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ICONE > San Giorgio martire > La leggenda di S. Giorgio, dal Codice Riccardiano, XIV-XVIII secolo (1)


Santo Giorgio fu nobile cavaliere e fu grande amico di Dio, e sempre stette fermo nella fede e nelle opere di Dio, e di suo corpo fu vergine, puro (2); e fu nato d’una città che si chiamava Melena (3), nella provincia di Cappadocia. E in quello reame aveva uno gomito di mare che vi stava uno dragone terribile, e usciva del mare e veniva alla città, e gittava sì grande fiato puzzolente per la bocca, che corrompeva l’aria e uccideva molte gente, e anche le divorava. E uno dì s’armarono tutti gli uomini della città, de’ popoli e cavalieri, e andarono verso questo dragone. E ‘l dragone era terribile cosa a vedere, tanto che tutto ‘l popolo cominciò a fuggire. E i cavalieri, che erano più di duemila, tutti fuggirono, sì che il re, vedendo il pericolo, per mitigare il fuore del dragone ordinò cogli uomini della città che si desse al dragone ogni dì due bestie, e così feciono; e questo durò gran tempo, tanto che in tutto quello reame non v’erano niuna più bestia rimase. E venute meno le bestie, ordinò che ogni dì gli fosse dato uno fanciullo maschio, ovvero una donzella, e ciò si gittasse per sorte a chi dovesse toccare di dare il figliuolo o la figliuola, o nobile o non nobile, o ricco o povero, sicchè comunemente conveniva che toccasse a ognuno la sua volta, e non se ne poteva nullo dolere. Ora avvenne che, fatto così gran tempo, toccò la sorte al re del paese, che era nella città. E questo re aveva una sua figliuola (4) ch’era la più bella donzella che si trovasse a quello tempo, e non aveva più figliuoli che lei. Il re, vedendo che gli conveniva dare la figliuola al dragone, fu molto triste e dolente, e molto umilmente e dolcemente colle lagrime pregava il popolo che togliessono oro e argento tanto quanto piacesse loro, e la sua figliuola non fosse data a divorare al dragone. E il popolo, tutti a gridare: «Noi abbiamo dati gli nostri figliuoli, e più non ce n’ene rimasi a dare; dà tu la tua, chè noi non vogliamo oro nè argento; e se questo non fai per amore, noi venirem tutti a furore e faremtelo fare per forza». Allora il re fece il maggior pianto e più doloroso che mai nessuno potesse fare, e molto si lamentava. E così piangendo, dacchè altro non poteva fare, sì fece vestire la sua figliuola nobilemente, come si vestono le spose del re, e coronata a modo di reina. Quando ella fu tutta adornata così nobilmente, il re l’abbracciò strettamente e baciolla, e con grandissimo dolore e pianto la mandò all’isola dove stava il dragone che la doveva divorare. E tutti quelli della città trassono a vedere quando la donzella fu giunta all’isola, ed ogni gente si dilungò da lei, e rimase sola; e con grande triemito di paura aspettava il dragone, così adornata e bellissima; e a tutta la gente n’incresceva di molto. Ed ella fortemente piangendo, aspettava d’essere divorata. Sì apparve il beato Giorgio in su uno grosso cavallo, ed era il più bello giovane che si potesse trovare a quel tempo, et adornato a modo d’uno figliuolo di re. E mossesi e andossene diritto alla donzella che aspettava d’essere divorata dal dragone e dolorosamente piangeva. Allora quello benissimo nobile giovane messer santo Giorgio disse alla donzella: «Gentile donzella, perchè piangi e stai qui sola?». Ed ella rispose e disse: «O nobilissimo giovane, che se’ tutto gentile, io ti priego che tu tosto ti debbi partire, imperò ch’io aspetto uno terribile dragone che mi debba divorare, però t’addomandò in cortesia che tosto tu ti parti, acciò che tu non muoia con meco insieme, che a me pure mi conviene morire, chè m’è toccato in sorte». E il giovane molto piatosamente la domandò e disse: «Dimmi, gentile donzella, tante gente qua ch’io veggo, stanno lassù, perchè vi stanno?». E la donzella disse: «Perchè ‘l dragone verrà immantanente che mi debba divorare. E però, dolcissimo e dilicato giovane, pàrtiti e piacciati di non voler morire di così dolorosa morte e crudele come farò io»; e sempre tremava. E santo Giorgio disse: «Nobilissima donzella, non temere, ch’io t’aiuterò gagliardamente ». Allora il dragone misse un po’ il capo fuori dell’acqua, e cominciò forte a zufulare. E venendo verso lei, e santo Giorgio montò a cavallo, e fecesi il segno della santa Croce, e andò verso il dragone, e diegli un grande colpo colla lancia ch’egli aveva in mano, e abbattello. E tutta la gente che lo stavano a vedere, fortemente si maravigliavano di vedere tanto ardire e tanta prudenzia in uno così giovane cavaliere. E santo Giorgio chiamò la donzella e fecele sciogliere la cintola ch’ella aveva cinta, e fecela mettere al collo al dragone, e disse alla donzella: «Mènalti drieto arditamente». E ‘l dragone andava drieto alla donzella a modo d’uno agnello; e menavalo in verso la città, e ognuno si maravigliava. E ‘l re, padre della donzella, aveva tanta letizia che non si potrebbe nè dire, nè contare, nè pensare, vedendo la figliuola campata di così crudele morte. E quando la donzella ebbe menato il dragone dentro alla città, e santo Giorgio dinnanzi al re e a tutti i cittadini sì l’uccise, e convenne che fusse tre paia di fortissimi buoi (5) a trainarlo fuori della città. Allora santo Giorgio predicò al re e a tutti quelli della città la fede di Cristo. E per lo miracolo che aveva veduto, si convertì il re e la figliuola, e tutto il popolo, e fecionsi tutti battezzare, e tutti perfettamente credettono in Cristo Gesù. E ‘re fece edificare chiese ad onore di Dio e a reverenzia di santo Giorgio. E santo Giorgio ammaestrò questo re nella fede, e dìssegli com’egli dovesse amare e servire a Dio, e ‘l modo che dovesse tenere della santa chiesa, e de’ preti e de’ poveri. E quando l’ebbe ammaestrato di ciò che bisognava, egli prese commiato da lui e partissi del reame suo, E sì gli lasciò il nobile cavallo che cavalcava, e tutto il suo nobile adornamento di cavaliere, di che egli era nobilmente e riccamente adornato. E tutto lo diede a’ poveri per amore di Cristo.

Ed a quel tempo regnavano due imperadori (6), e l’uno di questi imperadori era uno crudelissimo perseguitatore de’ Cristiani; fece uccidere in uno dì cento migliaia di cavalieri che erano cristiani, perchè non vollono negare Cristo. E molti miseri l’avevano negato per paura di non essere tormentati da quello pessimo imperadore. E santo Giorgio arditamente andò allo imperadore crudele e disse: «Voi adorate gl’idoli che sono demoni dello ‘nferno, quinci vi voglio dare assapere che voi dovete adorare e fare sacrificio a Gesù Cristo, il quale è vero Dio, e che venne di cielo in terra e volle morire per noi e per la salute dell’umana generazione». E lo imperadore, pieno di furore, sì lo domandò chi egli era. Ed egli rispose: «Io sono di nobile gente, e sono cavaliere ed ho lasciate ricchezze e tutte le pompe mondane per servire a Gesù Cristo, che è vero Iddio». Allora lo imperadore comandò che fusse preso e messo in una stretta prigione, e così fu fatto. E poi l’altro dì vegnente comandò che gli fusse menato innanzi. E quando fu dinnanzi allo imperadore, sì ‘l domandò se voleva negare Cristo e adorare gli loro dei. Allora disse santo Giorgio: «Io t’ho detto ch’io adoro il vero Iddio che tutti ci ha creati e fece il cielo e la terra, e altro Dio mai non adorerò». E ciò udendo l’imperadore, sì comandò che fusse spogliato ignudo e fusse impiccato in alto, e poi co’ rasoi e con uncini gli fussono tratte e stracciate le carni da dosso. E santo Giorgio si raccomandò divotamente a Dio. E’ ministri tutto lo insanguinavano, ed egli con grande allegrezza lodava e benediceva Iddio. E vedovasi l’ossa e ‘l cuore e tutte l’interiora drento, e pareva che lo spirito ne fusse partito dal corpo tanto l’avevano squarciato e lacerato, e lasciarono quasi per morto. E lo ‘mperadore lo fece portare e mettere in una prigione tenebrosa, e nelle rotture delle carni fece mettere sale, e forte stropicciare, acciò ch’avesse maggiore pena. E poi fatto questo, lo imperadore credette che fusse morto. E la mattina san Giorgio, tutto squarciato e lacerato, chiamò Cristo che l’aiutasse a vincere questa battaglia. E detta la parola, e Cristo gli apparve nella carcere con grande splendore, e santo Giorgio gli disse: «Or se’ tu lo mio Iddio e Signore, il quale per me sostenesti tanta pena, e moristi in croce per gli peccatori?». E Cristo disse: «Io sono desso». E toccollo colle sue mani; immantanente fu tutto sanato ed era più bello che ‘l giglio. E la mattina lo ‘mperadore volle [vedere] se santo Giorgio fusse morto; e gli soprastanti della prigione andarono e trovàronlo più sano e bello e fresco che mai fusse. Allora andarono allo imperadore, e dissongli come Giorgio era tutto sano e guarito, sanza macula alcuna. Allora disse l’imperadore che ciò era fatto per incantesimo. E lo imperadore fece venire uno incantatore e dissegli: «Sapresti tu sì fare per tue arti ch’io potessi vincere Giorgio, e’ suoi incantamenti non gli valessino niente?». E lo Incantatore disse di sì. E lo imperadore mandò per santo Giorgio e sì lo fece venire dinnanzi da sè. E quando lo incantatore venne, arrecò seco veleno preparato molto forte, e diello bere a santo Giorgio, perch’egli il bevesse, e non si potesse aitare, ma immantinente cadesse morto; e dieglielo bere. E santo Giorgio il segnò e benedisse, e bevello, e no gli fece niente impedimento, se non come s’egli avesse bevuto un fino vino di vernaccia. E l’incantatore vedendo il miracolo, si convertì e fecesi battezzare. E ciò vedendo l’imperadore, gli fece tagliare la testa a quello incantatore, e gli angioli ne portarono l’anima in vita eterna. Allora lo ‘mperadore, pieno d’ira contro a san Giorgio, fece fare uno bue grandissimo di metallo e fecelo empiere di spuntoni d’aguti, (7) e disse a san Giorgio: «O tu neghi il tuo Cristo e adori gli miei dii, o tu entrerai in questo bue, e farollo volgere a modo di ruota, sì che tutto sarai abbominato». E san Giorgio disse: «Io sono acconcio di portare ogni pena per amore del mio buono Iddio, e tu fa’ che ti piace». Allora lo ‘mperadore lo fece mettere in quello bue del metallo, che v’erano dentro ordinati quegli spontoni ritti, acciò che tutto lo spezzassi. E santo Giorgio si raccomandò a Gesù Cristo, e subito vennono angioli dal cielo e ruppono e spezzarono tutto quello bue del metallo; e presono santo Giorgio gli angioli e tennerlo per ispazio d’una mezz’ora levato in aria, sanza nulla lesione. Allora lo ‘mperadore tutto si divorava d’ira, e fece struggere una grande caldaia di piombo, e quando fu bene strutto, e bolliva ben forte, e egli vi fece mettere dentro san Giorgio. E egli quando v’entrò, si raccomandò a Dio, e non gli fece niuno male. E lo imperadore vedendo tante maraviglie, chiamò san Giorgio e cominciollo a lusingare e con molte belle e dolce parole il pregò ch’adorasse gli suoi dii. E san Giorgio, ammaestrato, disse: «Ecco, andiamo al tempio e ivi adorerò». E lo imperadore ebbe grande allegrezza, credendo che santo Giorgio adorasse l’idolo; fece mettere un bando per tutto il paese che s’armeggiasse e facessesi grande festa, però che Giorgio, rubello degli dei, voleva adorare gli dei e fare loro sagrifìcio. Allora fece grande festa, e tutta la gente corsono al tempio per vedere. E santo Giorgio entrò nel tempio e divotamente s’inginocchiò in terra e disse: «Io non adoro voi, idoli maladetti, anzi adoro Gesù Cristo Iddio vero, che col Padre e collo Spirito Santo vive e regna in secula seculorum. Amen». E orò a Cristo e disse: «O Signore mio Dio, re potentissimo, io ti priego che tu dimostri ora qui la tua somma potenzia, acciò che questi miseri conoschino il loro perfido errore: fa’ rovinare questo tempio e rompi questo idolo, e fa’ tornare tutta questa gente a via di verità». E quando ebbe compiuta l’orazione, ed egli usci del tempio, e subitamente il tempio ruinò e gl’idoli tornarono in cenere, e i sacerdoti degli idoli caddono ia profondo d’abisso. Allora lo ‘mperadore, pieno d’ira e di furore, chiamò li suoi consiglieri e savi principi, e disse: «Vedete, signori, quello che ci ha fatto Giorgio co’ suoi incantesimi; e’ ha vituperato lo nostro imperio, e però se ne vuole fare grande giustizia, sì fatta in tal modo che niuno s’ardisca di fare contra gli dei». Allora rispose l’imperadrice e disse: «O misero imperadore, tu hai udito dire e hallo veduto cogli occhi tuoi che lo Dio ch’adorano gli Cristiani è vero e potentissimo. Di chi vuole fare contra di lui sempre è vincitore. Di’ agli idoli tuoi ch’egli ha morti e battuti, ch’elli si vendichino, se possono, di lui». Allora lo ‘mperadore, tutto affocato d’ira, disse: «Io conosco alle tue parole che tu se’ cristiana». Et ella rispose che voleva essere ancilla di Cristo. Allora lo imperadore, tutto arrabbiato d’ira contro l’imperadrice, diede sentenzia che immantanente fusse arsa. E san Giorgio molto la confortò che stesse ferma e forte nella fede, però che Iddio l’aspettava e avevale già apparecchiata la corona nobilissima, la quale sarebbe eternale. Allora fu menata l’imperadrice alla giustizia; ed ella lietamente, con allegrezza, sanza nulla turbazione, quando giunse al capannuzzio (8) entrò nel fuoco allegramente, sempre chiamando Cristo. E l’anima sua ne fu veduta portare dagli angioli in vita eterna.

Poi lo imperadore si fece menare san Giorgio dinnanzi a sè e disse: «Tu come rubello dello imperio, e per i tuoi incantamenti di tua arte magica, hammi distrutto il tempio e guasto gli dei, e hammi pervertita la mia donna, che per tua cagione sì fu arsa. Ora sì che de’ due partiti pigli l’uno: o tu adori gli dei piatosi e perdonerannoti le ingiurie commesse, o io ti farò crudelmente morire». Rispuose santo Giorgio: «Tu se’ cieco e non vedi lume, misero, e perchè non apri gli occhi e conosci la potestà infinita e grandissima di Gesù Cristo? Tu chiami li tuoi idoli dei; ora, se sono dei, come si lasciano abbattere e disfare al mio potentissimo Cristo? Considera, misero, la sua potenzia e convertiti a lui, acciò che potrai avere misericordia e salvare l’anima tua, che già è condannata al fuoco dello inferno eternamente. Fa’ di me tutto ciò che ‘l tuo padre diavolo t’ha insegnato, e spàcciati, però che Dio m’aspetta, non lasciare a fare nulla, però ch’io veggo Cristo che m’aspetta, cui ho sempre desiderato d’essere con lui». E ciò udendo, l’imperadore sì cominciò a tremare tutto, e pareva ch’el si volesse manicare di pazzia d’empiezza (9). Allora il fece spogliare ignudo e comandò che fusse strascinato sanza asse (10) per tutta la città, e poi, se per questo non morisse, gli fusse tagliato il capo.

Allora gl’iniqui ministri con grande furore lo spogliarono e strascinarono per tutta la città. Della sua carne, molta ne rimase appiccata alle pietre, e ‘l suo sangue tutto lo sparse quando fu così strascinato. E giunti al luogo del martirio, appena gli era rimaso lo spirito vitale, anzi era tutto lacerato e maccato, ma pure Iddio gli fece grazia che divotamente s’inginocchiò e disse: «Signore mio, Gesù Cristo, abbi misericordia del tuo servo, e nelle tue mani raccomando lo spirito mio. E addomandoti per ispeziale dono che tutte quelle persone che per tuo amore, con fede, avendo delle tribulazioni che dà il mondo, nelle loro fatiche chiameranno il mio soccorso, pregoti, Messere, che tu gli esaudisca e soccorri in tutti i loro bisogni, in mio nome». E fatta ch’ebbe l’orazione, e l’angelo di Dio gli apparve e disse: «O Giorgio beato, la giusta tua orazione è da Dio udita, e Iddio t’aspetta per menartene in vita eterna con seco». Allora santo Giorgio pose il collo giuso, e ‘l giustiziere gli diede della spada, e al primo colpo il capo si partì dallo busto, et ivi apparve uno grande isprendore. E l’anima si partì dal corpo e fu portata dagli angioli in vita eterna a godere con Cristo.

E poi, tornando questo imperadore che aveva fatto uccidere il beato Giorgio santissimo, volendo ritornare al suo palagio, e subitamente venne una grande tempesta di tuoni e di baleni e di saette e folgore; il suo palagio profondò e la terra tranghiottì il pessimo imperadore vivo, e l’anima sua fu portata allo ‘nferno. Sì che ciascuno dev’essere ubbidiente e reverente a Domeneddio, che ci può dare vita e morte. A lui sia laude e gloria per infinita secula seculorum. Amen.

Annotazioni

La narrazione differisce solo in alcuni particolari dal racconto della Legenda Aurea. In questa è detto che non l’imperatore, ma il suo preside Daziano fece tormentare e mettere a morte il Santo; e invece della botte irta di chiodi, si fa menzione d’una ruota «attorniata intorno intorno di coltelli a due tagli», come quella di S. Caterina. Ivi è data con approssimazione anche la data del martirio: «anno domini nel torno di 284», e si dice anche che dall’altare della sua chiesa esce «una fontana viva il cui beveraggio sana tutti gl’infermi».

Niccolò da Poggibonsi nel suo Viaggio d’Oltramare (Bologna, Romagnoli, 1881) racconta d’aver veduto la fossa dove fu sotterrato il drago ucciso da S. Giorgio, fossa che nessuno riuscì mai a riempire.

La leggenda di S. Giorgio divenne popolarissima in Oriente, tanto che per un certo tempo, come attesta Brunetto Latini nel suo Tesoro (libro III, capo I), si dette il nome di lui allo stretto dei Dardanelli. I mercanti genovesi ne diffusero il culto anche presso di noi: Genova eresse una chiesa in onore del Santo, e chiamò col nome di lui il celebre Banco che sussiste tuttora. Anche Venezia, che aveva frequenti relazioni con l’Oriente, ebbe ben presto notizia del Santo, ed eresse in onore di lui tre chiese: S. Giorgio Maggiore, S. Giorgio dei Greci, S. Giorgio degli Schiavoni. Quest’ultima fu ornata d’un ciclo di pitture del Carpaccio, rappresentanti i principali episodi della leggenda. Verona ha nella chiesa titolare del Santo una bella pala del Veronese rappresentante il suo martirio.

La nobile figura di S. Giorgio «il cavalier de’ Santi, il santo protettor dei cavalieri» ispirò al Mantegna il bel quadro della Galleria di Venezia e a Donatello il suo capolavoro nella celebre statua che orna una delle nicchie di Orsanmichele a Firenze (l’originale oggi è al Museo, sul posto una copia in bronzo). La lotta di S. Giorgio col dragone, oltre che dal Carpaccio, fu rappresentata dal Pisanello in una serie di affreschi di cui non restano che pochi frammenti nella chiesa di S. Anastasia a Verona (11); da Raffaello in un quadretto che oggi trovasi nel Museo del Louvre, e dal Tintoretto in un quadro famoso della National Gallery di Londra. Numerose sculture riproducono quest’episodio: a Genova, a Venezia, a Praga (fontana del Castello reale), a Firenze (sulla porta omonima, e sul basamento della statua di Donatello). Tra i pittori moderni che s’ispirarono alla leggenda di S. Giorgio, ricordiamo l’inglese Burne Jones e il tedesco Hans Thoma.

Una Rappresentazione di S. Giorgio martire e cavaliere di Cristo venne stampata a Siena, alla Loggia del Papa, nel 1608; altre storie in ottave furono stampate a Firenze 1569, 1602, 1653 per cura di G. Battista Asolani.


Note
:

1. La leggenda di S. Giorgio [Inedita. Dal Codice Riccardiano 138, carte 16 e segg.], in G. Battelli, Le più belle leggende cristiane – tratte da codici e da antiche stampe commentate e illustrate con 32 tavole fuori testo, Ulrico Hoepli, Milano 1928 (III ed.), pp. 209-219. Le note e l’Annotazione finale sono di Guido Battelli.

2. «Giorgio, scrive il da Varagine, è detto da geos, cioè terra, e orge, cioè coltivatore quasi coltivante, la terra sua, cioè la carne. S. Agostino dice nel libro della Trinitade che la buona terra è nell’altezza de’ monti e delle colline e nella pianura de’ campi: la prima è buona all’erbe verdicanti, la seconda è buona alle vigne, la terza alle biadora. E così san Giorgio fu alto, sprezzando le cose di sotto, e però ebbe la verdezza de la puritade; fu temperato per la discrezione, e però ebbe vino della giocondità dentro: fu piano per l’umiltade, e però menò biade di buone operazioni».

3. il volgarizzatore erra non solo nella trascrizione del nome della città, che è Selene, non Melena, ma anche della provincia, che è la Cilicia, non la Cappadocia.

4. di nome Sabra.

5. Varagine dice quattro paia di buoi.

6. Diocleziano e Massimiano.

 

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