ICONE E RELIGIONE > Santi Quaranta martiri di Sebaste, 2009 (*)

 

Sebaste – o, più esattamente, Sebastia – era una città nell’antica Armenia Minore, che oggi si chiama Sivas ed è capoluogo della provincia omonima della Cappadocia (Turchia). Per i cristiani è famosa per essere stato il luogo del martirio dei cinque martiri Aussenzio, Oreste, Eustrazio, Eugenio e Mardario giustiziati intorno all’anno 300 e dei cosiddetti “Quaranta martiri di Sebaste”, il cui culto è tutt’oggi molto sentito sia in Oriente che in Occidente.
La storia dei santi quaranta martiri di Sebaste (morti tra il 320 e il 323) è considerata autentica, perché è conosciuto un loro “testamento spirituale”, redatto poco prima di morire, e perché san Basilio Magno (nativo di Cesarea di Cappadocia e ivi vescovo dal 370 al 379) ha lasciato un’omelia (Hom. XIX) in cui narra dettagliatamente il loro martirio, del quale forse ebbe notizia da testimoni oculari.
La vicenda ebbe inizio al tempo di Licinio (Flavio Galerio Valerio Liciniano Licinio) che fu imperatore romano dal 308 al 324. Dal 311, Licinio divise l’impero d’Oriente con Massimino Daia, regnando sulla Tracia e la penisola balcanica, e, due anni dopo, si recò a Milano per incontrare Costantino I, divenuto l’unico imperatore d’Occidente, col quale strinse un’alleanza contro Massimino Daia, suggellata dal matrimonio di Licinio con la sorella di Costantino, Costanza. Insieme, i due imperatori promulgarono l’Editto di Milano (313) che poneva ufficialmente termine alle persecuzioni religiose e proclamava la neutralità dell’impero nei confronti di ogni fede. Tuttavia, Licinio, sconfitto Massimino Daia e diventato unico imperatore della parte orientale, cominciò a perseguitare i cristiani considerandoli amici di Costantino (dal quale fu sconfitto nel 316 e nel 324-325) ed esigeva che i suoi sudditi apostatassero. Durante queste persecuzioni, furono “scoperti” cristiani quaranta soldati appartenenti alla XII Legione “Fulminata” (così detta perché nelle sue insegne aveva un fulmine) che allora si trovava a Melitene (odierna Malatya, in Anatolia), “scoperti” per modo di dire se ha fondamento storico un frammento di una apologia attribuita al vescovo di Ierapoli, Apollinare, in cui si racconta che nel 274, durante la guerra di Marco Aurelio contro i Quadi (polo germanico stanziato nell’attuale Slovacchia), l’esercito romano pativa la sete e le preghiere dei soldati cristiani della XII Legione “Fulminata” provocarono un nubifragio che rianimò i soldati e fece vincere loro la guerra. Era anche una legione dalla tradizione valorosa poiché aveva partecipato all’espugnazione di Gerusalemme nell’anno 70.
I quaranta soldati furono quindi arrestati e portati in giudizio, prima davanti al governatore Agricolao e poi a Lisia, comandante della Legione, ma di fronte alle promesse di ricchezze e privilegi rimasero saldi nella fede cristiana. In carcere, i giovani, prevedendo la loro fine, scrissero un “testamento” collettivo per mano di uno di loro chiamato Melezio. In questo documento, che non fornisce notizie storiche, essi salutano parenti e amici (uno solo saluta la moglie col figlioletto) esortandoli a trascurare i beni terreni per preferire quelli ultraterreni.

Quaranta martiri di Sebaste, Cipro, XII secolo, affresco nella chiesa di Agios Nikolaos tis Stegis (San Nicola del Tetto) presso Kakopetria
Quaranta martiri di Sebaste, Costantinopoli, X-XI secolo, avorio (Bode Museum, Berlino)
Quaranta martiri di Sebaste, XIII secolo (Museo Statale di Storia ed Etnografia della Svanezia, Mestia)
Quaranta martiri di Sebaste, Costantinopoli, XIV secolo, mosaico (Dumbarto Oaks Collection, Washington D.C.)

I giovani furono condannati a una morte lenta e terribile, l’assideramento: immersi nudi in un’ampia riserva d’acqua, situata in un cortile in comunicazione con le terme, che in inverno era ghiacciata (Sebaste è situata a 1285 m sul livello del mare). Per accrescere la sofferenza dei condannati e offrire loro una via per sfuggire alla morte, naturalmente dopo aver apostatato, erano state lasciate aperte le porte del calidarium, da cui uscivano allettanti vapori caldi. Verso mattina, uno dei quaranta soldati - forse Melezio, l’estensore del “testamento” - lasciò stremato il bacino, ma il forte sbalzo di temperatura lo uccise sul colpo. Nello stesso istante, secondo l’innografo sant’Efrem il Siro (306-373), una guardia, di nome Aglaio, ebbe la visione di trentanove corone che dal cielo scendevano su ogni condannato, mentre la quarantesima rimaneva sospesa in alto, e subito si spogliò gridando di essere cristiano e si unì al gruppo.

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Nota:
*. Testo: © associazione culturale Larici, 2009.

 

 

 

 

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