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ICONE > Efstathios K. Giannìs, L’icona ortodossa come luogo e modo di molteplici incontri, 2000?

 

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La luce nell’icona ortodossa
L’enunciazione artistica della trasformazione e dell’elevazione divina dell’uomo si realizza anche con altri trattamenti artistici ma, innanzitutto, con quello che un teologo moderno chiamerebbe “conduttività della luce” o “struttura della luce” nell’ icona ortodossa. Contrariamente al pittore rinascimentale, che lavora in base al chiaroscuro, l’iconografo ortodosso struttura e plasma – nel senso proprio della parola – l’icona usando la luce.
Nell’arte dell’icona la paletta del colore è intesa come la paletta della luce. L’iconografo mescola i colori con la luce appunto come anche il santo “si mescola con la luce” secondo Simeone il Nuovo Teologo.
Questa luce nella pittura bizantina gioca un ruolo particolare, si riferisce all’essere delle immagini raffigurate e di conseguenza ne assume il carattere ontologico. “Dio è luce” e la sua incarnazione costituisce la luce che viene al mondo: “è venuta, è apparsa l’inaccessibile luce”. Tale luce, secondo Gregorio Palamas, sono gli atti increati di Dio. La luce che illumina le sacre icone è, appunto, questa “energia divina e di conseguenza il contenuto sostanziale dell’icona”. La luce che illumina l’icona ortodossa non è una luce naturale che proviene da una fonte esterna concreta e che deve obbedire alle regole rigide e impersonali della diffusione lineare della luce – con tutte le loro conseguenze – come accadde nell’arte occidentale. Si tratta invece di una luce “che scende da sopra” e illumina le immagini raffigurate da dentro, diffondendo – allo stesso tempo – luce dappertutto, senza una fonte concreta o un angolo di illuminazione che romperebbero la rivelazione della sua onnipresenza. Si può dire che è come se “il fuoco scendesse a terra e illuminasse da dentro tutta l’esistenza umana”. Per la nostra tradizione iconografica ortodossa, la luce che avvolse il Signore sul monte della Trasfigurazione è la luce increata del monte Tabor. E, appunto, tale partecipazione alla luce increata che trasfigura dà sostanza all’immagine raffigurata, le fa assumere una certa entità e identità, le fa diventare quello che è. Una luce di tale qualità illumina le immagini dei santi raffigurati e costituisce un primo sapore, promessa e impegno escatologico dell’ottavo giorno. Per cui, la luce dell’icona ha un carattere “di teofania” come espressione degli atti divini relativi alla creazione e alle persone da essa trasfigurate. Si potrebbe, dunque, dire che l’icona ortodossa rende tangibile – dal punto di vista artistico – la bella descrizione di Simeone il Nuovo Teologo che si riferisce alla trasfigurazione dei corpi dei santi realizzata dal fuoco divino tramite la grazia increata “così dunque anche i corpi dei santi sotto la grazia unita alla loro anima, cioè ricevendo il fuoco divino, si santificano e diventano anch’ essi trasparenti, diversi dagli altri corpi”.

La bellezza primigenia
Nell’ambito di questa conduttività della luce iconologia ortodossa, concludiamo dicendo che l’icona non rappresenta il mondo materiale della caducità e della morte. Al contrario, ci rivela il paradisiaco cronotopo trasfigurato attraverso la grazia divina. Il mondo dell’icona è “il regno di Dio”, il mondo che partecipa all’eternità. La Chiesa ortodossa presenta in che modo “la caducità che è il risultato della caduta a somiglianza” può essere restituita dalla “bellezza primigenia”. Rivela “quale possibilità ha il modesto materiale del mondo, la carne della terra e dell’uomo, di unirsi con la vita divina in modo che il corruttibile si rivesta di incorruttibilità”. Il pittore “articola” con il suo pennello questa verità “non come forma e come allegoria ma imprimendo sul disegno e sul colore il diventare incorruttibile e la gloria della carne umana”.

 

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