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ICONE > Enrico Galbiati, La liturgia bizantino-slava come fonte ed espressione della spiritualità russa
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precedente È il viaggio della chiesa nella dimensione del Regno. Usiamo il termine ‘dimensione’ perché sembra il più adatto ad indicare il modo della nostra entrata sacramentale nella vita di Cristo risorto... È un’entrata in una quarta dimensione che ci permette di scorgere la realtà ultima della vita. Non è una fuga dal mondo, è piuttosto il raggiungimento di una posizione vantaggiosa, dalla quale possiamo vedere più a fondo nella realtà del mondo.(4) L’iconostasi nasconde ai fedeli l’altare e lo spazio che rappresenta il regno dei cieli. Ma al “piccolo ingresso” la porta regia si apre. Cristo, rappresentato dal vangelo portato dal diacono, che proclama Sofía! (in slavo Premùdrost): Sapienza!, è la Sapienza che scende nel mondo dal cielo, dov’è presso il Padre, viene in mezzo ai fedeli nell’umiltà dell’incarnazione, poi entra a possedere il regno, e il che è significato dal fatto che il vangelo viene deposto sull’altare. Dietro al vangelo entrano per la porta regia i celebranti, per dare inizio alla liturgia della parola. In questo momento appare la preghiera del buon ladrone: il coro canta: “Nel tuo regno ricordati di me, o Signore”. Il vangelo, cioè Cristo entra nel regno, mentre il coro continua cantando il testamento del maestro, le Beatitudini; invece il fedele rimane ancora fuori: si paragona al ladro nella sua umiltà, ma è illuminato dalla speranza: Cristo si ricorderà di lui. C’è un posto per lui nel regno. Ecco come lo Schmemann commenta il “piccolo ingresso”: È il movimento stesso della chiesa come passaggio dal vecchio al nuovo, da ‘questo mondo’ al ‘mondo avvenire’ e, in quanto tale, è il movimento essenziale del ‘viaggio’ liturgico. In ‘questo mondo’ non c’è altare e il tempio è stato distrutto. Perché l’unico altare è il Cristo stesso, la sua umanità, che egli ha assunta e deificata e fatta tempio di Dio, altare della sua presenza. E il Cristo è asceso al cielo. L’altare quindi è il segno che nel Cristo ci è stato dato accesso al cielo, che la chiesa è il ‘passaggio’ al cielo, l’ingresso nel santuario celeste... È la chiesa che entra nella ‘grazia’, e grazia significa il nuovo essere, il Regno, il mondo avvenire.(5) Dopo la liturgia della parola, la porta dell’iconostasi permette un’altra azione, per così dire, drammatica: il trasporto all’altare del pane e del vino, non ancora consacrati ma già simbolicamente caratterizzati nella previa funzione della Proskomidia, o preparazione. Il pane e il vino, portati dalla porta settentrionale dell’iconostasi, passano in mezzo ai fedeli, come Cristo che è vissuto tra gli uomini prima di passare, nella sua Pasqua, da questo mondo al Padre (Gv 13,1). I santi doni, provenienti da questo nostro mondo, attraversano la porta regia, entrano nella dimensione del Regno; deposti sull’altare saranno investiti dalla potenza dello Spirito santo per diventare il corpo e il sangue di Cristo. E ancora a questo punto risuona la preghiera del ladrone: “Di tutti voi si ricordi il Signore Dio nel suo Regno”, proclama il sacerdote, e mentre il diacono e i sacerdoti concelebranti si scambiano l’augurio: “Si ricordi di te il Signore nel suo Regno”, i fedeli rinnovano dentro di sé i sentimenti di umiltà e di speranza: con i santi doni entra nel Regno l’offerta della loro vita, gioie e sofferenze, l’offerta di tutto ciò che sta nel loro cuore, compreso il mondo tormentato dal peccato ma suscettibile di conversione e di salvezza. Commenta ancora lo Schmemann: Questa offerta a Dio del pane e del vino, del cibo che noi dobbiamo mangiare per vivere, è la nostra offerta a lui di noi stessi, della nostra vita e del mondo intero... Questo è il movimento che Adamo mancò di compiere e che nel Cristo è diventato la vita stessa dell’uomo. Un movimento di adorazione e di lode, in cui tutta la gioia e la sofferenza, tutta la bellezza e tutta la frustrazione, tutta la fame e tutto l’appagamento vengono riferiti al loro fine ultimo e acquistano finalmente pienezza di significato... E mentre la processione avanza, portando il pane e il vino all’altare, noi sappiamo che è il Cristo che porta tutti noi e la totalità della nostra vita a Dio nella sua ascensione eucaristica. Ecco perché a questo punto della liturgia noi commemoriamo o ricordiamo: “Si ricordi il Signore Dio nel suo Regno..:”. Il ricordo è un atto di amore. Dio si ricorda di noi, e il suo ricordo, il suo amore è il fondamento del mondo. Nel Cristo noi ricordiamo. Ritorniamo esseri aperti all’amore e ricordiamo. La chiesa, nella sua separazione da ‘questo mondo’, nel suo viaggio al cielo, ricorda il mondo, ricorda tutti gli uomini, ricorda la creazione intera, la porta con amore a Dio. L’eucaristia è il sacramento del ricordo cosmico: è in realtà una reintegrazione dell’amore come la vera vita del mondo.(6) Un’ultima volta si apre la porta dell’iconostasi per la comunione ai fedeli, e ancora ricompare la preghiera del buon ladrone. Nell’uso russo il sacerdote, tenendo il calice, recita ad alta voce, davanti ai comunicanti e per loro, le preghiere che poco prima ha recitato per se stesso: “Credo, o Signore, e confesso che tu sei veramente il Cristo, il figlio del Dio vivente, venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali il primo sono io...”. Poi la preghiera caratteristica del giovedì santo: “Non ti darò un bacio come Giuda; ma come il ladrone ti confesso: ricordati di me, Signore, nel tuo Regno”. Notiamo l’espressione: “dei peccatori il primo sono io”. Non è un’esagerazione retorica. È una caratteristica della spiritualità russa: il monaco russo nel suo amore universale ama tutti i peccatori, li vuole tutti salvi, ma considera se stesso meritevole di tutti i castighi. Cito dal teologo Paul Evdokimov: Un uomo molto semplice confessa a sant’Antonio: “Guardando i passanti, dico a me stesso; tutti saranno salvati, io solo mi dannerò” e il santo concludeva: “L’inferno esiste veramente, ma per me solo”.(7) Questo atteggiamento spirituale è ribadito infinite volte dalla liturgia bizantina che a ogni inchino (poklòn, in greco metània), non solo come atto di penitenza ma anche di adorazione a Dio e di riverenza alle icone, prescrive l’invocazione del pubblicano: “O Dio, sii propizio a me peccatore, ed abbi pietà di me”. Ma non saremmo completi se non mettessimo in evidenza che questo umile tenersi al di qua della porta regia, questa timorosa e speranzosa tensione verso l’al di là di quella porta, verso l’ingresso nella gioia del Signore, fa da sfondo all’esplosione della gioia pasquale. È un’altra caratteristica della spiritualità bizantina, ben evidente tra i russi. È la gioia profonda di chi ama il Signore Gesù e ha sofferto della sofferenza di lui, di chi ha celebrato con digiuno e compassione gli strazi del venerdì santo, di chi ha cantato la lamentazione funebre (pokhvalý, in greco enkòmia) sull’icona, in forma di Sindone (plasccianìtsa, epitàfios), della sepoltura di Cristo, e ora lo contempla risorto e glorioso. È la gioia di chi sa che in Cristo già è proclamata la vittoria sui tre nemici dell’umanità: Satana (l’accusatore), il peccato, la morte. Nella liturgia pasquale l’espressione di questa gioia è ancora sottolineata dal rapporto della struttura del tempio con i riti che vi si svolgono. A tale proposito così ci istruisce il già citato Evdokimov: Il santuario è sempre rivolto a Oriente, donde verrà Cristo glorioso. Al lato opposto, a Occidente, si trova il nartece con la porta d’uscita, aperta nel muro occidentale. Solitamente questo muro porta l’immagine dell’ultimo giudizio, in affresco: esso è il simbolo della terra non evangelizzata, e anche dell’inferno, il luogo dal quale Dio è escluso, un certo aspetto del mondo moderno. Durante il mattutino della notte di Pasqua, nel silenzio del sabato che finisce, il sacerdote e il popolo lasciano la chiesa; la processione si arresta all’esterno, davanti alla porta occidentale del tempio, a luci spente. Per un istante questa porta chiusa significa la tomba del Signore, la morte e l’inferno. Il sacerdote traccia su di essa il segno della croce, e, sotto questa forza, la porta si spalanca, e tutti entrano nella chiesa inondata di luce, cantando: “Cristo è risorto dai morti! Egli ha vinto la morte con la sua morte! Ha dato la vita a tutti quelli che sono nelle tombe!”. La porta dell’inferno è ridiventata la porta della chiesa. L’assemblea avanza cantando la sua gioia davanti alla porta regale che rimane aperta durante tutto l’ufficio.(8) Notiamo che nella liturgia bizantina della Messa, sono introdotte a modo, noi diremmo, di giaculatoria, delle preghiere che appartengono all’ufficiatura del triduo pasquale, ma che si ripetono a ogni Messa, rinnovando i sentimenti di quel momento saliente dell’anno liturgico. Tra quelle preghiere spiccano - nell’uso degli ortodossi - le espressioni della gioia pasquale nel momento in cui il sacerdote immerge nel calice le parti divise del santo pane per la comunione dei fedeli: Illuminati, illuminati, o nuova Gerusalemme, la gloria del Signore è sorta sopra di te! Danza ora ed esulta, o Sion. E tu rallegrati, o pura Madre di Dio, nella risurrezione del Figlio tuo... O Pasqua grande e santissima, o Cristo, o Sapienza e Verbo e Potenza di Dio, donaci di comunicare più chiaramente con te nel giorno senza tramonto del tuo Regno! Non saremmo completi se non accennassimo, a modo di conclusione, alla devozione popolare dei russi, verso la madre di Dio (Bogoroditsa, in greco theotókos). Veramente si tratta di una componente universale della spiritualità bizantina, in cui la religiosità popolare viene assunta, e anche orientata, nella pratica liturgica. Ma questo vale per i russi in modo particolare. Nel Calendario liturgico del Patriarcato russo si trova in appendice l’elenco di tutte le icone miracolose venerate in Russia con l’indicazione del giorno della festa relativa. Ebbene, l’enumerazione conta ben 197 (centonovantasette) icone miracolose, che nel giorno della festa attirano folle di pellegrini. Nove di queste icone hanno un’ufficiatura propria nei libri liturgici (Mineía). Nelle più varie circostanze non solo in chiesa ma anche nelle case private, dove viene appositamente invitato, il sacerdote canta uno speciale ufficio d’invocazione della Madonna, chiamato in russo molében (in greco paràklisis). Di questa ufficiatura la preghiera centrale (Kondàk, in greco kontàkion) viene cantata anche durante la Messa, nei giorni ordinari, con le commemorazioni del giorno, dopo il “piccolo ingresso”: O invincibile protettrice dei cristiani, inconcussa mediatrice presso il Creatore, non disprezzare le voci di supplica di noi peccatori, ma affrettati, pietosa, a venire in aiuto di noi, che con fede a te gridiamo. Non tardare ad intercedere ed affrettati in nostro soccorso, o Madre di Dio, che sempre proteggi quanti ti onorano. Ricordiamo che nella Messa bizantina, compresa la preparazione, la madre di Dio è menzionata in genere 18 (diciotto) volte. La menzione più solenne, cantata durante la preghiera eucaristica, è il Megalinario (antifona al Magnificat dell’ufficio mattutino) che nei giorni ordinari è il seguente, col quale concludiamo queste note di spiritualità liturgica: È veramente giusto chiamare beata te, o Theotókos, sempre beata e tutta immacolata e madre del nostro Dio. Te più onorabile dei cherubini e senza confronto più gloriosa dei serafini, te che senza ombra di corruzione partoristi il Verbo di Dio, te noi magnifichiamo quale vera genitrice di Dio.
Note:
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