|
Icone
Storia
Arte e architettura
Letteratura e critica
Pubblicazioni
|
ICONE
>
Henri
Leclercq d’Orlancourt, La persecuzione iconoclastica (726-842),
1902-1924
pagina
precedente
L’imperatrice reggente Irene non poté riservarsi per sempre il
governo, ma fu costretta a dividerlo con suo figlio, Costantino VI.
Costui, dopo un divorzio (gennaio 795), sposò la dama di corte
Teodota, parente del famoso igumeno Teodoro lo Studita, e il divorzio
causò una recrudescenza della persecuzione contro gli oppositori.
Anche quella volta il culto delle immagini funse da pretesto alle violenze.
Grazie
agli scritti di Teodoro lo Studita, possiamo ora formarci un’idea d’insieme
sufficientemente esatta e completa della persecuzione iconoclastica.
Riassumeremo quanto scritto da uno dei sapienti del nostro tempo e gran
conoscitore dei documenti dell’epoca: (4)
All’inizio, la persecuzione non fu affatto di sangue, almeno in pubblico,
per non mettere l’aureola di martire a chi si perseguitava, ma si perseguitavano
i monaci e si minacciavano i loro sostenitori. Del resto, gli abbandoni
furono molti. A Costantinopoli, tutti i preti e i chierici degli ordini
minori cedettero alle circostanze, eccetto il diacono Gregorio, che
fu relegato su un’isola. Quasi tutti gli igumeni e i monaci della città
e dei sobborghi, assieme alle religiose, abbandonarono la fede ortodossa.
Sono tuttavia citati fra gli igumeni fedeli quelli di Catari, di Picridia,
di Pavlopetri, di Agrai, di Dalmata e di Pelecete.
All’inizio, la maggior parte degli igumeni resistette; quello dei Ceramici,
dopo un momento di smarrimento, rinnovò la lotta contro l’eresia.
Scrisse san Teodoro: «I divini altari profanati e l’eliminazione
delle immagini venerate hanno fatto perdere ai santi templi tutto il
loro splendore. Quasi ovunque le anime si indeboliscono e danno agli
empi attestati d’eresia. Ce n’è pochi che resistono e quelli
passano per il fuoco delle afflizioni. Tra i vescovi, quelli di Smirne
e di Cherson sono caduti; fra gli igumeni, quelli di Crisopoli, Dios
e Chara, con quasi tutti quelli della capitale. In Bitinia, grazie a
Dio, si resiste. Nessuno dei laici è rimasto fermo, eccetto Peximenite,
che è stato frustato, quindi esiliato». Uno solo dei diaconi
venne menzionato, l’ammirevole Gregorio, ma c’erano almeno sei badesse
rinchiuse nei monasteri. Il santo aggiunse altrove, in due punti, purtroppo
senza particolari, che i suoi monaci lottavano coraggiosamente: «Gli
iconoclasti mettono in prigione coloro che si rifiutano di obbedire,
li battono, li soffocano, li opprimono, li tormentano, li esiliano,
li incatenano e inventano ogni tipo di malvagi trattamenti contro di
loro». Dato che Gregorio era ancora l’unico membro del clero della
capitale che la persecuzione aveva raggiunto, lo Studita gli scrisse:
«Dov’è l’assemblea dei sacerdoti? Dove sono gli ordini
minori? O rovina! Sono diventati uomini di questo tempo!». E in
una lettera precedente domandava: «Restano a Bisanzio alcuni lucori
dell’ortodossia? O tutti si sono piegati e sono diventati, allo stesso
tempo, uomini inutili?». Davanti all’insolenza dei persecutori,
Teodoro esclamò: «Che sarà di noi se, avendo per
re il padrone di ogni cosa, non osiamo neanche parlare in segreto agli
uomini della nostra stessa fede?» e intimava: «La bocca
degli uomini pii conservi il silenzio!», «Bisogna essere
fermi e, se la persecuzione ci raggiungerà, saremo felici».
Malgrado il saggio riserbo, la costanza dello Studita esasperò
così tanto il governo imperiale che la persecuzione, in una delle
sue fasi, cadde esclusivamente sui suoi monaci. Tuttavia, la forte organizzazione
della vita monastica resistette molto bene alle furie del dispotismo
bizantino. Di norma, i monaci esiliati da Studion non vivevano isolati
gli uni dagli altri: «Cosa che non fu né santo, né
senza pericolo», osservò il loro igumeno Teodoro. Un gruppo
di fratelli poté riunirsi sotto la guida del monaco Filippo,
scelto da due dignitari e approvato dal santo. I rapporti tra i monaci
erano ancora abbastanza seguiti perché, a richiesta dell’economo,
il monaco Eleuterio, ciabattino, forniva scarpe alla comunità.
Fin qui abbiamo trattato soprattutto la condizione delle persone, ecco
ora la situazione materiale. Non deve sorprendere di veder spesso ripetute
le stesse cose, così naturali in una corrispondenza ampia, perché
esse testimoniano a meraviglia le disgrazie più sensibili: «Tutti
gli altari sono già stati insudiciati e tutti gli edifici sacri
lo sono a loro volta. Tutte le adunanze seguono l’eresia. Il nostro
tempo differisce appena dal paganesimo». «C’è il
carcere per il patriarca, l’esilio e la deportazione per arcivescovi
e preti, disagi e catene di ferro per monaci e monache, le loro torture
e, infine, la loro morte. O parola spaventosa! La venerabile immagine
di Dio salvatore, che i demoni stessi temono, è coperta di insulti
e derisa, non soltanto nella città imperiale ma anche in tutta
la regione e nelle borgate. Gli altari sono distrutti, i santuari disonorati,
i vasi sacri profanati. Coloro che rimangono fedeli al Vangelo hanno
versato il loro sangue e lo versano ancora; coloro che restano sono
perseguitati ed esiliati». Tali sono i termini della lettera al
pontefice Pasquale I.
In un frammento della missiva al patriarca di Alessandria si legge:
«Gli altari sono stati scalzati, i santuari del Signore distrutti
nelle case e negli alloggi di uomini e donne, vecchi e giovani. Spettacolo
lamentevole vedere così le chiese di Dio spogliate dei propri
ornamenti. L’Arabo che vi opprimeva agì forse con più
ritegno... Vescovi e sacerdoti, monaci e secolari, di ogni sesso ed
età, gli uni hanno fatto naufragio nella fede, gli altri, il
cui pensiero non è ancora in fondo all’abisso, hanno in parte
partecipato alla comunione eretica, per timore della morte corporale.
Esistono coloro che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal: all’inizio,
primo di tutti, il nostro Capo santo, quindi i vescovi e i preti del
Signore, i monaci e le monache. Gli uni hanno provato gli insulti e
la flagellazione, gli altri le catene e la prigione, non ricevendo che
un po’ di pane e di acqua. Ci sono gli esiliati, ridotti a vivere nei
deserti, sulle montagne, in caverne e grotte scavate nella terra. Molti,
dopo essere stati frustati, se ne sono andati al Signore, come martiri,
altri sono stati chiusi in sacchi e buttati in mare nell’oscurità,
come si è saputo da coloro che hanno visto. Che c’è ancora?
Si anatematizzano i Santi Padri, si esaltano gli empi, i bambini apprendono
la dottrina dell’empietà sentita dagli adulti. Non si può
profferire una parola pia, perché si è sorvegliati da
vicino, e l’uomo non si fida più della moglie. I delatori e gli
estensori delle relazioni sono pagati molto dal potere: annotano se
si parla secondo il volere di Sua Maestà o se non si partecipa
all’empietà, se si possiede qualche libro che parla delle immagini,
o qualche immagine stessa, se si è accolto un fuggitivo, se si
sono curati coloro che sono prigionieri per Dio. E quando si è
sorpresi, immediatamente si è imprigionati, flagellati, esiliati:
per paura di una spiata, ci sono padroni che si buttano ai piedi dei
loro schiavi».
«L’imperatore persegue, nelle loro rappresentazioni, Cristo, sua
madre e i suoi servi; ovunque li trova, li distrugge e li brucia. Gli
altari sono ridotti in rovina, i luoghi santi disfatti, i vasi sacri
inceneriti e non esiste alcuna zona dell’impero che rimanga al riparo
da queste devastazioni. Molto di più, se si trova qualcuno che
ha nascosto una venerabile immagine o delle tavolette che portano qualcosa
di scritto sull’argomento, subito è arrestato, straziato a colpi
di frusta ed esposto a ogni tipo di sofferenza. Da ciò provengono
la paura, lo spavento e lo stupore di ogni uomo, cosicché il
fratello maledice suo fratello e l’amico si allontana dall’amico. Un
sinodo ha confermato la suprema empietà del sinodo precedente
e ha proclamato l’anatema sul concilio ortodosso. I sacerdoti hanno
perso lo spirito e non hanno più cercato il Signore; vicino a
noi sono pochissime le eccezioni: vescovi e preti, monaci e monache
e, per grazia di Dio, l’arcivescovo, il nostro capo supremo. Fra loro,
gli uni sono stati frustati, altri esiliati, altri ancora imprigionati.
Alcuni, in seguito ai maltrattamenti, sono usciti da questo mondo dopo
avere guadagnato la corona della lotta... Ci tolgono i cantici che l’antica
tradizione ci ha lasciato, dove si canta qualcosa sulle immagini. E
invece si cantano in pubblico i nuovi dogmi empi; ce ne sono tanti che
i maestri trasmettono ai bambini».
.
Note:
4.
A. Tougard, La persécution iconoclaste d’après la
correspondance de saint Théodore Studite, in “Revue des
Questions historiques”, 1891, t. L, p. 80 ss. (Nota dell’Autore)
– Da questo punto in poi, l’Autore inframmezza soltanto brevi chiose,
commenti o frasi d’unione al testo di Tougard, che, a sua volta, include
numerosi passi di san Teodoro lo Studita, igumeno del monastero di Studion
a Costantinopoli. Mancando una precisa e coerente differenziazione tra
i vari passaggi, si è reso unitario lo scritto, lasciando tra
virgolette le parole del santo e dei discepoli. (N.d.T.)
.
|