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Christos
Kriconis, La devozione e la venerazione delle sacre icone,
2000? (*)
La
caratteristica sostanziale della Chiesa Ortodossa è l’uso, la
devozione e la venerazione delle sacre icone di Gesù Cristo,
della Madonna e di tutti i Santi. In questo modo esprime sia il suo
carattere terreno sia quello ultraterreno; questa verità vollero
sottolineare i Padri della Chiesa dando alla prima Domenica di Quaresima
il nome “Domenica dell’Ortodossia”. In quel giorno si celebra l’anniversario
della decisione del VII Concilio Ecumenico che ripristinò il
culto delle icone.
Certamente ci sono varie ragioni che impongono la devozione e la venerazione
delle sacre icone.
La prima ragione è il bisogno di attirare il pensiero e l’animo
dei fedeli ai destinatari delle preghiere, delle orazioni e delle suppliche
come pure ai destinatari delle lodi e dei ringraziamenti, in altre parole
attirarli ai Santi raffigurati. I fedeli che pregano davanti alle sacre
icone si riposano spiritualmente, vedendo le figure dei Santi raffigurati,
come dice l’apostolo Paolo “in enigma” e questo perché in questo
modo sentono la loro presenza nella loro mediazione e nella loro ambasciata
verso Cristo e si affidano a loro nelle loro orazioni e nelle loro preghiere.
Una seconda ragione sostanziale è il grande valore istruttivo
delle sacre icone in relazione alla loro posizione nelle chiese e nel
culto. Esse insegnano ad ogni cristiano che Dio e la Chiesa premiano
tutti coloro che, sulla terra, sono rimasti fedeli alla Sua volontà
e si sono mostrati degni della morte sulla croce e dell’opera redentrice
di Cristo. Questo premio è rappresentato innanzi tutto dall’aureola
dei Santi.
La terza ragione è la polimerica santità delle sacre icone,
proveniente da vari fattori, tra i quali i più importanti sono
la posizione delle sacre icone nelle chiese e nel culto, l’educazione
teologica della Chiesa che ogni devozione e adorazione delle sacre icone
“passa sull’originale” e i vari miracoli storici ad esse attribuiti.
Il fedele, davanti alle icone, ha la sensazione di trovarsi in un vivo
dialogo personale con i santi raffigurati. L’icona si potrebbe paragonare
con l’interprete di tale dialogo e con l’intermediario che inchioda,
letteralmente, l’esistenza intera del fedele che sta pregando.
Proprio per questo il VII Concilio Ecumenico definisce la devozione
e la venerazione delle sacre icone come “una pia e distinta istituzionalizzazione
e tradizione della Chiesa, pia richiesta e necessità del suo
compimento”.
Con queste icone non si viola né si denuda l’indescrivibilità
della Divinità, ma si descrive solo la storica configurazione
della presenza e della vita di Cristo sulla terra. Siccome tutti i Santi
raffigurati sono “a somiglianza di Dio”, impronte dell’unica
Divinità, le loro sacre icone, sono l’impronta della loro perfezione
spirituale nel mondo; sempre secondo la dichiarazione di Basilio il
Grande “la devozione e la venerazione delle sacre icone passa all’originale”.
I primi iconoclasti, spinti sistematicamente dalle accuse di idolatria
mosse dai Giudei a quei cristiani che stavano venerando e adorando le
sacre icone, ingrandivano, per motivi di diffamazione, i casi isolati
di alcuni cristiani sempliciotti, analfabeti e, a volte, bigotti che
deviavano facendo delle esagerazioni e degli abusi per quello che riguardava
la devozione alle sacre icone. La Chiesa attraverso l’educazione ortodossa
alla devozione e alla venerazione delle sacre icone, affrontò
in tempo il fenomeno di questi casi isolati di abuso. La giusta educazione
della Chiesa era già stata enunciata da San Basilio. Nello spirito
delle decisioni del VII Concilio Ecumenico anche le icone insegnano
la somiglianza, per grazia Divina, dei Santi raffigurati con Dio, attraverso
la santità delle proprie vite e per questo sono oggetto di devozione
e di adorazione. Scrive san Giovanni Damasceno: “Colui che non adora
è nemico di Cristo, della Madonna e dei Santi ed è vendicatore
del diavolo e dei demoni e con la sua azione mostra tristezza perché
i santi di Dio vengono onorati e glorificati mentre il diavolo si vergogna.
Poiché l’icona è la glorificazione e la rivelazione in
ricordo della vittoria dei virtuosi e della vergogna dei vinti e dei
sopraffatti”.
I fedeli “vedendo le raffigurazioni”, vedendo cioè le
icone, si riferiscono “al concetto e all’onorificenza del personaggio
raffigurato”. Di conseguenza l’icona non è un fine a sé
ma il mezzo con il quale il fedele si riferisce al concetto, alla memoria
della vita dei santi, gradita a Dio, ed in questo modo è spinto
ad emularli, rendendo così onore al santo o martire raffigurato.
Con tutto ciò, si trae la conclusione che la somiglianza, relativa
o assoluta, della vera forma storica del modello e dell’immagine raffigurata
sull’icona, è una questione secondaria. La cosa più importante
e sostanziale è la loro qualità e abilità di fare
riferimento ai loro modelli, a cui contribuisce molto l’iscrizione del
nome del personaggio raffigurato. Certamente, ogni immagine raffigurata
non è un’invenzione dei pittori come osserva san Fotios “perché
la divina e costante predica della tradizione dei padri, che segue le
stesse sacre istituzioni, non raffigura e non plasma la mondana bruttezza
o la curiosità umana... in tutta l’opera si illustrano sulle
venerabili icone le chiare ed autentiche fattezze dei modelli in una
maniera solenne nel quadro delle regole ieratiche”.
Nota:
*. Nel sito http://www.apostoliki-diakonia.gr.
Kriconis (o Krikonis) è professore di Teologia presso l’Università
“Aristotele” di Salonicco e ha scritto numerosi saggi sui Padri della
Chiesa.
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