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ICONE > Henri Leclercq d’Orlancourt, La persecuzione iconoclastica (726-842), 1902-1924 (1)

 

L’eresia iconoclastica, sviluppatasi in Oriente nei secoli IV, V e VI, non offre più nulla delle sottili raffinatezze che hanno reso così difficili da scorgere le sfumature di idee di quelle eresie famose che furono il monotelismo, il monofisismo e le loro ramificazioni. Il culto delle immagini era stato protetto dalla Chiesa, perché era favorevole allo sviluppo della pietà e all’istruzione dei fedeli e, particolarmente in Oriente, aveva avuto una diffusione considerevole. C’erano stati degli abusi che dipendevano per lo più dalla pratica individuale; tuttavia, alcuni santissimi personaggi colpiti da quegli abusi e alcuni altri contrari per principio a ogni rappresentazione iconica formavano un primo gruppo di opposizione, ben presto trasformatosi fino a diventare quasi irriconoscibile. Si conoscevano, scrisse Hergenröter, (2) le immagini miracolose. Leonzio vescovo di Neapoli di Cipro, fece emergere, nella sua Difesa dei Cristiani contro i Giudei, redatta alla fine del VI secolo, gli effetti meravigliosi derivati dal culto di alcune immagini venerate e combatté, allo stesso tempo, coloro che adducevano contro questo culto testi mal interpretati. Nell’Oriente maomettano, il califfo Yazid II (720-724), e forse già Yazid I (680-683), iniziò un attacco contro le immagini, che non restò senza influenza sui vicini cristiani dell’impero greco. Tutte queste cause sollevarono, infine, il partito dei distruttori di immagini (iconoclasti e iconomachi) che si ricollegò agli antichi precursori, tra cui Xenajas, vescovo nestoriano di Ierapoli. All’inizio del VIII secolo, quel partito contava anche molti vescovi, come Costantino di Nacolia in Frigia, Teodosio d’Efeso, Tomaso di Claudiopolis, che, come Beser rinnegato di Siria, usufruivano di gran credito presso l’imperatore Leone III l’Isaurico (716-741). Essi riuscirono senza fatica a persuadere quell’uomo grossolano e incolto che il culto delle immagini era un ritorno all’idolatria, un ostacolo alla conversione degli ebrei e dei maomettani, una causa di decadenza per il suo impero. Leone III sperava di ottenere l’abolizione del culto delle immagini senza abbandonare le vie morbidi, ma fu presto trascinato molto lontano dalle iniziali intenzioni. Fin dal 726, si mise mano all’opera di distruzione rovesciando la celebre immagine di Cristo, detto Antiphonitis, dal portale di bronzo del palazzo imperiale. Scoppiarono insurrezioni nelle province che furono represse con barbaro rigore. Il patriarca di Costantinopoli, Germano, fu costretto a lasciare il suo seggio e l’opera di distruzione si compì con un accanimento inaudito. I monaci che si occupavano della loro pittura furono duramente maltrattati.
Papa Gregorio II intervenne con estremo vigore (727), ma Leone III insistette nella propria politica e una nuova lettera del papa lo rese più ostinato che mai. Un concilio riunito a Roma (novembre 731) da Gregorio III decise che chiunque avesse tolto, distrutto o disonorato le immagini di Cristo, di sua madre, degli apostoli e dei santi sarebbe stato scomunicato. Non fu soltanto in Occidente che si manifestò la resistenza. In Oriente, nella zona sottomessa ai Saraceni, la difesa delle immagini s’incarnò in Giovanni Damasceno, il famoso monaco della Laura di San Saba, in Palestina: morì nel 754, dopo aver organizzato nei patriarcati di Oriente la resistenza alle novità bizantine.
Il regno di Costantino Copronimo (741-775) fu segnato da altre violenze. Nel 754, l’imperatore convocò a Costantinopoli un conciliabolo di 338 vescovi e, sostenendosi sulle decisioni eretiche adottate, volle completare l’opera intrapresa da suo padre Leone III. Si distrussero, si imbrattarono o si imbiancarono le pitture, si ruppero o si fusero le statue. Mentre la maggior parte dei vescovi sottoscriveva le volontà dell’imperatore e i decreti del concilio, i monaci resistevano coraggiosamente. Molti fuggirono nel nord, verso la Scizia, o a ovest, verso l’Italia, dove furono ben accolti. Dopo le sfortunate guerre dei Bulgari (756 e 760), la persecuzione diventò ancora più terribile: molti monaci furono malmenati e messi a morte, i monasteri distrutti e consegnati alle fiamme. Pietro Calibita, che qualificò l’imperatore come il nuovo Giuliano, il secondo Valente (3), fu percosso con le verghe fino alla morte (16 maggio 761). Stefano, igumeno del Monte Sant’Assenzio, fu messo a morte dopo un lungo martirio, per avere respinto il concilio degli iconoclasti (28 novembre 767). Molti altri monaci furono torturati, mutilati e consegnati alle fiamme; le chiese furono profanate, i monasteri convertiti in caserme o abbattuti. Costantino, volendo eliminare i monaci, ordinò loro di sposarsi e li obbligò a portare i costumi bizantini; se si rifiutavano di obbedire, li consegnava allo scherno del popolo e ai supplizi, mentre ricompensava e onorava gli apostati. Presto la sua tirannia si estese ai laici: costrinse i sudditi a giurare che non avrebbero onorato alcuna immagine e avrebbero perseguitato tutti i monaci senza distinzione. Il patriarca Costantino fu costretto a giurare in cima all’ambone, con la croce in mano, e, da quel giorno, benché fosse stato monaco, condusse vita profana. Anche le reliquie diventarono oggetto di persecuzione: quelle di sant’Eufemia furono tolte dalla splendida chiesa di Calcedonia e gettate in mare, ma alcuni fedeli le raccolsero vicino a Lemno e le conservarono segretamente. L’invocazione ai santi non fu risparmiata.
Il successore del tiranno Copronimo fu Leone IV il Chazaro, più favorevole all’ortodossia. Questi lasciò un figlio minore sotto la reggenza dell’imperatrice Irene. Si assistette allora a una brusca inversione verso l’ortodossia. L’imperatrice restituì alla chiesa principale di Costantinopoli una preziosa corona donatale dall’imperatore Maurizio che suo marito aveva rimosso per soddisfare la propria passione per le gemme; fece riportare solennemente a Calcedonia le reliquie di santa Eufemia conservate a Lemno; rese ai monasteri piena libertà e lasciò loro la facoltà di fare immagini e di onorarle. Irene, pur avendo abolito le leggi degli imperatori iconoclastici e ristabilito la comunione ecclesiastica con Roma, seguendo i numerosi inviti di papa Adriano I, non voleva assolutamente urtare l’esercito, che era stato fanatico contro le immagini durante gli ultimi tre regni. Furono condotti negoziati tra Bisanzio e Roma per arrivare alla convocazione di un concilio ecumenico destinato a restaurare l’ortodossia. Il concilio si aprì nell’agosto 786, a Costantinopoli, ma una rivolta dei soldati costrinse a scioglierlo e a trasferirlo a Nicea (787). Il concilio approvò ventidue canoni, di cui molti riabilitavano il culto delle immagini, che fu ripreso immediatamente nell’impero greco con gran soddisfazione del popolo e dei monaci. La comunione religiosa fu ristabilita con Roma.

 

 

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Note:
1. H. Leclercq d’Orlancourt, La persécution iconoclaste (726-842), in Vie des Saint(e)s Martyrs Chrétiens, Parigi 1902-1924, tomo IV, pp. 263-291. Traduzione e note a cura dell’associazione culturale Larici, 2008. Lo storico e archeologo Henri Leclercq d’Orlancourt (Tournai 1869-Londra 1945) fu monaco benedettino a Westminster. Scrisse moltissimi libri sul cristianesimo, soprattutto primitivo, e l’ordine benedettino.

2. Joseph Hergenröther (Würzburg 1824 - Mehrerau 1890), teologo cattolico, esperto di patrologia. (N.d.T.)

3. Gli imperatori romani del IV secolo Flavio Giulio Valente e Flavio Claudio Giuliano sono conosciuti nella tradizione storiografica cristiana come apostati, anche se si limitarono a non abbracciare il cristianesimo, come aveva fatto Costantino I, e a reintrodurre alcuni culti pagani. (N.d.T.)

 

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