento, la metà del mio regno, ma lasciatemi mia figlia, che non muoia di simile morte». Il popolo gli rispose con rabbia: «O re, sei tu che hai firmato questo editto, e ora che tutti i nostri figli sono morti, vuoi salvare la tua? Se non fai per tua figlia ciò che hai ordinato per gli altri, noi ti bruceremo insieme alla tua casa». Intendendo queste parole, il re si mise a piangere sua figlia dicendo: «Infelice che sono! o mia tenera figlia, che fare di te? cosa dire? non vedrò dunque mai le tue nozze?» E girandosi verso il popolo: «Ve ne prego, disse, accordatemi otto giorni per piangere mia figlia». Il popolo, che aveva acconsentito, ritornò di furia alla fine degli otto giorni e disse al re: «Perché vuoi perdere il popolo per tua figlia? Ecco che noi moriamo tutti per il soffio del drago». Allora il re, vedendo che non poteva non consegnare sua figlia, la fece vestire degli abiti regali e l’abbracciò tra le lacrime dicendo: «Ah! come sono infelice! mia dolcissima figlia, dal cui seno speravo di crescere bambini di stirpe reale, ora sarai divorata dal drago. Ah! infelice che sono! mia dolcissima figlia, e io che speravo di invitare i principi alle tue nozze, di decorare il vostro palazzo di pietre preziose, di accordare gli strumenti e battere i tamburi, e tu stai per essere divorata dal drago». L’abbracciò e la lasciò partire dicendole: «O figlia mia, perché non sono morto prima di te piuttosto che perderti così!». Allora ella si gettò ai piedi di suo padre per chiedergli la benedizione, e quando il padre tra le lacrime la benedisse si diresse verso il lago. Ma, san Giorgio passava di là per caso; vedendola piangere, le chiese che cosa avesse. «Buon giovane, ella gli rispose, presto, monta sul tuo cavallo; fuggi, se non vuoi morire con me». «Non ho paura, le disse Giorgio, ma dimmi, ragazza mia, cosa stai per fare davanti a tutti?» «Vedo, gli dice la ragazza, che sei un buon giovane; il tuo cuore è generoso: ma perché vuoi morire con me? presto, fuggi!» Giorgio le disse: «Non me ne andrò prima che tu mi abbia spiegato tutto». Dopo che fu completamente informato, Giorgio le disse: «Ragazza mia, non temere, perché in nome di Gesù Cristo io ti aiuterò». Ella gli disse: «Buon soldato! cerca di salvarti, non perire con me! è abbastanza che muoia solo io, perché non potresti vincerlo e moriremmo insieme». Mentre così parlavano, ecco che il drago si avvicinò alzando la testa al di sopra dell’acqua del lago. La giovane donna tutta tremante disse: «Fuggi, mio signore, fuggi in fretta». Subito Giorgio montò sul suo cavallo e, fortificandosi con il segno della croce, attaccò con audacia il drago che avanzava verso di lui: brandì la sua lancia con vigore, si raccomandò a Dio, colpì il mostro con forza e lo stramazzò a terra: «Metti, disse Giorgio alla figlia del re, metti la tua cintura al collo del drago; non temere nulla, fanciulla mia». Ella eseguì e il drago la seguì come un mansueto cagnolino. Quando lo condusse in città, tutto il popolo ne fu testimone e si mise a fuggire per i monti e per le valli dicendo: «Disgrazia a noi, periremo tutti all’istante!» Allora san Giorgio fece loro segno e disse: «Non temete nulla, il Signore mi ha inviato espressamente da voi affinché vi liberassi delle disgrazie che vi causava questo drago, credete in Gesù Cristo e che ciascuno di voi riceva il battesimo, e io ucciderò il mostro». Allora il re ricevette il battesimo con tutto il popolo, e san Giorgio, che aveva sguainato la spada, uccise il drago ed ordinò di portarlo fuori della città. Quattro paia di buoi lo trascinarono fuori città in una vasta pianura. Quel giorno ventimila uomini furono battezzati, senza contare i bambini e le donne. Quanto al re, fece costruire in onore della beata Maria e di san Giorgio una chiesa di grandezza mirabile. Sotto l’altare, fluì una fonte la cui acqua curò tutti i malati: e il re offrì a san Giorgio del denaro in quantità infinita; ma il santo non lo volle per sé e lo fece distribuire ai poveri. Poi san Giorgio dette al re quattro ordini molto brevi, cioè di avere cura delle chiese di Dio, di onorare i sacerdoti, di ascoltare attentamente l’ufficio divino e di non dimenticare mai i poveri. Quindi, dopo avere abbracciato il re, se ne andò.

Tuttavia si legge in alcuni libri che, un drago stava per divorare una giovane donna, Giorgio si munì di una croce, attaccò il drago e lo uccise. In quei tempi, erano imperatori [romani] Diocleziano e Massimiano, e sotto l’imperatore [persiano] Daciano, ci fu una persecuzione così violenta contro i cristiani che nello spazio di un mese, diciassettemila tra loro ricevettero la corona del martirio. In mezzo ai tormenti, molti cristiani si piegavano e sacrificavano agli idoli. San Giorgio, a questa vista, fu toccato nel profondo del cuore; distribuì tutto ciò che possedeva, lasciò la divisa militare, prese l’abito dei cristiani e si lanciò in mezzo ai martiri esclamando: «Tutti gli dèi dei Gentili sono demoni; è il Signore che sta nei cieli!» L’imperatore gli disse con rabbia: «Chi ti ha reso così presuntuoso da osare chiamare demoni i nostri dèi? Dimmi, da dove vieni e qual è il tuo nome?» Giorgio gli rispose: «Mi chiamo Giorgio, sono di una stirpe nobile della Cappadocia; ho vinto la Palestina con il favore di Gesù Cristo, ma ho lasciato tutto per servire più liberamente il Dio del cielo». Dato che l’imperatore non lo poteva vincere, ordinò di appenderlo a un palo e di lacerare ciascuna delle sue membra con chiodi di ferro; lo fece bruciare con torce, e sfregare con il sale le sue ferite e le viscere che gli uscivano dal corpo. La notte seguente, il Signore apparve al santo circondato di immensa luce e lo confortò con dolcezza. Quella bella visione e quelle parole lo rafforzarono al punto che non sentì più i suoi tormenti. Daciano, vedendo che non poteva vincerlo con le torture, fece venire un mago al quale disse: «I cristiani, con i loro malefici, si giocano delle torture e non vogliono sacrificare ai nostri dèi». Il mago gli rispose: «Se non riuscirò a superare i loro artifici, voglio perdere la testa». Allora creò i suoi malefici, invocò i nomi dei suoi dèi, mescolò del veleno al vino e lo diede da bere a san Giorgio. Il santo vi fece sopra il segno della croce e bevve, ma non ne subì alcun effetto. Il mago gliene diede una dose più forte, ma il santo, dopo avere fatto il segno della croce, bevve tutto senza provare mali interni. A questa vista, il mago si gettò immediatamente ai piedi di san Giorgio, gli chiese perdono piangendo e lamentandosi, e sollecitò il favore d’essere fatto cristiano. Il giudice lo fece decapitare subito dopo.
Il giorno seguente, fece stendere Giorgio su una ruota fornita tutt’intorno di spade affilate sui due lati: ma la ruota si ruppe immediatamente e Giorgio ne uscì completamente sano. Allora il giudice irritato lo fece gettare in una caldaia piena di piombo fuso. Il santo fece il segno della croce, vi entrò, ma per volontà di Dio, vi stette vivo come in un bagno. Daciano, vedendo ciò, pensò di addolcirlo con le lusinghe, poiché non poteva vincerlo con le minacce: «Giorgio figlio mio, gli disse, vedi quanta clemenza hanno i nostri dèi, perché sopportano le tue bestemmie con tanta pazienza, tuttavia, sono pronti ad avere più indulgenza verso di te, se ti convertirai. Fallo dunque; mio carissimo figlio; a ciò io ti esorto; abbandona le tue superstizioni per sacrificare ai nostri dèi, per ricevere da loro e da noi grandi onori». Giorgio gli disse sorridendo: «Perché non mi hai parlato con questa dolcezza prima di torturarmi? Eccomi pronto a farlo ciò che tu mi ordini». Daciano, ingannato da questa promessa, si rallegrò molto, fece annunciare dall’araldo che ci si riunisse da lui per vedere Giorgio, così a lungo ribelle, cedere infine e sacrificare. La città intera si rallegrò. Nel momento in cui Giorgio entrò nel tempio degli idoli per sacrificare, e quando tutti i sacerdoti stavano in allegrezza, egli si mise in ginocchio e pregò il Signore, per il suo onore e per la conversione del popolo, di distruggere completamente il tempio con i suoi idoli, in modo che di esso non ne restasse assolutamente nulla. In quel momento il fuoco del cielo si distese sul tempio e lo bruciò con gli dèi e i loro sacerdoti, poi la terra si aprì e inghiottì tutto ciò che ne restava.
È per questa occasione che sant’Ambrogio esclamò nella prefazione del santo: «Giorgio, un soldato molto fedele di Gesù Cristo, confessò solo fra i cristiani, con coraggio, il Figlio di Dio, mentre la professione che faceva del cristianesimo era protetta sotto il velo del silenzio. Ricevette dalla grazia divina una così grande perseveranza che egli disprezzò gli ordini di un potere tirannico e non temette affatto i tormenti degli innumerevoli supplizi. O nobile e beato guerriero del Signore! che la promessa adulatrice di un regno temporale non sedusse, ma che, ingannando il persecutore, fece precipitare nell’abisso i simulacri delle false divinità!» (Sant’Ambrogio). Daciano, apprendendo ciò, si fece condurre Giorgio al quale disse: «Qual è stata la tua malizia, o più perfido degli uomini, per aver commesso un simile crimine?» Giorgio gli rispose: «O re, non credere nulla, ma vieni con me e tu mi vedrai ancora una volta immolare». «Comprendo la tua furbizia, gli disse Daciano, perché tu vuoi farmi inghiottire come hai fatto del tempio e dei miei dèi». Giorgio gli replicò: «Dimmi, miserabile, i tuoi dèi, che non hanno potuto aiutare se stessi, come ti aiuteranno?» Allora il re indignato di rabbia disse ad Alessandra, la sua sposa: «Sono vinto e morirò, poiché mi vedo superato da quest’uomo». Sua moglie gli disse: «Boia e tiranno crudele, non ti ho detto molto spesso di non inquietarti con i cristiani, perché il loro Dio combatterebbe per loro? Ebbene, sappi che voglio farmi cristiana». Il re stupefatto disse: «Ah! che dolore! anche tu sei stata sedotta?» E la fece legare a un palo e flagellare molto crudelmente. Durante il suo supplizio, ella disse a Giorgio: «Giorgio, luce di verità, dove pensi che io andrò, perché io non sono stata ancora rigenerata dall’acqua del battesimo?» «Non temere, figlia mia, gli rispose il santo, il sangue che spargerai ti fungerà da battesimo e sarà la tua corona». Allora ella rese la sua anima al Signore pregando. È questo che attesta sant’Ambrogio dicendo nella prefazione: «Come la regina dei Persiani, che era stata condannata dalla sentenza del suo crudele marito, senza che avesse ricevuto la grazia del battesimo, meritò la palma del martire glorioso, così anche noi non possiamo non credere che la rugiada del suo sangue non le abbia aperto le porte del cielo, e che ella non abbia meritato di possedere il regno dei cieli» (Sant’Ambrogio). Il giorno seguente, san Giorgio fu condannato a essere trascinato per tutta la città e a essere decapitato. Egli allora pregò il Signore di accogliere la preghiera di chiunque implorasse il suo aiuto, e una voce dal cielo si fece sentire e gli disse che sarebbe stato come aveva chiesto. Completata la sua orazione, subì il suo martirio essendo stato decapitato sotto Diocleziano e Massimiano che regnarono verso l’anno 287 di Nostro Signore. Ma, quando Daciano ritornò dal luogo del supplizio al suo palazzo, scese su lui il fuoco del cielo e lo bruciò insieme alle sue guardie.
Gregorio di Tours racconta che le persone che volevano spostare il corpo di san Giorgio per metterlo in un oratorio non poterono muoverlo in alcun modo, finché essi non raccolsero tutte le reliquie.
Si legge nella Storia di Antiochia che quando i cristiani andarono a Gerusalemme, un bellissimo giovane apparve a un sacerdote e gli disse che san Giorgio era il generale dei cristiani, i quali dovevano portare le sue reliquie a Gerusalemme dove lui stesso sarebbe stato presente. E come si assediò la città e la resistenza dei Saraceni non permise l’assalto, san Giorgio, vestito d’abiti bianchi e armato di una croce rossa, apparve e fece segno agli assedianti di seguirlo senza timore. Animati da quella visione, i cristiani furono vincitori e massacrarono i Saraceni.

 

 

 

 

 

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