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ICONE > Arnold Hauser, Cause e conseguenze dell'iconoclastia (1)


Britannico di origine ungherese, Arnold Hauser (1892-1978) è autore di fondamentali opere storico-critiche, in cui i fenomeni artistici sono analizzati in stretta relazione con il loro contesto storico e sociale. Infatti, Hauser riteneva che un'opera d'arte sia sempre condizionata dalla società e allo stesso tempo compia sempre una funzione sociale, qualunque siano la condizione o lo scopo della realizzazione. Per questo motivo, l'analisi di un'opera non può prescindere dallo studio della sua epoca e, di conseguenza, deve abbandonare tutte le interpretazioni nate dai condizionamenti ideologici e sociali successivi.

Le disgraziate guerre dei secoli VI, VII e VIII, che richiesero la collaborazione dei proprietari di terre per la continua reintegrazione dell'esercito, rafforzarono la potenza di quella classe e condussero anche in Oriente a una specie di feudalesimo. Mancava, è vero, quella reciproca dipendenza di signori e vassalli che caratterizza il sistema feudale in Occidente, ma anche qui l'imperatore si trovò a dipendere più o meno dai proprietari terrieri, non appena non ebbe più i mezzi necessari per mantenere un esercito mercenario. Tuttavia il sistema della concessione di possessi fondiari come ricompensa per servigi militari si sviluppò solo in piccola scala nell'Impero d'Oriente. Qui il benefizio non toccava, come in Occidente, a magnati e cavalieri, ma a contadini e semplici soldati. Naturalmente i latifondisti cercavano di riassorbire queste terre, come avevano fatto in Occidente con la proprietà dei contadini liberi; e anche qui i contadini, per i gravami fiscali spesso insopportabili, si mettevano sotto la protezione dei grandi, come in Occidente avveniva per mancanza di sicurezza civile. Da parte loro gli imperatori, almeno in un primo tempo, si opposero con ogni mezzo all'estensione del latifondo, e questo - in primo luogo - per non cadere essi stessi in balia dei grandi proprietari. Il loro principale sforzo, durante la lunga, disperata lotta contro Persiani, Avari, Slavi e Arabi, fu rivolto all'esercito: ogni altra considerazione passava in secondo piano. Anche il divieto di adorare le immagini non fu che una delle loro misure di guerra.

Propriamente l'iconoclastia non fu un movimento ostile all'arte; non perseguitò l'arte in generale, ma solo un determinato tipo di arte: si rivolse soltanto contro le rappresentazioni di contenuto religioso, mentre le pitture decorative furono tollerate anche al tempo della più selvaggia persecuzione. La lotta aveva soprattutto uno sfondo politico; l'ostilità all'arte, in quanto tale, non fu che un motivo secondario e relativamente trascurabile, forse il più trascurabile di tutti. Alle origini del movimento esso ebbe, in ogni caso, la parte minore, anche se contribuì poi in misura non disprezzabile alla diffusione dell'idea iconoclastica. Certo l'orrore per la figurazione del divino, come la repulsione per tutto ciò che ricordasse il culto degli idoli, non era più così forte, per i tardi Bizantini amanti dell'arte, come per i primi cristiani. Prima che il cristianesimo fosse riconosciuto dallo stato, la Chiesa aveva combattuto per ragioni di principio contro l'uso delle immagini nel culto, e anche nei cimiteri le aveva tollerate solo con gravi restrizioni. Anche qui erano proibiti i ritratti, si evitavano le sculture, e le pitture erano limitate a rappresentazioni simboliche. In generale si rifuggiva dall'adornare le chiese con opere d'arte. Clemente Alessandrino sottolinea che il secondo comandamento riguarda le immagini di ogni specie; e questa è la norma per la Chiesa primitiva e per i Padri. Ma dopo l'editto di Milano non c'era più da temere ricadute nel culto degli idoli, e l'arte, anche se non senza resistenze e limitazioni, poté mettersi al servizio della Chiesa. Ancora nel secolo III, Eusebio dichiarava contraria alla Scrittura e idolatrica la rappresentazione di Cristo, e immagini isolate di Cristo sono relativamente rare anche nel secolo successivo. Solo nel secolo V s'intensifica la produzione di questo genere. Ma poi l'immagine del Salvatore diventa un oggetto di culto e infine una specie di protezione magica contro il Maligno. Un'altra fonte dell'iconoclastia, indirettamente collegata all'orrore degli idoli, è l'avversione dei primi cristiani all'estetismo sensuale dell'antichità classica. Questo motivo spiritualistico è formulato in mille guise dagli antichi cristiani, e trova la sua espressione forse più caratteristica in Asterio di Amasia, che respinge ogni rappresentazione del santo, perché un'immagine non può fare a meno di sottolineare gli elementi materiali e sensibili. "Non dipingere il Cristo, - ammoniva, - gli basta l'umiliazione dell'incarnazione, a cui si è sottoposto spontaneamente e per amor nostro; anzi accogli il Verbo incorporeo nell'anima tua".
Molto più importante di tutti questi motivi fu la lotta contro l'idolatria, a cui il culto delle immagini aveva condotto in Oriente. Ma non era neppure questo che più premeva a Leone III Isaurico; la purezza della religione gli stava a cuore assai meno dell'azione "illuministica", ch'egli si riprometteva vietando il culto delle icone. E anche più importante dev'essere stata per lui la considerazione di quei cospicui e dotti circoli ch'egli sperava di conquistarsi con quel divieto. L'influsso dei Pauliciani aveva diffuso in quei circoli una tendenza alla "riforma", e qua e là s'erano levate voci che respingevano l'intero sistema sacramentale, il rituale "pagano" e la costituzione ufficiale del clero. Ma nulla appariva loro più pagano dell'idolatria connessa alle immagini sacre, e almeno in questo la dinastia puritana degli Isauri, di origine contadina, concordava perfettamente con quei notabili. Ad agevolare la diffusione dell'iconoclastia, contribuirono moltissimo i successi militari degli Arabi, che non conoscevano icone. L'opinione maomettana trovò seguaci, come sempre ne trova il successo. Fare a meno delle icone, come gli Arabi, divenne una moda a Bisanzio. Molti attribuivano la fortuna del nemico alla sua ripugnanza per le immagini, e pensavano di potergli semplicemente rubare il segreto. Altri forse volevano mitigare l'animo dell'avversario adottandone il costume. I più, probabilmente, eran d'avviso che la rinuncia al culto delle immagini non poteva recare alcun danno.

Ma il movente principale e, in ultima analisi, decisivo dell'iconoclastia fu la lotta impegnata dagli imperatori e dai loro fidi contro la potenza sempre più grande dei monaci. In Oriente questi non esercitavano certo sulla vita spirituale degli alti ceti un influsso così grande come in Occidente. La cultura laica, a Bisanzio, aveva una sua tradizione, direttamente legata all'antichità classica; e non aveva bisogno della mediazione dei monaci. Tanto più intimi erano i rapporti fra questi ultimi e il popolo; e si formava così un fronte comune che, in certe condizioni, poteva diventare pericoloso per il governo. Già i monasteri erano mete di pellegrinaggio, a cui la gente affluiva coi suoi dubbi, con le sue pene, recando suppliche e doni. La massima attrattiva dei conventi erano le icone miracolose; un'icona celebre era una fonte inesauribile di gloria e di ricchezza per il convento che la possedeva. I monaci si mostravano condiscendenti verso gli usi della religione popolare, il culto dei santi e delle reliquie, la venerazione delle immagini, per accrescere non solo le loro entrate, ma la loro autorità.
Leone III si sentiva ostacolato nel suo proposito di fondare un forte stato militare soprattutto dalla Chiesa e dai monaci. Fra i maggiori latifondisti erano i principi della Chiesa e i conventi, esenti da tasse. Non solo, ma i conventi, data la popolarità della vita monastica, sottraevano molte forze giovanili all'esercito, alla burocrazia e all'agricoltura; e al fisco, per le continue donazioni e fondazioni pie, toglievano considerevoli introiti. L'imperatore, vietando il culto delle icone, li privò del più efficace mezzo di propaganda. Il provvedimento colpì in loro i produttori, i possessori e i custodi delle immagini, ma soprattutto i difensori del magico alone che ne avvolgeva la santità. L'imperatore doveva dissiparlo, se voleva conseguire i suoi intenti totalitari. A questa spiegazione del fenomeno iconoclastico la storiografia "idealistica" obietta che la persecuzione cominciò solo tre o quattro decenni dopo il divieto del culto delle icone, e che, sotto Leone III, non s'intrapresero contro i monaci ostilità dirette. Come se non fosse bastato il divieto a colpirli sensibilmente! Un assalto diretto non era necessario, né giustificato, prima che si opponessero al divieto; ma non appena ciò avvenne, si passò alle persecuzioni personali.

L'iconoclastia non fu un movimento puritano, platonico o tolstoiano, diretto contro l'arte in quanto tale. Non determinò un arresto dell'attività artistica, ma solo un nuovo orientamento; si direbbe anzi che abbia prodotto un effetto stimolante sulla produzione, che era caduta ormai in un meccanico e monotono formalismo. I temi puramente ornamentali, a cui i pittori dovevano attenersi, li ricondussero verso lo stile ellenistico, e l'affrancamento dalle esigenze del clero permise di trattare con più freschezza i motivi naturali. Quando questi motivi si svilupparono in scene di caccia e di giardino, anche la figura umana divenne più libera e mossa, meno piatta e frontale. La seconda fioritura dell'arte bizantina nei secoli IX e X, che mantenne le conquiste naturalistiche di quello stile profano trasponendole nella pittura sacra, potrebbe essere quindi considerata, a ragione, come una conseguenza dell'iconoclastia. Comunque, l'arte bizantina ricadde presto in forme stereotipe. Questa volta la corrente conservatrice non partiva dalla corte, ma dai conventi, e cioè proprio dai luoghi che già erano stati la sede della tendenza più libera, meno convenzionale, più popolare. Come un tempo l'arte aulica, ora quella monastica cerca un canone saldo, coerente, intangibile. L'ortodossia dei monaci, vittoriosa nella contesa delle immagini, è diventata conservatrice in seguito alla vittoria; tanto che le icone greco-orientali del secolo XVII non differiscono essenzialmente da quelle dell'XI.

 

 

Nota:
1.
Arnold Hauser, Cause e conseguenze dell'iconoclastia, in Arnold Hauser, Storia sociale dell'arte, Einaudi, Torino 1955 (poi ristampato), pp. 166-170.

 

 

 

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