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| ICONE > Arnold Hauser, Cause e conseguenze dell'iconoclastia (1)
Le disgraziate guerre dei secoli VI, VII e VIII, che richiesero la collaborazione dei proprietari di terre per la continua reintegrazione dell'esercito, rafforzarono la potenza di quella classe e condussero anche in Oriente a una specie di feudalesimo. Mancava, è vero, quella reciproca dipendenza di signori e vassalli che caratterizza il sistema feudale in Occidente, ma anche qui l'imperatore si trovò a dipendere più o meno dai proprietari terrieri, non appena non ebbe più i mezzi necessari per mantenere un esercito mercenario. Tuttavia il sistema della concessione di possessi fondiari come ricompensa per servigi militari si sviluppò solo in piccola scala nell'Impero d'Oriente. Qui il benefizio non toccava, come in Occidente, a magnati e cavalieri, ma a contadini e semplici soldati. Naturalmente i latifondisti cercavano di riassorbire queste terre, come avevano fatto in Occidente con la proprietà dei contadini liberi; e anche qui i contadini, per i gravami fiscali spesso insopportabili, si mettevano sotto la protezione dei grandi, come in Occidente avveniva per mancanza di sicurezza civile. Da parte loro gli imperatori, almeno in un primo tempo, si opposero con ogni mezzo all'estensione del latifondo, e questo - in primo luogo - per non cadere essi stessi in balia dei grandi proprietari. Il loro principale sforzo, durante la lunga, disperata lotta contro Persiani, Avari, Slavi e Arabi, fu rivolto all'esercito: ogni altra considerazione passava in secondo piano. Anche il divieto di adorare le immagini non fu che una delle loro misure di guerra. Propriamente
l'iconoclastia non fu un movimento ostile all'arte; non perseguitò
l'arte in generale, ma solo un determinato tipo di arte: si rivolse
soltanto contro le rappresentazioni di contenuto religioso, mentre le
pitture decorative furono tollerate anche al tempo della più
selvaggia persecuzione. La lotta aveva soprattutto uno sfondo politico;
l'ostilità all'arte, in quanto tale, non fu che un motivo secondario
e relativamente trascurabile, forse il più trascurabile di tutti.
Alle origini del movimento esso ebbe, in ogni caso, la parte minore,
anche se contribuì poi in misura non disprezzabile alla diffusione
dell'idea iconoclastica. Certo l'orrore per la figurazione del divino,
come la repulsione per tutto ciò che ricordasse il culto degli
idoli, non era più così forte, per i tardi Bizantini amanti
dell'arte, come per i primi cristiani. Prima che il cristianesimo fosse
riconosciuto dallo stato, la Chiesa aveva combattuto per ragioni di
principio contro l'uso delle immagini nel culto, e anche nei cimiteri
le aveva tollerate solo con gravi restrizioni. Anche qui erano proibiti
i ritratti, si evitavano le sculture, e le pitture erano limitate a
rappresentazioni simboliche. In generale si rifuggiva dall'adornare
le chiese con opere d'arte. Clemente Alessandrino sottolinea che il
secondo comandamento riguarda le immagini di ogni specie; e questa è
la norma per la Chiesa primitiva e per i Padri. Ma dopo l'editto di
Milano non c'era più da temere ricadute nel culto degli idoli,
e l'arte, anche se non senza resistenze e limitazioni, poté mettersi
al servizio della Chiesa. Ancora nel secolo III, Eusebio dichiarava
contraria alla Scrittura e idolatrica la rappresentazione di Cristo,
e immagini isolate di Cristo sono relativamente rare anche nel secolo
successivo. Solo nel secolo V s'intensifica la produzione di questo
genere. Ma poi l'immagine del Salvatore diventa un oggetto di culto
e infine una specie di protezione magica contro il Maligno. Un'altra
fonte dell'iconoclastia, indirettamente collegata all'orrore degli idoli,
è l'avversione dei primi cristiani all'estetismo sensuale dell'antichità
classica. Questo motivo spiritualistico è formulato in mille
guise dagli antichi cristiani, e trova la sua espressione forse più
caratteristica in Asterio di Amasia, che respinge ogni rappresentazione
del santo, perché un'immagine non può fare a meno di sottolineare
gli elementi materiali e sensibili. "Non dipingere il Cristo, -
ammoniva, - gli basta l'umiliazione dell'incarnazione, a cui si è
sottoposto spontaneamente e per amor nostro; anzi accogli il Verbo incorporeo
nell'anima tua". Ma
il movente principale e, in ultima analisi, decisivo dell'iconoclastia
fu la lotta impegnata dagli imperatori e dai loro fidi contro la potenza
sempre più grande dei monaci. In Oriente questi non esercitavano
certo sulla vita spirituale degli alti ceti un influsso così
grande come in Occidente. La cultura laica, a Bisanzio, aveva una sua
tradizione, direttamente legata all'antichità classica; e non
aveva bisogno della mediazione dei monaci. Tanto più intimi erano
i rapporti fra questi ultimi e il popolo; e si formava così un
fronte comune che, in certe condizioni, poteva diventare pericoloso
per il governo. Già i monasteri erano mete di pellegrinaggio,
a cui la gente affluiva coi suoi dubbi, con le sue pene, recando suppliche
e doni. La massima attrattiva dei conventi erano le icone miracolose;
un'icona celebre era una fonte inesauribile di gloria e di ricchezza
per il convento che la possedeva. I monaci si mostravano condiscendenti
verso gli usi della religione popolare, il culto dei santi e delle reliquie,
la venerazione delle immagini, per accrescere non solo le loro entrate,
ma la loro autorità. L'iconoclastia non fu un movimento puritano, platonico o tolstoiano, diretto contro l'arte in quanto tale. Non determinò un arresto dell'attività artistica, ma solo un nuovo orientamento; si direbbe anzi che abbia prodotto un effetto stimolante sulla produzione, che era caduta ormai in un meccanico e monotono formalismo. I temi puramente ornamentali, a cui i pittori dovevano attenersi, li ricondussero verso lo stile ellenistico, e l'affrancamento dalle esigenze del clero permise di trattare con più freschezza i motivi naturali. Quando questi motivi si svilupparono in scene di caccia e di giardino, anche la figura umana divenne più libera e mossa, meno piatta e frontale. La seconda fioritura dell'arte bizantina nei secoli IX e X, che mantenne le conquiste naturalistiche di quello stile profano trasponendole nella pittura sacra, potrebbe essere quindi considerata, a ragione, come una conseguenza dell'iconoclastia. Comunque, l'arte bizantina ricadde presto in forme stereotipe. Questa volta la corrente conservatrice non partiva dalla corte, ma dai conventi, e cioè proprio dai luoghi che già erano stati la sede della tendenza più libera, meno convenzionale, più popolare. Come un tempo l'arte aulica, ora quella monastica cerca un canone saldo, coerente, intangibile. L'ortodossia dei monaci, vittoriosa nella contesa delle immagini, è diventata conservatrice in seguito alla vittoria; tanto che le icone greco-orientali del secolo XVII non differiscono essenzialmente da quelle dell'XI.
Nota:
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