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Marcello
Craveri, Il cielo nell’astronomia ebraico-cristiana
(1)
Il cielo è il luogo dove i beati abiteranno per sempre con
Dio. La Bibbia rispecchia la cosmologia primitiva quando concepisce
la volta celeste che poggia su colonne (Gb 26,11), ma parla del cielo
come luogo dove Dio siede in trono (Sal 11,4; 115,16) e dal quale scende
(Es 19,18-20), pur riconoscendo che i cieli e la terra non possono contenere
Dio (1 Re 8,27) e così, alla fine dei tempi, saranno creati cieli
nuovi e una terra nuova (Is 65,17; 2 Pt 3,13; Ap 21,1). Nell’Antico
Testamento il divieto di pronunciare il nome di Dio portò all’uso
dell’espressione regno dei cieli in forma equivalente a regno
di Dio, spesso usata da Cristo (Mt 13,31-52). Nelle icone, il cielo
costituisce lo spazio in cui possono essere dipinti temi teologici o
dottrinali, oppure elementi “miracolosi” indispensabili alla comprensione
della raffigurazione: la filossenia, Cristo Re, la mano del Padre benedicente,
l’apparizione della Vergine o di un santo, la presenza degli angeli...
Talvolta vi è mostrata la conclusione del racconto “terreno”,
come nella Dormizione della Madre di Dio e nell’Ascensione
del profeta Elia.
In questo saggio, Marcello Craveri (1914) – affermato studioso di Storia
delle religioni, di miti pagani e orientali, di superstizioni e credenze
– ha ripercorso lo stato delle conoscenze astronomiche in Oriente alla
nascita del cristianesimo, conoscenze che hanno determinato modi di
dire e iconografia tuttora in uso.
Nonostante il notevole progresso scientifico già fatto in precedenza
dal pensiero greco, il cristianesimo, pur essendosi diffuso fin dalle
origini in ambiente greco-orientale, continuò a rimanere fedele
alle ingenue concezioni mitiche dell’Antico Testamento, rifiutando con
orrore tutto ciò che non si poteva conciliare con esso. In tal
modo la teologia cristiana diede una mano ai barbari che riportarono
il mondo greco-romano indietro di migliaia di anni.
Ai tempi di Gesù, l’astronomia e la cosmologia degli Ebrei erano
sostanzialmente quelle dei loro antenati aramei, vissuti come pastori
nomadi nel sud della Mesopotamia, con successive influenze dei Cananei,
dopo che verso la metà del II millennio a.C. si trasferirono
nel loro paese, e degli Egiziani che dominavano culturalmente quella
regione, poi di nuovo della Mesopotamia, durante la cattività
babilonese, subito dopo dei Persiani, e infine degli Ellenici, dopo
la conquista di Alessandro Magno.
Dai
testi biblici si ricava la conformazione e il carattere religioso del
mondo celeste ebraico, frutto di tante successive contaminazioni. Il
Cielo è per gli Ebrei, e quindi per i cristiani, la parte più
eccelsa dell’universo, al di là dello spazio, sede della divinità.
Esso è puro splendore, e la parola Luce ricorre spesso nell’Antico
e nel Nuovo Testamento per indicare Dio e la sua dimora. Il profeta
Ezechiele, vissuto nella deportazione a Babilonia, scrive di aver visto
in estasi il Cielo come un immenso fuoco ardente (perciò i cristiani
lo chiameranno Empireo, dal greco empyreos, infuocato) al cui
centro era il trono di Dio sorretto da quattro Esseri che, come gli
dei astrali babilonesi, avevano aspetto di animali, fomiti di ali e
di mani d’uomo. Di qui l’idea dei cherubini, plurale di karub,
dall’arcadico karubu, protettore, raffigurati sull’Arca dell’alleanza,
a cui la mitologia cristiana si ispirerà per simboleggiare i
quattro evangelisti. Sarà San Paolo il primo a rendere accessibile
il cielo agli uomini (i giusti, i buoni) non solo in estasi, ma materialmente,
rivestiti di corpo pneumatico, dopo la morte. Pertanto l’espressione
«il regno dei Cieli», che per gli Ebrei significava «il
regno di Dio», il suo dominio su tutto l’universo, diverrà
per i cristiani un «regno nei cieli».
Il
cielo stellato, visibile agli uomini, nell’astronomia ebraico-cristiana
si trova molto al di sotto della sede di Dio, e non è uno spazio
infinito ma – come appare ad occhio nudo – una volta solida (in ebraico
raqià) dello spessore di pochi pollici, che Ezechiele
definisce una superficie di ghiaccio. Nella traduzione latina il vocabolo
raqià verrà reso con firmamentum, ossia
«sostegno», poiché esso sostiene la grande massa
delle «acque superiori».
Dunque, tra il cielo di fuoco e il firmamento ghiacciato si trova «il
ricettacolo della pioggia e della grandine» (Giobbe 38,
22) che Dio ha diviso, nella creazione, dalle acque inferiori (Genesi
1,6-7), cioè dai mari, che a loro volta formano i fiumi. Ancora
San Tommaso, nel XIII secolo, crederà che i fiumi nascano dal
mare. Il firmamento è sostenuto da quattro montagne e ha delle
aperture (cateratte) per l’uscita della pioggia e della grandine, con
saracinesche manovrate dalla mano di Dio. Sotto di esso, a livello dei
monti, vi sono i serbatoi dei quattro venti (Geremia 10,13;
Daniele 8,8) anch’essi regolati da Dio.
Al
firmamento sono appesi, come lampade, i corpi celesti, tutti alla medesima
distanza dalla Terra, che secondo la Mishnà (tradizione
orale codificata nel I secolo d.C.) equivale ad un viaggio di 500 anni,
e la maggior o minore luminosità degli astri dipende solo dalla
loro differente grandezza.
Già
altri popoli conoscevano bene le costellazioni, mentre gli Ebrei avevano
al proposito nozioni piuttosto vaghe. La «milizia» dei cieli
(tsebà) era per essi misteriosa (Salmi 147,4),
sebbene, almeno fino ai tempi del re Giosia (640-609 a.C.), a quanto
attestano numerosi passi della Bibbia, gli Ebrei avessero continuato
a praticare il culto degli astri e alcuni re di Giuda, dopo la separazione
da Israele, avessero ufficialmente eretto loro altari. Un cenno alla
venerazione di Saturno è anche nell’opera cristiana Atti
degli apostoli (7,43) e il nome di quell’antico dio (in ebraico
Shabbataj) ha lasciato un ricordo nel nome e nella solennità
del Sabato, rispettata persino da Jahve, cessando il lavoro dopo i sei
giorni della creazione.
Delle costellazioni sono nominate soltanto, nei libri di Amos e di Giobbe,
il Kimal, il Kesil, che probabilmente corrispondono
alle Pleiadi e a Orione, molto note agli antichi poiché la loro
apparizione segnava l’inizio o la fine della stagione delle piogge.
Giobbe cita anche l’ash, che la versione greca dei Settanta
traduce con Espero, la Vulgata latina con Arcturum,
e più esattamente quella italiana con Orsa, dato che
l’identica parola ash anche in arabo significa Orsa.
Note:
1. M.
Craveri, Il cielo nell’astronomia ebraico-cristiana, in “l’Astronomia”
n. 22, maggio 1983, pp. 26-29.
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