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Efstathios
K. Giannìs, L’icona ortodossa come luogo e modo di molteplici
incontri, 2000? (*)
La
molteplicità degli incontri
L’
immagine di nostro Signore
L’icona ortodossa, come linguaggio teologico, “parla” di molteplici
incontri e, allo stesso tempo, invita a degli incontri.
L’immagine di nostro Signore Gesù Cristo, prima di tutto, rivela
e attesta in modo visibile la verità del nostro credo che “Dio
si rivelò in carne”. Il concetto dell’infinito in generale,
come pure dell’infinito nello spazio, tempo e intendimento della natura
divina, “si svuota” e incontra la natura limitata dell’uomo. Rivela
anche il fatto che l’increato s’incontra con il creato ed esiste alla
maniera di quest’ultimo. Per questo il Concilio Quinisesto (691) con
il suo canone 82, volendo rilevare l’importantissima verità della
divina incarnazione, proibì la raffigurazione simbolica di Cristo
nelle sembianze di un agnello e ordinò: “Restaurate l’immagine
di Cristo, nostro Signore, secondo la sua natura umana”. In questo
modo, tutti i fedeli saranno in grado di concepire “l’importanza
dell’umiliazione della Parola di Dio” e “ricorderanno l’aspetto
carnale della sua passione come pure la sua morte salvifica e, da quel
momento, la redenzione del mondo”.
Secondo la decisione del Concilio, l’immagine di Cristo nell’icona diventa
il luogo di rivelazione di questo incontro liberatorio tra Dio e l’uomo.
Rivela la fede della Chiesa che Cristo è Dio fatto uomo, la Verità
incarnata nella sua pienezza, un fatto che la comunità cristiana
ha il dovere di mostrare a tutti in modo da sottolineare la negazione
di ogni concezione astratta e metafisica della religione. Non si potrà
più, infatti, raffigurare un’idea o un disegno astratto ma una
persona concreta. La Chiesa, ormai, può non solo parlare della
Verità ma anche farla vedere: si tratta dell’immagine di Gesù.
L’icona raffigura la persona, l’esistenza del Verbo incarnato, dove
s’incontrano e si uniscono senza “confondersi” e “separarsi”
la natura divina e la natura umana. “Non si raffigura la natura
ma l’esistenza del raffigurato. Di conseguenza si descrive Cristo secondo
la sua esistenza nonostante il fatto che il suo divino aspetto non si
possa descrivere” dice san Teodoro Studita. Tramite questa chiara
distinzione tra natura e persona o esistenza si supera sia l’ostacolo
del monofisismo sia quello del nestorianesimo e si promuove la convinzione
ortodossa che nell’icona di Cristo diventa visibile il volto del Signore
nella sua forma umana così come divenne visibile anche storicamente
con la sua incarnazione.
L’icona di Cristo non rivela solo l’incontro di Dio con l’uomo, ma costituisce
anche un invito perché l’uomo incontri Dio. Questo secondo incontro
appare nelle icone della Madonna e dei Santi, amici di Dio.
Le
icone della Madonna e dei Santi
Le icone della Madonna, sia quelle dove tiene il bambino in braccio
sia quelle dove lo bacia, o quelle dove viene raffigurata mentre prega
ed è “china” nella Natività, rivelano attraverso la profondissima
“semantica” dell’iconografia ortodossa la Madonna come “cielo” e “buona
terra” e “montagna vergine” e “utero che porta la responsabilità”
– come la madre di Dio, la fanciulla che “coniugò nella sua esistenza
la vita del finito con l’infinito, unì nella sua vita il Creato
con il suo Creatore”, “la creatura, essa solo tra tutte le creature
di Dio, materiali e spirituali – che raggiunse la pienezza della finalità
per la quale esiste il creato: la più completa possibile unione
con Dio e la più completa realizzazione delle possibilità
della vita”. Proprio per questo, quando gli iconoclasti criticavano
le icone della Madonna, mettevano in dubbio sostanzialmente la possibilità
che ha l’uomo, unito con Cristo, di diventare Dio per grazia, dato che
la Madonna “Theotokos” cioè Madre di Dio si concepisce e si chiama
così “non solo per la natura de Verbo ma anche per l’unione
della natura umana dell’ uomo con il divino”.
Tale unione dell’uomo con il divino, per grazia di Dio, appare anche
nelle icone dei santi. I santi dell’iconografia ortodossa sono le persone
che si incontrarono, dal punto di vista ontologico, con Lui. Attraverso
tale unione si mutarono “in beata mutazione” e installarono dentro di
loro l’immagine decaduta di Dio restaurandola nella primigenia bellezza,
trasformandosi così in templi dello Spirito Santo e residenze
di Dio nella gloria di Dio. Secondo la fede della Chiesa, l’uomo è
la gloria di Dio. Nella persona dei membri della Chiesa, trasformati
e uniti col divino, si rende gloria a Dio. È proprio questa divina
glorificazione che esprimono le immagini dei Santi. Rivelano davanti
ai nostri occhi il loro percorso per incontrare Cristo e per diventare
la gloria di Dio. La Chiesa ortodossa raffigurando i suoi Santi ci ricorda
“l’identità personale dei suoi membri glorificati, constata cioè
la particolarità delle persone raffigurate sotto la loro nuova
sostanza, relativa a Cristo, che conferma la partecipazione delle immagini
raffigurate alla gloria divina e alla grazia di Cristo”. Di conseguenza
le icone dei Santi “rivelano gli effetti ontologici-morali del dogma
cristiano nell’esistenza delle persone raffigurate in Cristo” cioè
l’unione della natura umana col divino. Costituiscono in altre parole,
un’espressione artistica e un’enunciazione della famosa frase di Atanasio
il Grande “Lui (Dio) divenne uomo perché noi diventassimo
divini”.
Nota:
*. Nel sito http://www.apostoliki-diakonia.gr.
Giannìs è teologo e iconografo.
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