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ICONE > Ignace Louis Gondal S.S., La Chiesa russa, 1900


Capitolo III: Sinodo di San Pietroburgo

1. Lo zar padrone della sua Chiesa senza esserne il capo
L’Occidente cristiano si rappresenta l’imperatore come il capo religioso del suo popolo, e volentieri lo considera come una specie di papa nazionale, rivestito della doppia autorità spirituale e temporale, pienamente imperatore e quasi pontefice. Contro un tale modo di vedere e di dire, la Russia protesta. Chi si inganna? Chi ha ragione?
Finché il solo dogma è in causa, lo zar, ci si dice, resta uguale al più oscuro dei cristiani, il suo unico diritto è di essere istruito dalla Chiesa e il suo unico dovere è di credere. Sono esigenze di disciplina religiosa o di pratiche della vita cristiana, come quelle cui deve sottomettersi il più umile dei suoi sudditi, anche se lo zar è maggiormente tenuto all’obbedienza perché più osservato e più influente.
Egli non ha che un capo della Chiesa, Gesù Cristo, e un’autorità sovrana per parlare in nome di Gesù Cristo, i concili ecumenici. Colui che detiene il potere politico resta necessariamente estraneo alla gerarchia, essendo esterno alla Chiesa. Se interviene negli affari religiosi, non è che a titolo di protettore. Vescovo all’esterno, fratello degli imperatori d’Oriente e d’Occidente, l’eguale dei re più cristiani, tale è lo zar. Così ragiona l’Ortodossia.
E i fatti le danno in parte ragione. È infatti evidente che, sul terreno religioso, l’autorità dello zar non può avere né l’efficacia, né l’estensione di quella usufruita in campo politico e sociale. Qui essa è piena, indipendente, assoluta; là è limitata, contenuta, timorosa: limitata dalla fede popolare, tanto più suscettibile quanto essa è più oscura, ostile per istinto a ogni cambiamento e sempre pronta a considerare un attentato sacrilego anche i miglioramenti necessari; trattenuta dalla tradizione e i santi canoni di cui la Chiesa ortodossa si è costituita la custode vigile e gelosa; timorosa dell’esempio degli altri popoli ortodossi, con i quali l’impero, interessato a “proteggerli”, resta in comunione.
In realtà, gli zar hanno poco interferito sul dogma e i Russi hanno conservato la fede antica. Ma quanti attentati contro il diritto costituzionale, quante violente ingerenze nell’amministrazione della Chiesa ortodossa, quanti ukase, promulgati dopo i famosi regolamenti ecclesiastici di Pietro il Grande, hanno modificato, ostacolato, eliminato il regolare funzionamento delle istituzioni più venerabili, per esempio quella dei metropoliti! Che vessazioni sotto il pretesto del controllo! Certamente i sovrani, eccetto forse Paolo I in un’ora di allucinazione, non hanno mai aspirato a svolgere il ruolo di Pontefice supremo, ma tutti hanno cercato di accaparrare il governo effettivo della Chiesa e degli ecclesiastici. Amministrativamente parlando, l’imperatore può tutto. La supremazia dello Stato si estende alle persone, alle dignità e ai benefici. È vero che lo zar non è il capo della sua Chiesa, ma ne è il padrone; è altrettanto vero che non governa le coscienze, ma coloro che le governano sono sue creature. Lascia alla Chiesa i suoi dogmi e i suoi precetti, ma prende per sé i beni e le persone, disponendo di tutti e di tutto, senza controllo, da padrone assoluto, a volte direttamente e a volte tramite l’organo del Santo Sinodo.

2. Il Santo Sinodo: i suoi membri, i suoi compiti, il Procuratore
Il Santo Sinodo, o, con il suo titolo completo, “il Santissimo Sinodo dirigente”, che si tiene come un concilio in modo permanente, non è che un consiglio di amministrazione interamente dipendente dal sovrano che lo ha stabilito ed è assimilabile ai concistori delle Chiese protestanti, dalle quali del resto è stato preso in prestito. Nel primo pensiero del suo fondatore, il Sinodo doveva comporsi di un presidente vescovo, di due vicepresidenti ugualmente vescovi, di quattro consiglieri e di quattro assistenti presi nel clero del secondo ordine regolare e secolare. Ma l’interesse o il capriccio hanno portato Pietro e i suoi successori a modificare più volte la costituzione primitiva. Poco a poco si sono eliminati il presidente, i vicepresidenti e chierici inferiori, a eccezione di qualche raro archimandrita e di due o tre preti secolari.
L’usanza garantisce un posto al Santo Sinodo ai metropoliti delle tre capitali successive, Kiev, Mosca e San Pietroburgo, come pure all’esarca della Georgia. La scelta del sovrano chiama a riunirsi vicino a loro, ma per un tempo soltanto, quattro o cinque altri arcivescovi o vescovi o archimandriti. I titolari già dotati di un vescovado, obbligati a dividersi tra l’amministrazione della loro diocesi e la funzione sinodale, non siedono al Sinodo che a turno, ciascuno per sei mesi all’anno, eccetto il caso di una questione grave che richieda una riunione plenaria. Il clero sposato è rappresentato da due semplici preti di cui uno è di solito il cappellano dell’imperatore e allo stesso tempo il suo confessore, e l’altro il capo-cappellano delle truppe di terra e di mare.
Tutti prestano all’imperatore uno speciale giuramento di fedeltà e non c’è niente di altrettanto inamovibile. I vescovi non più graditi potevano ricevere l’ordine di rientrare nella loro diocesi, i preti venivano semplicemente destituiti e non era impossibile, se necessario, trasferire a un altro seggio anche il metropolita di San Pietroburgo o invitarlo al riposo.
Presso il Sinodo è un delegato del “Maestro”, invariabilmente un laico e più spesso un soldato, l’Ober procouror o procuratore generale, la cui funzione è di vegliare che tutti gli affari ecclesiastici siano trattati conformemente agli ukaze imperiali.
La Russia non ha un ministero dei culti. Le religioni dissidenti dipendono dal ministero dell’interno; l’ortodossia si amministra tramite il Sinodo sotto il controllo del suo procuratore, vero ministro del culto nazionale, che ha d’altronde il suo posto nel comitato dei veri ministri di Stato. Intermediario tra l’imperatore e il Santo Sinodo, «occhio dello zar» diceva già Pietro il Grande, riceve tutte le comunicazioni che transitano da uno all’altro. «Nulla nel consiglio dirigente è realizzato senza la partecipazione del procuratore; è lui che propone e inoltra gli affari, lui che impone le misure adottate. Nessun atto sinodale è valido senza la sua conferma; ha diritto di veto nel caso le decisioni dell’assemblea siano contrarie alle leggi. Ogni anno presenta all’imperatore una relazione sulla situazione generale della Chiesa, sullo stato del clero e dell’ortodossia nell’impero e a volte all’esterno» (22).
In linea generale, il Sinodo ha l’alta direzione della Chiesa russa: veglia sulla purezza della fede e sull’istruzione religiosa del popolo; si occupa della vita e dell’educazione del clero; detiene la censura spirituale, ossia l’esame di tutti gli scritti che hanno per autore un ecclesiastico o che si occupano di religione; infine, costituisce il tribunale supremo dove sono decisi in ultima analisi tutti gli affari ecclesiastici.
E Dio sa se il numero è grande! L’uso ha prevalso nel farne due parti: da un lato quelli che interessano più direttamente la giustizia e la censura, attribuite al Sinodo, dall’altro, quelli che hanno soprattutto relazione con le scuole e le finanze, riservate di solito al procuratore. Poiché tutti gli affari ecclesiastici, in Russia, si trattano per iscritto e per corrispondenza e nulla si decide senza relazione e senza pezze d’appoggio, il procuratore, come il Sinodo, ha una propria amministrazione, degli uffici e dossier di ogni tipo.
«È la principale originalità e non la ferita minore della Chiesa russa». È ovvio che un consiglio che si riunisce al massimo due volte alla settimana non può deliberare su tutti gli affari che giungono da ogni parte dell’immenso impero degli zar. Un migliaio di casi appena, sui diecimila e più sottoposti annualmente, è oggetto di esame da parte sua. Per tutto il resto, decisione e relazione sono abbandonati agli uffici. Questi sono pieni di laici, quasi tutti figli di pope che non hanno potuto o voluto far parte del clero, docili esecutori delle volontà del procuratore. L’elemento laico ottiene così nell’amministrazione un’influenza sproporzionata, tanto più decisiva se la composizione del Sinodo è variabile e se un numero minimo dei suoi membri è al corrente dei dettagli della giurisprudenza ecclesiastica.

 

Note:
22. Elisée Reclus e G. Leroy-Beaulieu.

 

 

 

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