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ICONE > Robert Hertz, Sette russe


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L’estasi è allo stesso tempo mezzo e fine di questo risveglio spirituale e la setta è, innanzitutto, un ambiente in cui si coltiva e si realizza l’entusiasmo estatico. Questo presenta sempre un carattere collettivo. Senza dubbio può accadere che degli individui, dotati di poteri speciali, siano visitati dallo Spirito, quando sono soli o tra i profani, ma ciò costituisce un fatto del tutto eccezionale: di norma, gli stessi profeti arrivano allo stato d’ispirazione soltanto in mezzo alla comunità riunita e in stato di entusiasmo (p. 295). Le riunioni cultuali, nelle quali si concentra la vita della setta, si tengono di notte, al riparo da sguardi indiscreti, in una sala sistemata a tal fine o in un semplice fienile o anche in fondo alla foresta (cf. 498 ss.). Dapprima vi sono le preghiere e i canti, che richiamano le manifestazioni della grazia nella setta ed evocano lo Spirito Santo; quindi ha inizio la Radenije, il «lavoro», il vero «servizio» di Dio (p. 266, n. 2). È la danza rituale; essa comporta diverse varianti di cui la più caratteristica è la seguente: vestiti di lunghe camicie bianche, i danzatori, girando su se stessi, formano una specie di ruota che gira attorno al proprio asse nello stesso senso del sole. All’interno del cerchio consacrato, uno o più profeti animano i ballerini con la voce e col fiato. Il ritmo è dato dal canto e dal battito delle mani dei presenti che non prendono parte alla Radenije; gli stessi danzatori cantano instancabilmente un ritornello molto povero, generalmente composto di due sole parole: «Spirito, Dio» (Duch, Bog) e che viene interrotto, di tanto in tanto, da alcune interiezioni che ricordano stranamente l’evoè delle Baccanti (pp. 268 ss.). All’inizio, i movimenti, sebbene molto rapidi, sono regolari e ordinati; ma a poco a poco, talvolta dopo qualche ora, il ritmo si accelera fino a spezzarsi del tutto: i danzatori, col corpo tutto tremolante, eseguono salti frenetici e non si controllano più. Allora in tutta l’assemblea c’è un’esultanza delirante: lo Spirito è disceso; non rimane che abbandonarsi a esso. Uomini e donne si precipitano gli uni sugli altri, a volte per abbracciarsi perdutamente, altre volte per picchiarsi a più non posso. Alcuni fanno lunghi discorsi in lingue sconosciute (p. 123, § 44); altri contemplano visioni abbaglianti; altri ancora camminano a quattro zampe ed emettono urla animalesche. Tutti si sentono trasformati sin nel profondo del proprio essere: percepiscono odori di una soavità tale che i profumi ordinari non danno neppure l’idea; diventano completamente insensibili al freddo, alla fatica, alla sofferenza fisica; questa anestesia, combinata con l’estrema tonicità del loro sistema muscolare, dà loro l’impressione di essersi liberati dalla forza di gravità e di volare in cielo aperto. Ma la grazia suprema, che ricompensa i danzatori del loro faticoso «lavoro», si ha quando lo Spirito Santo si degna di far sentire all’assemblea, per bocca delle sue «trombe d’oro», la parola divina. Scosso da convulsioni, la schiuma alla bocca, il profeta vaticina, spesso per molte ore di seguito, sul passato, il presente e il futuro della comunità – sul destino degli individui, rivelando i loro peccati segreti o la loro prossima morte – sul tempo che farà e sulla qualità dei futuri raccolti; spesso oscura, sempre ritmata e in rima, la profezia «nutre» l’anima degli ascoltatori e li ricolma di gioia (II, pp. 251 ss.). Esausti per tanta agitazione, i fedeli, prima di disperdersi, si calmano cantando e si comunicano in un pasto fraterno (I, pp. 264-304, 381-402, 416 ss., 538 ss.; II, p. 254).

Nell’atmosfera surriscaldata della Radenije nascono rappresentazioni che l’ortodossia giudica fantasiose e blasfeme. Da quando l’estasi inizia, le Genti di Dio hanno la sensazione di non essere più padroni del loro corpo; sono semplici strumenti al servizio di una forza che li domina e che si sostituisce interamente alla loro propria volontà. È questa forza che comunica loro dei poteri straordinari e li fa compiere azioni straordinarie che la fredda ragione denuncia come insensate perché non ne percepisce il significato. I Chlysty definiscono questa forza utilizzando le credenze tradizionali del cristianesimo: lo Spirito Santo, che per loro, più che una dolce colomba, è un falcone trasparente e rapido come il lampo, che, dall’alto del settimo cielo, piomba sulla preda e la porta con sé. È un essere selvaggio, capriccioso e scostante: la presenza di un profano basta a metterlo in fuga (pp. 264 ss., 282, 337 ss.). Diffondendosi sui fedeli riuniti per riceverlo, lo Spirito conferisce loro una sorta di divinità: il neofita, che chiede di essere ammesso alla setta, li invoca chiamandoli suoi «dèi» (p. 373); e, fra loro, essi si adorano reciprocamente come se fossero dèi gli uni per gli altri (p. 426). In ciò non c’è, osserva Grass, nulla di blasfemo agli occhi del contadino russo; perché egli è abituato a chiamare le sue icone degli «dèi» (bógi) e a venerarli come tali: poiché le Genti di Dio sono delle icone vive e di conseguenza, più ancora delle altre, penetrate di Spirito Santo, esse possono ben pretendere il nome e la qualità di dèi (p. 255, nota; p. 353, n. 1). Questa divinità, diffusa nella setta, si accentra nei profeti in cui lo Spirito Santo risiede con predilezione e in modo più copioso e permanente. E, fra gli stessi profeti, alcuni uomini e alcune donne godono di una divinità speciale, in virtù delle loro sofferenze «messianiche» o dei loro poteri eccezionali, o del loro ascendente personale, o di una sorta di investitura gerarchica: essi sono i «Dio Sabaoth», i «Cristo», e le «Madre di Dio», che si succedono dopo Daniil Filippov, di generazione in generazione, e sono così numerosi che forse esistono delle comunità Chlysty separate. Ma Grass insiste su un punto: dal semplice fedele al profeta e dal profeta a Cristo, c’è una differenza, non di natura, ma di grado, che è talvolta difficilmente discernibile e può anche ridursi a una semplice distinzione gerarchica (pp. 263 ss., 295 ss., 327, 493).

Questa moltitudine indefinita di Cristi e di Madri di Dio, che si offrono all’adorazione dei loro fedeli, rappresenta uno scandalo per i teologi ortodossi, perché essa contraddice non soltanto il dogma, ma anche la logica. Alcuni, per dare una parvenza di ragione a quest’assurdità, attribuiscono alle Genti di Dio il concetto che l’anima di Gesù e quella della Vergine si reincarnano di generazione in generazione in seno alla loro comunità. Ma, come Grass fa osservare con ragione, la credenza nella trasmigrazione delle anime, presente presso i Chlysty solamente in modo sporadico, non potrebbe spiegare un tale fenomeno generale e costante (pp. 172 ss., 253 ss., 259, 261 ss., 357 ss.); del resto, non giustificherebbe nemmeno la coesistenza simultanea di un gran numero di cristi. In realtà, lo scandalo non esiste per i Chlysty perché la loro esperienza religiosa ha insegnato loro a considerare Cristo non come un’individualità determinata, ma come una forza impersonale, suscettibile di ripetersi all’infinito pur restando se stessa. Nei canti della setta, «Cristo» e «Spirito Santo» sono due nomi intercambiabili, che designano una stessa entità divina (pp. 257, 328, 352). Cristo non si distingue da quella forza singolare che, nella Radenije, invade l’essere dei danzatori e si sostituisce alla loro personalità. È questa forza che, incarnandosi in Gesù nel momento del battesimo, fa di un uomo ordinario un dio salvatore degli uomini. Tutti i veri credenti partecipano a Cristo in qualche misura, ma alcuni di loro ne sono posseduti a tal grado di potenza e di pienezza che diventano un tutt’uno con lui e perciò devono essere adorati come Cristo o Madre di Dio.

Se Gesù non è che un Cristo come gli altri, sembra che non occorra dividerlo e dedicargli un culto speciale. Talvolta i Chlysty accettano questa conseguenza della loro dottrina; essi arrivano perfino, per esaltare i loro innumerevoli cristi, a denigrare il Cristo unico degli ortodossi. Ma si avrebbe torto a prendere seriamente queste boutades provocate da un polemico ardore contro la Chiesa. In realtà, il Cristo del Vangelo, delle icone e del culto tradizionale domina tutta la vita religiosa dei Chlysty e ossessiona la loro immaginazione. Gesù è davvero, per loro, assiso in cielo alla destra di suo Padre. Tutti gli avvenimenti della vita dei loro cristi sono interpretati e pensati in termini evangelici: se i poliziotti li colpiscono con lo knut, (7) essi dicono che sono crocifissi. Il più sicuro segno che distingue un cristo da un semplice profeta è la perfezione con la quale egli riproduce, nella propria persona fisica e durante tutto il corso della vita, le caratteristiche del modello nazareno (pp. 260 ss., 296).

In ciò c’è, secondo Grass, uno iato, un’evidente contraddizione: questi poveri teologi che sono i contadini chlysty non si accorgono neppure che giustappongono una teoria eretica a una pratica interamente fondata sull’ortodossia (p. 643). Ma Grass ci sembra cadere qui nello stesso errore che rimprovera a molti dei loro precursori; a sua volta dimentica che le Genti di Dio si curano molto poco di speculare sulla natura di Cristo e di opporre un dogma a un altro: la loro unica preoccupazione è di ottenere la loro salvezza e quella degli altri con il diretto possesso dello Spirito Santo (pp 252,.264, 347, n. 1, 356). Se la teoria dei Chlysty è scaturita spontaneamente dalla loro pratica che essa esprime e giustifica, è inverosimile che essa la contraddica così palesemente. In realtà, la cristologia pneumatologica della setta, se è in contraddizione con il dogma ortodosso dell’incarnazione, si collega facilmente alle rappresentazioni implicate nel culto ortodosso: essa li accetta, li sostiene e li regola alle necessità di una religiosità estatica. Se Cristo è realmente presente ogni volta che la messa è celebrata dai preti profani della Chiesa secolare, perché non potrebbe essere realmente presente in quell’ostia vivente che è un uomo divino, marcato dal sigillo dello Spirito, la cui vita intera non è che una lunga Passione? E poiché adora quasi altrettante Madri di Dio, distinte sebbene identiche, esposte nei santuari nella Chiesa, perché ogni comunità chlysty non potrebbe avere la sua, incarnata non nel legno di una statua inerte, ma nella carne di una donna santa (pp. 258, 353, n. 1, 668; II, 373)? Nonostante alcune affermazioni isolate, la setta crede, come la Chiesa, che ci fu un tempo miracoloso in cui la grazia si riversava copiosamente sulla terra, cioè all’inizio dell’era cristiana. Ma, mentre la Chiesa considera questo tempo come concluso e si sforza solamente di prolungarne e diffonderne l’influenza con i sacramenti e le icone, la setta non si accontenta di questi miseri riflessi di una santità che essa vuole possedere immediatamente e interamente (p. 366). Con l’estasi, che non conosce né tempo né spazio, il passato evangelico diventa un presente eterno (pp. 350 ss.). Il possesso dello Spirito Santo, cioè del Cristo impersonale, identifica ogni comunità Chlysty nella santa truppa guidata da Gesù: è per questo che ciascuna di esse tende a costituirsi in una piccola società completa, provvista non soltanto di un Cristo e di una Vergine madre, ma, possibilmente, di un Giovanni Battista, di sante donne e di apostoli. Ben lungi dall’annullare le rappresentazioni che il culto ufficiale ammette e mantiene, l’entusiasmo delle Genti di Dio dà loro un’intensità, un rilievo, un’attualità che esse non avevano; o piuttosto le immagini tradizionali, rappresentate e vissute dai fedeli, cessano di essere immagini e diventano la sostanza stessa del loro essere spirituale.

 

 


Note
:
7. Lo knut era uno strumento di tortura: una frusta di pelli intrecciate alle cui estremità erano posti acuminati ganci metallici o numerose palline di ferro. (N.d.T.)

 

 

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