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| ICONE > Arnold Hauser, L'organizzazione del lavoro nei conventi (1)
Scomparso Carlo Magno, il centro culturale dell'Impero non è più la corte. Scienza, arte, letteratura vengono ormai dai conventi; nelle loro biblioteche, nei loro scriptoria e nelle loro officine si compie la parte più importante della produzione intellettuale. Alla loro diligenza e alla loro ricchezza l'arte dell'Occidente cristiano deve la sua prima fioritura. Moltiplicatisi i centri culturali per lo sviluppo dei conventi, le tendenze artistiche cominciano a differenziarsi nettamente. Non si deve credere che i monasteri fossero del tutto isolati; servivano a collegarli, se pur non molto strettamente, la comune dipendenza da Roma, l'influsso generale del monachesimo irlandese e anglosassone e, più tardi, le congregazioni di riforma degli ordini. Già il Bédier ha accennato ai loro contatti col mondo laico e alla loro funzione nei pellegrinaggi, in cui fungono da punti d'incontro fra pellegrini, mercanti e giullari. Ma nonostante questi rapporti con l'esterno, i conventi restano unità sostanzialmente autonome, raccolte in se stesse, e più tenacemente fedeli alle loro tradizioni di quel che non fosse prima la corte, sensibile al variare delle mode, o di quel che sarà, più tardi, la società borghese. La regola benedettina prescriveva il lavoro manuale come quello intellettuale, e metteva l'accento soprattutto sul primo. Come il feudo, così il convento cercava di sviluppare per quanto possibile un'economia autarchica, producendo tutto il necessario. L'attività dei monaci si estendeva dal lavoro nei campi e negli orti all'artigianato. Fin dal principio i lavori più pesanti furono sbrigati in gran parte dai contadini liberi e dai servi e, più tardi, anche dai frati laici; ma l'artigianato, specie nei primi tempi, era esercitato soprattutto dai monaci; e proprio attraverso l'organizzazione del lavoro artigiano il monachesimo ha esercitato il più profondo influsso sullo sviluppo dell'arte e della cultura medievale. Se la produzione artistica procede in forma più ordinata, con una certa divisione del lavoro, con metodi più o meno razionali, e se anche elementi della classe superiore attendono al suo esercizio, è tutto merito degli ordini monastici. E' noto che nei conventi dell'alto Medioevo prevalevano gli aristocratici; certi conventi eran quasi esclusivamente riservati a loro. Così persone che altrimenti non avrebbero mai preso in mano un pennello sporco, uno scalpello o una cazzuola, entrarono direttamente in contatto con le arti figurative. Certo, il disprezzo per il lavoro manuale è ancora molto diffuso nel Medioevo, e l'idea del "signore" resta a lungo inscindibile da quella della vita oziosa; ma non c'è dubbio che ora, contrariamente a quel che accadeva nell'antichità, accanto alla vita signorile, legata a un ozio illimitato, anche la vita laboriosa acquista un suo valore positivo, e questo nuovo atteggiamento verso il lavoro si ricollega, fra l'altro, alla popolarità della vita monastica. Ancora nel tardo Medioevo, nell'etica borghese del lavoro, quale si esprime, ad esempio, negli statuti delle corporazioni, riecheggia lo spirito della regola conventuale. Non si può dimenticare, d'altronde, che nei conventi il lavoro viene ancora considerato, in parte, come penitenza e punizione; e anche san Tommaso parla di viles artifices (Comm. in Polit., 3.I.4). Di una nobilitazione della vita ad opera del lavoro non è ancora possibile parlare. Dai monaci l'Occidente ha appreso a lavorare con metodo; l'industria del Medioevo è in gran parte opera loro. Gli artigiani, ancora abbastanza numerosi nelle città come eredi dell'antica industria romana, lavorarono - fino alla rinascita dell'economia urbana - in limiti molto modesti, e diedero uno scarso contributo allo sviluppo delle tecniche industriali. Certo, artigiani specializzati erano attivi anche presso le corti palatine e nei maggiori feudi; ma essi appartenevano alla casa del re o alla servitù, e il loro lavoro conservava un carattere di attività domestica, ispirata alla tradizione piuttosto che a finalità razionali. Solo nei conventi l'artigianato si svincola dall'ambito domestico. E' nei conventi che si apprende a far economia di tempo, a dividere e utilizzare razionalmente la giornata, a misurare lo scorrere delle ore e ad annunciarle col tocco della campana. La divisione del lavoro diventa il principio fondamentale della produzione, mantenuto non soltanto entro la cinta del chiostro, ma in una certa misura anche nei rapporti fra i diversi conventi. Fuori
dei monasteri, l'attività artistica era coltivata soltanto nei
domini del re e presso le maggiori corti feudali, e anche là
solo nelle forme più semplici. Ed è proprio in questa
attività che i conventi si segnalarono in modo particolare. Fra
i loro più antichi titoli di gloria c'era la copia e l'illustrazione
dei manoscritti. L'istituzione delle biblioteche e degli scriptoria,
che Cassiodoro aveva introdotto a Vivarium, fu imitata dalla maggior
parte dei conventi benedettini. Gli amanuensi e i miniatori di Tours,
Fleury, Corbie, Treviri, Colonia, Ratisbona, Reichenau, Sant'Albano,
Winchester, erano celebri fin dall'alto Medioevo. Presso i benedettini,
gli scriptoria erano grandi laboratori comuni; presso altri
ordini, come i cistercensi e i certosini, piccole celle. La produzione
di tipo industriale e l'attività del singolo potevano quindi
sussistere l'una accanto all'altra. Sembra inoltre che il lavoro dei
copisti e degli alluminatori fosse ovunque specializzato secondo i vari
compiti. Si distinguevano, oltre i pittori (miniatores), i
maestri esperti in calligrafia (antiquarii), gli aiutanti (scriptores)
e i pittori d'iniziali (rubricatores). Oltre ai monaci, gli
scriptoria impiegavano amanuensi salariati, cioè laici
che lavoravano un po' a casa propria, un po' in convento. L'illustrazione
dei libri era arte monastica per eccellenza; ma i frati si occupavano
anche d'architettura, scultura e pittura, erano orefici e smaltisti,
tessevano sete e tappeti, istituivano fonderie di campane e legatorie,
fabbriche di vetri e di ceramiche. Alcuni monasteri divennero veri e
propri centri industriali; e se inizialmente Corbie aveva soltanto quattro
officine principali con ventotto operai, già nel secolo IX troviamo
a St-Riquier vie intere riservate alle officine degli armaioli, altre
ai sellai, ai rilegatori, ai calzolai, e così via. Importantissimo
è il contributo dei monaci allo sviluppo dell'architettura sacra.
Fino alla fioritura delle città, quando sorgono i cantieri delle
cattedrali, essa è quasi interamente in mano di ecclesiastici,
anche se si può supporre che gli artisti e gli operai addetti
alla costruzione delle chiese non fossero tutti frati. Comunque, a capo
delle maggiori imprese architettoniche troviamo quasi sempre ecclesiastici;
anche se, con ogni probabilità, essi furono i fabbricieri piuttosto
che gli architetti. L'attività edilizia dei singoli conventi
era troppo discontinua, perché i monaci, legati a determinati
chiostri, potessero scegliere la professione di architetto. Essa era
aperta solo ai laici, liberi nei loro movimenti. Ma anche qui vi sono
eccezioni. E' noto, per esempio, che il monaco Hilduard fu architetto
della chiesa abbaziale del Saint-Père a Chartres. Sappiamo pure
che san Bernardo di Clairvaux mise a disposizione di altri conventi
un frate del suo ordine, l'architetto Achard; e Isembert, il costruttore
della cattedrale di Saintes, gettò ponti, oltre che in quella
città, a La Rochelle e in Inghilterra. Ma siano stati questi
casi più o meno frequenti, le arti minori, meno gravose, rispondevano
assai meglio dell'architettura allo spirito del lavoro monastico.
Nota:
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