ICONE E RELIGIONE > Santo Stefano protomartire, 2009 (*)

 

Santo Stefano protomartire, particolare del mosaico nella Cattedrale di Santa Sofia a Kiev

Venerato da cattolici, ortodossi e copti come “santo biblico”, Stefano – nome ellenico corrispondente all’aramaico Kelil, maschile di “corona”, cioè incoronato – fu il primo martire della Chiesa cristiana, martire che, come si vedrà, alcuni tendono a identificare con l’apostolo Paolo o lo stesso Gesù Cristo.
Rivelano gli Atti degli Apostoli (cap. 6) che, per essere aiutati nel ministero, gli apostoli scelsero, tra i discepoli, Stefano, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmenas e Nicola di Antiochia, ai quali «imposero le mani». Questo gesto – presente sia nell’Antico Testamento (Nm 27,18-23) che nel Nuovo Testamento (At 13,3; 1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6) – è interpretato dalla Chiesa come l’istituzione del diaconato, ossia la trasmissione ufficiale di un incarico accompagnata dall’implorazione di una grazia per esercitarlo, da compiersi con discernimento («Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui», 1 Tm 5,22). Gli Atti parlano poi soltanto di Stefano.
Ebreo di lingua greca, dalla sapienza fuori del comune e capace di compiere miracoli (come resuscitare sei persone, v. sant’Agostino), Stefano fu lapidato a Gerusalemme con l’accusa di aver bestemmiato contro Mosè e contro Dio, alla presenza, e con l’assenso, del fariseo Saulo di Tarso (At 8,1), futuro san Paolo.
La data della morte è stata dapprima creduta di poco successiva alla risurrezione di Cristo, poi essa è slittata dopo la Pentecoste poiché gli apostoli già predicavano. Ora si tende a credere che sia avvenuta nell’anno 36 (nel periodo tra Pasqua e Pentecoste), perché Stefano fu lapidato e non crocifisso come usavano i Romani, cosa che poté succedere soltanto quando, deposto Ponzio Pilato nel 36, comandava il Sinedrio, il supremo organo politico, religioso e giudiziario degli Ebrei che non aveva la facoltà di condannare a morte senza il consenso dei Romani. Tuttavia, per Stefano, il Sinedrio non arrivò alla sentenza, perché gli astanti «lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo» (At 7,58) senza che qualcuno lo impedisse. Va considerato, però, che forse gli Ebrei credettero di mettere in pratica le parole di Mosè: «Conduci quel bestemmiatore fuori dell’accampamento; quanti lo hanno udito posino le mani sul suo capo e tutta la comunità lo lapiderà» (Lv 24,14), per cui non decade la prima ipotesi che colloca la lapidazione nell’anno 33 o 34.
L’arringa difensiva di Stefano è interamente riportata negli Atti (cap. 7) e l’autore, l’evangelista Luca, la prese sicuramente da altre fonti, sia perché essa non è in gran parte pertinente alle accuse ma vi è compiuta una rilettura cristologica dell’Antico Testamento, sia perché la parlata di Stefano è «infiorata di aramaismi assolutamente non imputabili a Luca e costruita differentemente dalle regole della retorica greca e con locuzioni estranee all’evangelista» (C. Zedda). Forse la fonte fu il fariseo Gamaliele, dottore della legge (At 5,34) e maestro di san Paolo (At 22,3), che, come membro del Sinedrio, assistette ai processi subiti da Gesù Cristo e dagli apostoli. E infatti il processo a Stefano assomiglia a molto a quello subito da Gesù, cosa che se da una parte mostra l’intenzione di evidenziare la continuità tra Cristo e il suo discepolo, dall’altra ha fatto sorgere le prime perplessità sull’identità di Stefano.

Santo Stefano protormartire e scene della vita, Russia, 1658
Santo Stefano diacono, Bulgaria (scuola di Triavna), 1840 (Museo di Storia nazionale di Sofia)
Santo Stefano protomartire, inizi XIII secolo (Monastero di Santa Caterina, Monte Sinai)

Stefano “morì” o “si addormentò”, secondo le diverse traduzioni della Bibbia, verbi, questi, che nel linguaggio degli antichi cristiani erano considerati sinonimi, in quanto si credeva nella provvisorietà della morte e nella risurrezione. Il luogo della lapidazione è ignoto; si suppone che fosse in una zona pietrosa a nord di Gerusalemme, lontana dal controllo della guarnizione romana che avrebbe impedito l’esecuzione. Una tradizione – seguita dalla Chiesa orientale – vuole che alla lapidazione assistettero, da lontano e in preghiera, la Vergine e san Giovanni il Teologo.
Il corpo di Stefano fu abbandonato agli animali selvatici, ma alcune anime pie lo seppellirono (At 8,2). Su chi fossero queste persone ci sono tre tradizioni: quella ufficiale segue il resoconto del prete Luciano (spiegato qui sotto) e indica il dotto Gamaliele; una seconda vi aggiunge la presenza dell’apostolo Barnaba accanto a Gamaliele, forse sottintendendo che nessun apostolo difese pubblicamente Stefano (come fu per Gesù); una terza dice che fu Ponzio Pilato, convertitosi dopo il processo a Cristo, a seppellirlo nella tomba di famiglia, da cui in seguito gli angeli lo rimossero.
Dopo la morte, sia perché iniziò una serie di violente persecuzioni contro i cristiani, sia perché il culto delle reliquie si diffuse più di un secolo dopo, il corpo del martire fu dimenticato fino al 415, all’epoca dell’imperatore romano d’Occidente Onorio.

Santo Stefano protormartire, XI secolo
Santo Stefano protomartire, V secolo, affresco (Basilica di San Paolo fuori le Mura, Roma)
Santo Stefano diacono, Bulgaria (Monastero di Lopoushna), inizi del XIX secolo (Museo di Storia nazionale di Sofia)

 

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Nota:
*. Testo: © associazione culturale Larici, 2009.

 

 

 

 

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