ICONE E RELIGIONE > Santi Zosima e Savvatij (e German), 2013 (*)

 

A differenza di altre coppie di santi venerati in Russia (Cirillo e Metodio, Cosma e Damiano, Boris e Gleb, Petr e Fevronia, ma anche Floro e Lauro, Julitta e Quirico e, tra i fondatori di monasteri, Antonij e Feodosij), Zosima e Savvatij non erano tra loro parenti, né si conobbero personalmente, ma sono quasi sempre raffigurati assieme sia perché considerati entrambi i fondatori del celebre monastero della Trasfigurazione del Salvatore alle isole Soloveckie/Solovetsky (o Solovki) nel Mar Bianco, a 160 chilometri dal Circolo polare artico, sia perché dopo la morte apparivano insieme nelle visioni dei fedeli.

Monastero di Solovki
Reliquie e icone dei santi Zosima, Savvatij e German nella cattedrale della Trasfigurazione del Signore di Solovki

Il santo più antico è Savvatij (talvolta tradotto con Sabbazio) che ricevette la tonsura monacale nel 1396 da san Kirill Belozerskij (1337-1427), un discepolo di san Sergij di Radonez/Radonezh che aveva fondato un monastero sulla riva meridionale del Lago Bianco. Pur circondato dal rispetto e l’affetto dei confratelli, alcuni anni dopo Savvatij si trasferì nel monastero della Trasfigurazione del Signore sull’isola di Valaam nel lago Nebo (oggi Ladoga), perché vi si praticava uno stile di vita più austero e vicino all’ascetismo. Vi stette qualche anno, ma poi sentì la necessità di dedicarsi alla preghiera in maggiore solitudine e silenzio, in quanto sembra venisse considerato uno starec/starets – una guida spirituale carismatica che, grazie alla vita di preghiera e di comunione mistica con Dio, era spesso profetica e taumaturgica – e quindi ripetutamente cercato dal popolo per un consiglio e una preghiera. Finché un giorno «da persone che vi abitano – recita l’antica agiografia – sentì nominare un’isola chiamata Solovki, situata nel mare chiamato Oceano, che si raggiungeva dopo un viaggio lungo circa due giorni dalla terraferma. Si dice che la sua circonferenza sia di circa cento verste [oltre 100 km]; ha molti laghi con vari tipi di pesce nati lì e non nel mare come quelli che sono in mare, ci sono la pesca e i pescatori che vengono a fare il loro profitto, ciascuno per quanto in suo potere, e poi tornano a casa. L’isola abbonda anche di alberi di ogni specie, le cime delle montagne sono ricoperte di resina; le pianure hanno tutti i tipi di piante e le bacche più varie, così come ci sono alti alberi di pino adatti per costruire chiese e per qualunque altro utilizzo. È accogliente e abitabile da uomini che vogliono rimanere lì». Qui va subito precisato che le isole godevano sì di un clima addolcito dalle correnti atlantiche, ma non abbastanza da non restare isolate, a quel tempo, per otto-dieci mesi all’anno a causa dei ghiacci e dei forti venti. «San Savvatij, sentitosi preso dal desiderio di silenzio, volle andarvi ricordandosi i versetti del Salmo: “Ecco, errando, fuggirei lontano, / abiterei nel deserto. / Riposerei in un luogo di riparo / dalla furia del vento e dell’uragano” (Sal 55 (54), 8-9), e cominciò a chiedere all’igumeno e ai confratelli di lasciarlo andare su quell’isola». I monaci non acconsentirono e Savvatij fuggì di nascosto e di notte: «Fuggì “come la gazzella dalla mano del cacciatore, come l’uccello dalla mano dell’uccellatore” (Pr 6,5). E fu molto felice».
Per un periodo Savvatij visse in una capanna da lui stesso costruita presso la foce del fiume Vyg, vicino al villaggio di Soroka (oggi Belomorsk), e qui incontrò German, un giovane eremita semianalfabeta nato a Tot’ma che era già stato alle Solovki per un’intera estate. Insieme decisero di stabilirsi su una di quelle isole. L’agiografia racconta che gli abitanti della costa tentarono di dissuadere Savvatij: «“Sei già in età avanzata e non hai nulla: come farai a mangiare e a vestirti? Come farai a vivere in quel gelido posto e lontano dagli uomini?”. Ma il santo rispose: “Io, figli miei, ho un Maestro che rende giovane la natura di un vecchio, rende ricchi i poveri, dà il necessario ai bisognosi, vestiti agli ignudi e con una piccola misura di cibo sazia gli affamati, come nel deserto con cinque pesci sfamò cinquemila uomini”. Sentendolo citare le Scritture alcuni furono sorpresi dalla sua saggezza, ma molti lo derisero perché pagani».
Prima partì Savvatij con un po’ di cibo e qualche attrezzo e più tardi German: si stabilirono sulla collina Sekirnaja dell’isola maggiore (Bol’soj Soloveckij/Bolshoy Solovetsky), a 13 km dall’attuale monastero, dove eressero una grande croce di legno e le loro celle. Qui vissero sei anni lavorando e pregando in solitudine come avevano desiderato e di quel periodo si tramanda il seguente miracolo. Savvatij aveva cercato un accordo con i notabili della Carelia sul possesso dell’isola e, soprattutto, sul pescato che i marinai della costa spesso confiscavano. Ciò comportava anche che qualche pescatore si fermasse a lungo sull’isola, non lontano dalle celle dei santi, e creasse qualche inconveniente. Una mattina, durante la prima preghiera, Savvatij sentì dei gran pianti e lamenti e mandò German a controllare. Questi trovò la moglie di un pescatore che si era appena insediato e che in lacrime gli raccontò che due angeli splendenti l’avevano picchiata con il manico dell’ascia (in russo sekira, da cui il nome della collina Sekirnaja) e le avevano ordinato di lasciare immediatamente l’isola perché Dio aveva destinato quel luogo a un monastero, dopodiché essi disparvero. I pescatori, terrorizzati, partirono e da quel momento nessuno più ebbe il coraggio di disturbare i monaci. Di questo German e Savvatij resero grazie al Signore.
Un giorno, mentre German era andato a far provviste lungo il fiume Onega, Savvatij sentì imminente la propria fine e pregò intensamente Dio di poter ricevere i sacramenti, perciò tornò sulla terraferma e si diresse verso la cappella sul fiume Vyg, dove incontrò l’igumeno Nafanail, il quale stava recandosi in un lontano villaggio per portare l’Eucaristia a un moribondo. L’igumeno accettò di confessare il santo, di cui aveva sentito molto parlare, e si fece raccontare la vita sull’isola, ma rimandò la comunione all’indomani, dopo aver assistito il moribondo. Savvatij lo fermò: «Padre, non rimandare a domani. Già non sappiamo se rimarremo vivi fino a sera, come facciamo a sapere cosa succederà domani?» Nafanail lo accontentò e partì. Savvatij si mise a pregare e a ringraziare il Signore misericordioso che lo aveva esaudito. La sera stessa gli si avvicinò un mercante di Novgorod, Ivan, per chiedere la benedizione e offrire un’elemosina, ma il monaco rifiutò il dono con decisione e gli consigliò di non partire fino al mattino successivo se voleva che il suo viaggio fosse in grazia di Dio. Ivan non volle rimandare e cominciò a prepararsi, ma improvvisamente scoppiò una violentissima tempesta che gli fece comprendere la profezia del santo. Il mattino seguente, il vento si calmò e il mercante si recò nella cella del monaco per l’ultima benedizione e lo trovò morto, seduto sulla panca e avvolto di profumo d’incenso. Con l’igumeno Nafanail, giunto nel frattempo, seppellì il santo nella chiesetta alla foce del Vyg. Era il 27 settembre 1435 (o, secondo altre fonti, 1434).

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Nota:
*. Testo: © associazione culturale Larici, 2013.

 

 

 

 

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