ICONE E RELIGIONE > Leskov e l’icona dell’Angelo, 2006 (*)

 

Nicolaj Semënovic Leskov (Orlov 1831 – Pietroburgo 1895) non era un intellettuale prestato alla letteratura, era un impiegato che redigeva relazioni tecniche dalle più lontane province dell’impero russo. Fu un amico del suo datore di lavoro a scoprirne il talento e a consigliargli di dedicarsi allo scrivere. In seguito alla perdita del padre, che l’aveva portato alla povertà, e ai lunghi viaggi compiuti per lavoro, Leskov fu sempre a contatto con il popolo industrioso (artigiani, commercianti ecc.), capendone profondamente atteggiamenti ed espressioni, e, da tali esperienze, trasse un materiale ricchissimo che rielaborò poi nei racconti e nei romanzi. Non era, quindi, un populista (1), che spesso cadeva in generalizzazioni perché «il popolo – scrisse Leskov nell’autobiografia – bisogna semplicemente conoscerlo come la propria vita, senza analizzarlo, ma vivendolo. Io, grazie a Dio, lo conoscevo, il popolo, lo conoscevo dall’infanzia e senza nessuno sforzo né fatica; e se non sempre sono stato in grado di rappresentarlo, ciò va quindi attribuito a incapacità». E Gorkij affermò: «Leskov è lo scrittore più profondamente radicato nel popolo e completamente immune da ogni influsso estraneo».
Walter Benjamin, analizzando la narrazione di Leskov in un lungo saggio (2), ne ha tracciato un breve profilo: «Leskov è a suo agio nella lontananza dello spazio come in quella del tempo. Egli apparteneva alla chiesa greco-ortodossa, ed era uomo di profondi interessi religiosi. Ma era anche un avversario non meno sincero della burocrazia ecclesiastica. E poiché andava altrettanto poco d’accordo coi funzionari civili, i posti ufficiali che egli occupò furono tutti di carattere transitorio. Fra tutti, il posto che tenne a lungo di rappresentante per la Russia di una grande ditta inglese fu probabilmente il più utile per la sua attività di scrittore. Per incarico di quella ditta, egli viaggiò attraverso tutta la Russia, e quei viaggi svilupparono la sua conoscenza del mondo e delle condizioni russe. È così che ebbe modo di conoscere il mondo delle sette russe. Questo ha lasciato tracce nei racconti. Nelle leggende russe Leskov vedeva alleati nella lotta che conduceva contro la burocrazia ortodossa. Egli ci ha lasciato tutta una serie di racconti leggendari, al cui centro è la figura del giusto: raramente un asceta, quasi sempre un uomo semplice e attivo, che diventa santo, a quanto pare, nel modo più naturale del mondo. L’esaltazione mistica non è affare di Leskov. Anche se, a volte, poteva indulgere al meraviglioso, egli preferisce, anche nella pietà, una concreta e solida naturalezza. Il suo modello è l’uomo che sa orientarsi sulla terra senza impegnarsi troppo a fondo in essa. E un atteggiamento analogo tenne anche in campo mondano. A ciò si accorda il fatto che cominciò a scrivere tardi, e cioè solo a ventinove anni.»
Nel 1863 il ministero russo dell’Istruzione affidò a Leskov l’incarico di indagare sulle scuole clandestine gestite dai Vecchi Credenti (3), in vista di una politica di maggiore tolleranza da parte dello Stato. Il materiale fu poi sviluppato nel lungo racconto L’angelo sigillato (Zapechatlennyi angel), pubblicato sul “Russkij vestnik” nel 1873 e considerato uno dei suoi capolavori per stile e humour.
Ne L’angelo sigillato, il popolo è rappresentato da una comunità di Vecchi Credenti – «artigiani costruttori in pietra» – incaricata di gettare un ponte sul fiume Dnepr: un’opera che si percepisce simbolica della possibile futura unione tra aristocrazia ed emarginazione, tra fede ufficiale e «vecchia credenza». Già questo primo tema avrebbe concesso a Leskov molte divagazioni per dimostrare cultura e abilità, invece la narrazione è essenziale e mostra la maggiore originalità dello scrittore: il porre in primo piano gli emarginati nella loro complessa realtà usando il loro linguaggio, espresso con la tecnica dello skaz, cioè il discorso in prima persona, reso volutamente sciatto o deformato per ricreare la parlata comune, ma che nella sua immediatezza sa far proprie espressioni provenienti dai dialetti russi o dai gerghi professionali, dalla saggezza popolare o, come in questo caso, dagli antichi testi cristiani.
Il materiale di base originale – la testimonianza oculare di Leskov, pur se soggetta alle regole della narrazione – e i sottesi riferimenti ai sacri testi (non tutti facilmente identificabili) rendono, a nostro avviso, particolarmente interessante una lettura più approfondita di quelle parti che riguardano, da vicino, il mondo delle icone, che Leskov trattò anche in alcuni articoli, come Ob adopisnych ikonach (Sull’icone del diavolo; in “Russkij mir”, n. 192, 1873) e O russkoj ikonopisi (Sull’iconografia russa; in “Russkij mir”, n. 254, 1873), quest’ultimo disponibile, in lingua russa, cliccando qui.
Le note a fondo pagina che accompagnano l’estratto qui proposto de L’Angelo sigillato spiegano i numerosi passaggi, il cui vero significato sfuggirebbe al comune lettore.

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Il nuovo posto di lavoro della comunità di Vecchi Credenti si rivela un piccolo paradiso:
«Soprattutto, a noi, vecchicredenti, qui piaceva che, mentre a quel tempo eravamo sottoposti dappertutto a persecuzioni per il nostro rito, qui invece avevamo libertà: qui non ci sono né i capi della città, né quelli della provincia, né i popi: non vediamo nessuno e nessuno si occupa della nostra religione né la ostacola… […] E a nessuno dava fastidio la nostra fede, e anzi sembrava che a molti fosse venuta in abitudine, e piaceva non solo agli uomini semplici, che sono inclini ad adorare Dio secondo il rito russo, ma anche a quelli delle altre religioni» (4).
A un certo punto, i Raskol’niki vengono accusati ingiustamente da un funzionario zarista e accettano la confisca delle centocinquanta icone del loro “santuario” (5), ma non quella della più preziosa e venerata delle loro icone, un angelo, il cui volto è stato sfregiato dalle autorità con un sigillo in ceralacca. Da quanto si presume dal racconto, corrisponde all’immagine centrale della Sinassi dell’arcangelo Michele (6).
«Questo angelo era davvero qualcosa d’indescrivibile. La sua faccia, la vedo come fosse adesso, piena di luce divina e così pronta a venire in aiuto: lo sguardo mite; le orecchie con la scia dell’ascolto (7) ovunque e da tutte le direzioni; i vestiti bruciano, la tunica è decorata d’oro e di pietre; l’armatura è di penne, le cinghie intorno alle spalle; sui seni il volto infantile dell’Emanuele; nella mano destra una croce, nella sinistra una spada di fuoco. Prodigioso! prodigioso!… I capelli sulla testa sono riccioli biondo chiaro, sono scesi dalle orecchie e sono stati disegnati capello dopo capello con un aghetto. Le ali sono spaziose e bianche come la neve e di sotto azzurro chiaro, penna per penna, e nella barbetta di ogni penna baffetto per baffetto. Guardi queste ali, e la tua paura se ne va chissà dove: preghi “proteggimi” e subito ti tranquillizzi tutto e nell’animo ti viene la pace».
L’avvincente racconto è incentrato sul recupero di quest’icona, reso possibile grazie all’intervento dell’ingegnere inglese (probabile simbolo del protestantesimo), presso il quale lavorano i pacifici settari, che li aiuta a raggiungere il loro scopo, intercedendo anche presso l’arcivescovo ortodosso, che li perdona e li invita a rientrare nella Chiesa (metafora di una possibile riconciliazione tra Chiesa ufficiale e scismatici).
Al di là della storia, molto interessante è il dialogo tra l’inglese e i Vecchi Credenti, in cui vengono spiegati significato e realizzazione delle icone:
«“Ma com’è – dice – che [l’icona con l’angelo] vi sta tanto a cuore, possibile che non se ne possa trovare un altro uguale?”
“Ci sta a cuore – rispondiamo – perché ci ha custodito, e non se ne può trovare un altro perché è stato dipinto in tempi di fermezza da una mano devota ed è stato santificato da un antico ereo secondo l’eucologio completo di Pëtr Mogìla, e adesso non abbiamo più né gli erei, né l’eucologio.”
(8)
“Ma come farete – dice – a dissuggellarlo, dal momento che tutto il suo viso è stato bruciato dalla ceralacca?”
“Ah, su questo conto – rispondiamo – vostra grazia non si preoccupi: basta che riusciamo ad averlo tra le mani, che poi lui, il nostro custode, si rimetterà da solo: non è opera di maestri commercianti, ma del vero Stróganov,
(9) e quando l’olio di Stróganov, l’olio di Kostromà, (10) sono così cotti, non temono nemmeno un marchio di fuoco e non lasciano passare la resina fino alle tenere tinte.”
“Ne siete sicuri?”
“Sicuri, signore, quest’olio è forte proprio come l’antica fede russa”».

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Note:
*. Testo: © associazione culturale Larici, 2006
1. Il populismo era quel movimento politico e intellettuale nato in Russia nella seconda metà del XIX secolo, caratterizzato da idee socialisteggianti e comunitarismo rurale, che gli aderenti stimavano legate alla tradizione delle campagne russe, e, perciò, invitava a “studiare” il popolo.
2. W. Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, Einaudi, Torino 1962. La citazione seguente è tratta dalla riedizione del 1982, a cura di R. Solmi, pp. 249-250.
3. I Vecchi Credenti erano i dissidenti della Chiesa ortodossa russa, i quali, durante il regno di Aleksej Michajlovic (1645-76), si opposero alle riforme del patriarca di Mosca Nikon mirate ad armonizzare le liturgie e gli inni russi con gli originali greci. A seguito dello scisma (raskol’) che seguì, i Vecchi Credenti (o Raskol’niki, gli scismatici allontanatisi dalla Chiesa ufficiale) si riunirono in gruppi autonomi, subirono aspre persecuzioni, conobbero divisioni interne, ma mantennero un’originale fisionomia nell’arcaismo delle tradizioni e nel fervore escatologico, influendo sulla mentalità collettiva e su parecchie espressioni letterarie. Per approfondire si vedano i molti saggi sull’argomento pubblicati nella Sezione Icone.
4. Tutte le citazioni sono tratte da: N.S. Leskóv, L’angelo sigillato. L’ebreo in Russia, a cura di B. Osimo, A. Mondadori, Milano 1999, ultima traduzione in commercio, in cui, tra l’altro, si scrive vecchicredenti” e non “Vecchi Credenti” com’è nell’uso comune.
5. La stanza dove i protagonisti si raccolgono in preghiera davanti alle icone è esplicitamente chiamata “santuario” in riferimento a quello costruito da Bezaleel per volontà di Dio (Esodo 36).
6. La Sinassi dell’arcangelo Michele (nome che significa “Chi è come Dio?”) è la festività principale dedicata dall’Oriente bizantino all’arcangelo principe degli angeli e guida nelle lotte contro il male, istituita nel IV secolo e celebrata l’8 novembre (21 novembre secondo il calendario gregoriano). Nella sua essenza, l’icona rappresenta la glorificazione di Cristo Salvatore, raffigurato, entro un clipeo, nelle sembianze dell’Emmanuele, cioè il Verbo sempiterno di cui parla per la prima volta il profeta Isaia (Is 7,14). Le schiere angeliche qui associate alla dignità (come dice l’etimologia greca del termine “sinassi”) di Cristo, fanno corona a Cristo presente fra loro e lo offrono all’adorazione del creato. Cristo benedice e nella sinistra regge il rotolo della legge, riecheggiando così la raffigurazione di Cristo Pantocratore in trono nel giorno del Giudizio universale.
7. Tóroci, o tóroki, termine che indica i raggi, la corrente, o il flusso raffigurati nelle icone presso le orecchie per simboleggiare la capacità di ascolto del santo. (N.d.T.)
8. Il passo sottolinea la mancanza di preti e libri liturgici in uso prima della riforma del patriarca Nikon per benedire le icone. Pëtr Mogila (in ucraino: Petro Mohyla; (1596-1647), principe di nascita moldava laureatosi a Parigi, fu metropolita di Kiev (Kyiv) e fondatore nel 1631, di un collegio – poi Accademia teologica – diventato in pochi anni il centro principale dell’educazione ortodossa russa, in forte opposizione all’unione con Roma.
9. La famiglia degli Stroganov fu una delle più importanti del periodo degli zar nel XVI secolo. Ricchi mercanti, proprietari di terre e miniere e illuminati committenti, da loro prese nome l’ultima scuola di icone che si riferiva ai canoni antichi. Infatti, a partire dal XVII secolo (scuola di Mosca), l’antica tradizione si trasformò poco a poco in pittura popolare, mentre l’influenza occidentale penetrò nell’iconografia.
10. Verso la fine del XIII secolo, a Kostroma, antica città sulla riva sinistra del fiume Volga, fu eretto il monastero Ipat’evskij, per proteggere il territorio moscovita dalle invasioni, che fiorì a metà del XIV secolo grazie alla famiglia di boiari Godunov. In breve tempo diventò un centro culturale e artistico che, tra l’altro, annoverava un laboratorio di produzione di icone molto importante.

 

 

 

 

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