Icone

Storia

Arte e architettura

Letteratura e critica

Pubblicazioni

ICONE > Louis Léouzon Le Duc, La questione russa: la Chiesa greco-russa, 1853



XI. Sette dissidenti – I raskolniki – Comunione di sangue – Tendenza delle sette a diffondersi – Pietro il Grande le perseguita – Il sacerdote russo né apostolo, né martire – Il pope e la lepre – Conversione alla russa – Riassunto – La Chiesa russa, figlia della Chiesa di Costantinopoli – Nulla giustifica il protettorato che reclama – Essa ha piuttosto bisogno di essere protetta da se stessa – I luoghi santi e l’orda.

Sarebbe ora il caso di parlare delle sette della Chiesa russa, se i limiti che mi sono imposto mi permettessero di avvicinare un così vasto argomento. Preferisco rinviare il lettore all’eccellente lavoro del barone Haxthausen (17), che lo ha trattato con ampiezza pur riconoscendo lui stesso di essere molto lontano dall’aver esaurito il tema. Infatti, nella Chiesa ortodossa si contano più di duecento sette – i cui membri sono indicati generalmente con il nome di raskol’niki o di starovery (vecchi credenti) – che offrono infinite varietà sia nel dogma che nel culto. La maggior parte è inoffensiva, ma ce ne sono che professano spaventosi principi e si sporcano delle peggiori mostruosità. Tali sono la setta degli skoptky, presso i quali la mutilazione è un onore, la setta dei chlysty, sostenitori della comunanza delle donne e di tutte le vergogne della carne, e la setta dei sabatniki, che rinnovano tutte le imposture dell’antica magia. Haxthausen ha descritto tre o quattro cerimonie in uso presso i raskol’niki; io aggiungerò alcune caratteristiche al suo resoconto. Alcuni settari del governatorato di Archangel’sk hanno come festa preferita quella del Natale. In questo giorno, essi girano tutto il paese alla ricerca di un neonato. Se nessuna donna ha partorito, è segno di grandi disgrazie e lo stesso è se il bambino è una femmina. Se, invece, il piccolo è un maschio, i settari lo portano con sé. Gli anziani si riuniscono in un luogo segreto e là, sistemati in cerchio, lanciano l’infelice bambino dall’uno all’altro, come fanno i muratori con le pietre, e continuano così finché muore. Colui che nelle sue braccia il piccino è spirato viene guardato come un altro Simeone, e gli astanti intonano il Nunc dimittis (18). La madre della vittima è proclamata madonna. Quindi fanno a pezzi il cadavere e tutta la setta si comunica con i brandelli sanguinanti. Questo orribile rito ricorda la comunione, non meno terribile, che altri settari russi fanno con i resti di una mammella strappata dal petto di una vergine quindicenne da alcune spaventose matrone.
Anziché diminuire, la Chiesa ortodossa vede i raskol’niki aumentare ogni giorno di più. Anche il numero delle sette tende ad accrescere, soprattutto dopo il regno di Pietro il Grande. È logico che, in una Chiesa in cui l’ignoranza del clero non ha eguale, la sua degradazione non manchi di far presa sulla dissidenza. Fra i loro seguaci, le sette russe comprendono non solo contadini, ma ricchi mercanti e nobili. Haxthausen sostiene che quasi tutti gli orafi e i cambiavalute di San Pietroburgo, Mosca, Riga, Odessa ecc. siano degli skoptky. Alcuni spiriti illuminati ritengono che essi rappresentino l’inizio della morte della Chiesa ortodossa. Credo esagerata quest’opinione.
Tuttavia, il governo imperiale non sembra preoccuparsene seriamente. Pietro il Grande, che non lesinava la violenza, perseguì con il ferro e il fuoco le sette del suo tempo. Esse, però, aumentarono la loro protervia e, di conseguenza, misero in atto un proselitismo oscuro per rendersi inafferrabili: come si potevano stanare quei fanatici che sviluppavano i loro dogmi all’ombra delle cappelle ma palesemente si mostrano di una sottomissione assoluta alle leggi civili dell’impero? Si adottarono delle misure poliziesche, ma senza risultati concreti.
Se almeno i preti ortodossi, che pur si erano coalizzati in una santa crociata, avessero marciato risolutamente verso la loro conversione! Ma un tale zelo non fa parte della loro natura: dovunque dominino i raskol’niki, non si vedono i preti piegare la testa e lasciarsi trattare da sudditi? Il clero russo non ha né apostoli né martiri.
Durante il mio ultimo viaggio al lago Onega, ho avuto occasione di passare alcuni giorni in una parrocchia composta quasi esclusivamente di raskol’niki. Il prete ortodosso incaricato di evangelizzarli tremava dinanzi a loro, pur non essendo ignorante, né un uomo senza pietà, ma anzi con alcune conoscenze di scienza che non si incontrano di solito nei pope. Egli si occupava di vaiolo equino, discuteva sui sistemi di Copernico e di Galileo, e comparava a Cristoforo Colombo un contadino del suo villaggio che aveva scoperto un’isola nel lago Onega. Eppure, in presenza dei raskol’niki, tutte le sue belle qualità svanivano; il prete non osava contraddirli, soprattutto in quella parte della loro dottrina che proibisce di cibarsi di alcuni animali, della lepre in particolare.
Io lo attaccavo spesso su quest’ultimo punto. Infatti, mi costava, in un paese in cui non trovavo da mangiare che lepri bianche, che il prete non mi appoggiasse contro lo scandalo che esercitavano le mie consumazioni.
- Credi che io accetti tutte le idee dei raskol’niki? - mi diceva.
- Ma, allora, perché non ti opponi?
- Ah, è difficile!
- Dunque tu ritieni che si possa mangiare la lepre?
- Certo!
Presi atto del consenso. Due giorni dopo invitai a cenare il pope, lo ispravnik (specie di giudice o di commissario di polizia del luogo) e qualche altro notabile rurale, tutta gente rigorosamente ortodossa.
Una superba lepre arrostita troneggiava sulla tavola in mezzo a cinque o sei pezzi di carne fredda, resti delle mie provvigioni di viaggio.
Alla vista della lepre, il pope arretrò.
- Questo animale ti fa paura? - gli chiesi.
- No, no, ma...
Senza permettergli di continuare, lo feci sedere e gli servii immediatamente una porzione di selvaggina. Inizialmente, il pope esitò, ma poi, sedotto dal profumo, addentò la sua parte.
Ecco che la porta della stanza nella quale cenavamo cigolò sui cardini e cinque o sei contadini entrarono. Questa brava gente, considerando che ero nel loro paese per cercare la pietra per la tomba di Napoleone, mi portava a ogni ora del giorno, e senza preoccuparsi di disturbarmi o meno, alcuni campioni mineralogici delle più svariate specie per sottopormele.
Se si ricorda la testa della Medusa o la statua del Commandeur, ci si farà un’idea dell’impressione che produsse sul pope la comparsa improvvisa di quei contadini. Si sentì perduto, ma, improvvisamente, stese le mani sul suo piatto e cominciò a borbottare delle preghiere.
I contadini uscirono e il pope si rimise a mangiare.
Non tutti i preti russi sono così timidi di fronte ai raskol’niki, ci sono anche quelli che cercano di convertirli. Ecco un fatto che mi è stato raccontato da un testimone degno di fede.
Un giorno, in uno dei governatorati settentrionali della Russia, dove i raskol’niki sono molto numerosi, un giovane pope recentemente insediatosi ricevette una lettera del vescovo, con la quale gli si ingiungeva di convertire immediatamente tutti i dissidenti della sua giurisdizione, sotto pena di essere gettato in prigione.
Il giovane sacerdote si mise immediatamente all’opera; riunì tutti i raskol’niki che incontrò e provò a evangelizzarli. Ma questi non ne volevano sapere.
Disperato per il suo fallimento e immaginandosi già prigioniero del vescovo, il povero prete si sedette, triste e pensieroso, in un locale del suo presbiterio.
Lo ispravnik entrò.
- Vostra Riverenza, come va la conversione dei nostri eretici?
- Male, molto male; vi perdo il mio tempo e la mia pena.
- Oh, non tormentatevi più d’ora in avanti, sarò io a convertirli.
Il giorno dopo, lo ispravnik piombò in mezzo alla riunione seguito da cinque o sei mugik armati di fruste.
- Voi miserabili - esclamò con voce tonante rivolgendosi ai settari, - non volete convertirvi alla nostra religione?
- No.
- Si può sapere il perché?
- Perché né i nostri padri, né i padri dei nostri padri ce l’hanno insegnato.
- Duecento colpi di frusta a ciascuno!
Lo ispravnik schiumava di collera.
- Oh, saprò bene farli cedere - mormorò.
Fece incatenare i ribelli e ordinò di trasportarli in un posto coperto di ghiacci e di lasciarveli tutta la notte.
Il giorno seguente, di buon’ora, l’ispravnik si recò in quel luogo accompagnato da pope.
- Ah! ah! figli di cane, - urlò agli infelici per metà congelati, - cosa ne dite dei miei mezzi di persuasione? Ora vi convertirete spero...
- No! - risposero i settari a un’unica voce.
- No?
- No.
- Duecento colpi di verga!
Il sangue colò.
Di quando in quando, l’ispravnik faceva sospendere l’esecuzione, e rinnovava la domanda.
Quando, infine, non si intese che un sordo mormorio, di cui era impossibile distinguere se fosse un sì o un no, uscito da quei petti feriti e lividi, lo ispravnik disse con un sorriso di trionfo:
- Ah, lo sapevo bene che vi avrei forzato a confessare la verità!
E senza aspettare altro tempo, fece condurre i nuovi convertiti alla chiesa dove pope li confessò e li comunicò.
Alcune settimane dopo, il felice pope ricevette una lettera di congratulazioni dal suo vescovo e una decorazione dall’imperatore. La storia non dice se anche l’energetico ispravnik ebbe una ricompensa. Quanto ai proseliti conquistati alla religione dell’imperatore, essi si guardarono dal rimettere piede una seconda volta nella chiesa ortodossa che li aveva visti confessare e comunicare.

Tale è dunque la Chiesa russa, questa Chiesa cui si vorrebbe imporre il protettorato ai Greci sudditi del sultano. Una pretesa superba per nulla giustificata: né per i fasti della storia, né per il diritto politico, né per il diritto religioso. La Chiesa russa ha dimenticato che è figlia della Chiesa di Costantinopoli, che è a causa sua che si è sigillato lo scisma e che, fino alla fine del XVI secolo, ha ricevuto i patriarchi di Costantinopoli, i quali non hanno mai occupato che il quinto rango nella gerarchia orientale? Ha dunque dimenticato che quando avrebbe potuto salire sul più alto gradino della supremazia, è improvvisamente caduta, avendo Pietro il Grande spezzato il legame spirituale che univa la figlia alla madre, secolarizzando nella sua persona la dignità patriarcale? È proprio questo che si cerca di far valere nella richiesta del protettorato: è perché l’autocrate si intitola sovrano ortodosso che si crede in diritto di estendere il proprio scettro, fin sopra la testa del sultano, su questi correligionari di Turchia. Se questo principio fosse ammesso, allora perché l’imperatore cattolico dei Francesi non dovrebbe andare a proteggere, contro Leopoldo e contro Federico, i cattolici di Belgio e Germania; perché egli non dovrebbe andare a chiedere conto allo stesso imperatore di Russia della sorte dei cattolici di Polonia? Ah, se la Chiesa russa avesse questo carattere di scienza elevata, di venerabile moralità che impone, per l’ampiezza delle sue immunità e per lo splendore dei suoi privilegi, dominerebbe realmente la Chiesa di cui ora ambisce la tutela e si comprenderebbero, almeno fino a un certo punto, le sue pretese. Ma è una Chiesa ridotta allo stato cadaverico, è una Chiesa che riesce appena a difendere, contro il lavorio sotterraneo delle sette, la sua unità interna, è una Chiesa in cui ogni pontefice è servo del trono e ogni prete è ignorante e disordinato, è una Chiesa dove la simonia è un regime normale, dove il culto è soltanto un mucchio di formule inutili e superstizioni ridicole, dove la somministrazione dei sacramenti è solamente una parodia, dove la parola di Cristo è senza ripercussione e senza eco; tale Chiesa, anziché proporsi come protettrice, non avrebbe piuttosto bisogno di trovare qualcuno che la protegga? Qual è il tranello che dopo tanti anni gli zar della Russia cercano di tendere all’Occidente? È vero che nel momento in cui sono scoperti, si affrettano a cambiar registro e a rifugiarsi nella questione dei luoghi santi. Ma è quello un terreno ancora così solido per loro? Quali sono le credenziali che offrono per rivendicare privilegi su Gerusalemme? Hanno versato il loro sangue per strappare la tomba di Cristo dalle mani degli infedeli? Ahimé! mentre gli Occidentali volavano alle crociate, i Russi, curvi sotto il giogo dei Tatari, si arrendevano all’orda dei khan e baciavano le loro staffe, leccavano nella polvere la goccia di latte caduta dalla coppa che gli orgogliosi padroni mostravano loro.

 

Note:
17. Etudes sur la situation intérieure, la vie nationale et les institutions rurales de la Russie (Studi sulla situazione interna, la vita nazionale e le istituzioni rurali della Russia), Hannover, 1848, t. I, pag. 296. [Cfr. i brani sulle sette russe del barone August von Haxthausen. (N.d.T.)]

18. Il Cantico di Simeone o Nunc dimittis (prime parole nel testo latino) è un cantico tratto dal secondo capitolo del Vangelo secondo Luca (2,29-32). (N.d.T.)

 


torna all'indice

 

.

 

webmasterwww.larici.it - info@larici.it