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Maria Egiziaca > Domenico Cavalca, Vita di Santa Maria Egiziaca,
XIV secolo
(*)
Il
frate dell’ordine de’ Predicatori Domenico Cavalca (1270-1342) scrisse
trattati morali ed ascetici, tradusse dal latino molti testi religiosi
e compose diversi componimenti poetici. In particolare raccolse in quattro
libri le Vite dei Santi Padri derivanti dai testi latini della
tradizionale agiografia monacale e dalle raccolte di detti dei Padri
della Chiesa, che ebbe per tutto il Medio Evo una grandissima diffusione
e si tramandò quasi sempre anonima. Condusse la sua vita nel
convento domenicano di Santa Caterina a Pisa, città in cui fondò
poco prima di morire il convento femminile di Santa Marta.
I. Incomincia
la vita di santa Maria Egiziaca; e in prima dell’abate Zozima, della
vita sua, e poi in che modo e ove la trovò nel diserto.
Fu
in uno de’ monisteri di Palestina un santissimo uomo e dottissimo monaco,
lo quale avea nome Zozima, al quale come a molto dotto ed esercitato
insino da picciolo nelle battaglie e negli esercizi della vita spirituale,
molti correvano per disiderio della sua dottrina e de’ suoi consigli:
ed era uomo di singulare astinenza e di continova orazione e operazione,
in tanto che eziandio mangiando lavorava alcuna cosa, e sempre orava
colla mente, e com’egli stesso diceva, in quel monistero dalla sua madre
insino da picciolo fu offerto. Ed essendovi stato già anni cinquantatrè,
credendosi perfetto monaco in ogni osservanza monacile, vennegli un
pensiero di superbia e diceva infra sè stesso: «Ecco perfetto
sono in ogni cosa e non ho bisogno d’altrui dottrina e nullo è
nel deserto che mi vantaggi in alcuna virtù o che mi potesse
insegnare cosa che io non sappia». E pensando così, apparvegli
un santo Padre, e dissegli: «Ben hai combattuto, Zozima, e se’
diventato perfetto; ma sappi che niuno uomo da sè medesimo ha
vera perfezione; chè sappi che assai sono gli altri stati, e
a via di salute maggiori che il tuo, il quale se vuoi apprendere, esci
fuori di queste tue contrade e della vicinanza di questi tuoi parenti,
e vieni con meco ad un monistero ch’è dilungi di qui assai, ed
è presso al fiume Giordano». E incontanente Zozima si levò
e andògli dietro: e venendo al fiume Giordano sentissi chiamare
da una voce di quel monistero, nel quale Iddio voleva che stesse, e
quegli che l’avea menato disparve. E andando Zozima al monistero picchiò
alla porta, e ‘l portinaio andò per l’abate incontanente, e venuto
che fu l’abate, fecegli aprire; e vedendo Zozima uomo di gran riverenza
e santità pure alla vista, gittòglisi in terra e fecegli
onore e reverenza secondo l’usanza de’ monaci. E fatta l’orazione insieme,
levandosi l’abate, lo cominciò a dimandare donde e perchè
era venuto a loro, e Zozima rispuose: «Onde io vegno non mi pare
necessità di dire, ma perchè sono venuto dico. Sappiate
ch’io sono venuto per imprendere da voi, e per edificarmi della vostra
dottrina ed esempli, perciocchè ho udito dire di voi grandi e
mirabili cose». E disse l’abate: «Iddio, fratel mio, lo
quale solo può curare l’umana fragilità, insegni a te
e a noi di fare e compiere la sua volontade, chè veramente l’uomo
edificare non può, se Iddio non vi si adopera. Ma tuttavia, perciocchè
la carità di Cristo t’ha invitato, e provocato a visitarci e
vederci, avvegnachè siamo imperfetti, stàtti e rimanti
con noi, se ti piace; e spero che della grazia dello Ispirito Santo
ci sazierà e ammaestrerà tutti quanti quel buon pastore
Gesù Cristo, lo quale puose la sua vita per nostra redenzione».
Le quali parole udendo Zozima, gittossi anche in terra ringraziando
Iddio e accettando lo stallo, e orò alquanto; e l’abate simigliantemente.
Poi si levò, e Zozima rimase e abitava con loro, e considerava
diligentemente le virtudi di quei monaci, vedendogli ferventi in ispirito,
assidui in pernottare e vigilare in continove orazioni e sempre vigilare,
ovvero lavorare; mai di loro bocca non uscire secolari parole, e non
avere rendite annuali nè sollecitudini di cose temporali, e tutto
lo studio loro essere di mortificarsi perfettamente al mondo, e lo cibo
dell’anime loro essere orare e parlare con Dio, e quello del corpo pane
e acqua. Le quali tutte cose Zozima considerando, edificavasi e cresceva
in divozione e ringraziava Iddio assiduamente. La porta del munistero
stava sempre chiusa, e non si apriva senza grande cagione; perocchè
era il luogo molto diserto e poco conosciuto, non solamente da quelli
da lunga ma eziandio da quelli da presso; onde tutti erano intesi pure
a Dio contemplare e in lui pace avere. La regola e l’usanza del munistero
era questa: la prima domenica della quaresima ragunavansi insieme tutti
all’ufficio nella chiesa, e detta la messa, ciascuno si comunicava prendendo
il Corpo e ‘l Sangue di Cristo e poi mangiando un poco insieme in caritade.
Congregavansi anche all’orazione insieme dopo desinare; e compiuta l’orazione
davansi la pace insieme e poi ciascuno la dava all’abate, e abbracciando
tutti raccomandavansegli che orasse per loro, li quali uscivano alla
battaglia col nimico per lo diserto: e dopo questo l’abate faceva aprire
la porta e uscivano tutti fuori cantando quel bel salmo: Dominus illuminatio
mea et salus mea, quem timebo? cioè: Iddio è mio lume
e mia salute e mio protettore; non temerò chi mi faccia battaglia.
E partendosi tutti eccetto uno o due che rimanevano nel munistero, non
per guardare, chè non vi aveva cosa che i ladri avessono a tòrre,
ma per non lasciare lo monistero senza ufficio, portavasi ciascuna alcuna
cosa che mangiare per la quaresima, chi pani, chi fichi secchi, chi
datteri e chi legumi infusurati e alcuno non portava nulla, ma erano
contenti dell’erbe che trovavano per lo diserto; e tutti passando lo
fiume Giordano dispargevansi per lo diserto in diverse parti, ciascuno
per sè; e l’uno non andava dove l’altro, nè l’uno sapea
la stanza nè la vita dell’altro. E per questo modo stavano insino
alla domenica dell’Ulivo sempre orando e dicendo salmi, e in quel dì
ciascuno ritornava al monistero, riportando ciascuno lo frutto della
sua fatica e vittoria nella ròcca della buona coscienza. E per
maggiore umiltà volendo al solo Iddio piacere, avevano ordinato
che l’uno non dovesse domandare l’altro, nè l’uno dire all’altro,
della vita ch’avessono fatta o menata, e delle grazie e vittorie e battaglie
ch’avesse avute; sapendo che la vista e la lode degli uomini fanno molto
danno alla buona opera. E insieme cogli altri Zozima, venendo la quaresima,
uscío seco al diserto portando con seco molto poco da mangiare;
e ognindì si metteva più addentro per lo diserto infaticabilmente,
poco mangiando, e poco bevendo e dormendo, se non quanto la necessità
corporale lo costrigneva: e quivi dormiva ove la notte il sonno lo coglieva
e andava pure oltre per disiderio di trovare alcuno santo padre antico
solitario che lo edificasse. E poichè fu ito venti giornate,
un giorno in sulla sesta ponendosi ginocchione a orare verso l’oriente,
secondo che avea in uso di fare ognindì a dire l’ore sue, e guatando
in su verso la mano diritta, parvegli vedere quasi un’ombra di corpo
umano levato in aria; della qual cosa maravigliandosi e spaventandosi,
e immaginandosi che fosse fantasima, per operazione del nimico, fecesi
il segno della croce tre volte. E compiute ch’ebbe l’ore sue, fecesi
più innanzi; ed ebbe veduto andare verso il meriggio come una
persona nuda, col corpo nero e secco per lo sole e coi capelli canuti
bianchi come lana, e non erano lunghi se non infino al collo. Della
qual cosa Zozima maravigliandosi fu molto allegro, e incominciò
fortemente a correre per giugnere questa persona, immaginandosi di trovare
un gran santo padre antico. Questa era Maria egiziaca, cioè d’Egitto,
e Zozima non lo sapeva; la quale, vedendosi correre Zozima dietro, perocch’era
ignuda, incominciò a fuggire; e Zozima più rinforzando
il corso e quasi dimenticandosi la sua vecchiezza per lo grande desiderio,
avendola già presso che giunta, sicch’ella poteva udire, incominciò
a gridare fortemente e dire: «Or perchè mi fuggi, servo
di Dio, perchè fuggi questo vecchio peccatore? aspettami, per
Dio ti priego, chiunque tu se’; io ti scongiuro per quello Iddio, per
lo cui amore tu stai in questo eremo, che tu mi aspetti e parlimi, e
non mi fuggire». E andando Zozima dicendo queste parole con lagrime
e sempre correndo, amendue pervennono ad una ripa d’un torrente secco,
e Maria corse dal lato di là e stette. E giungendo Zozima di
qua e riposandosi un poco, perchè non potea così salire
quella ripa, incominciò a far maggior pianto, pregando che si
lasciasse parlare. Allora quella parlò e disse: «Abate
Zozima, perdonami per Dio, perocch’io non mi posso rivolgere verso di
te, perchè sono femmina e nuda; ma gittami il pallio tuo, col
quale io mi possa coprire, e verrò a te volentieri per ricevere
la tua benedizione». Allora Zozima maravigliandosi che si udì
nominare e pensando come savio che quella non potea sapere lo nome suo
se non per revelazione di Dio, conciossiacosachè mai veduto non
lo avesse, ispogliossi incontanente un panno vecchio ch’egli avea addosso,
e volgendosi la faccia addietro gliele gittò; lo quale ella cignendosi
e coprendosi come poteva, volsesi a Zozima e sì gli disse: «Per
che cagione, abate Zozima, se’ venuto con tanta fatica per vedere una
peccatrice?». Alle quali parole Zozima non rispondendo, gittossi
in terra adorandola e domandandola ch’ella in prima lo benedicesse e
orasse per lui. Ma quella per umiltà non volendo ciò fare,
faceva simigliantemente a lui; e stavano in questa contenzione, e non
dicevano altro se non che l’uno diceva all’altro: «Padre, benedicimi».
E poichè furono stati per grande ora in questa santa contenzione
per reverenzia l’uno all’altro, disse Maria: «Abate Zozima, a
te si conviene di dare la benedizione e orare, perciocchè per
più anni sei stato prete, e celebrando a’ santi altari hai piena
la mente di sante orazioni». La qual parola udendo Zozima, fu
molto più maravigliato e disse: «Certamente veggio, o madre,
che piena se’ della divina grazia, poichè ‘l nome e l’ufficio
mio m’hai così detto: chè certo la grazia ispirituale
non si dà per l’ordine del sacerdozio e per altra degnità,
ma cattasi per le virtudi e per le buone opere; onde per Dio ti scongiuro
che tu in prima mi dia la tua benedizione». Allora Maria, lasciandosi
vincere, rispuose una cotale parola e disse: «Benedetto Iddio
redentore dell’anime nostre»; e Zozima rispuose: «Amen».
E levandosi ciascuno di terra, disse Maria a Zozima: «Priegoti,
padre, che tu mi dichi perchè se’ venuto a noi con tanta fatica?».
Rispuose Zozima: «Questo non è stato cotanto per mia volontà,
quanto per divina dispensazione e dono e provvedenza, la quale ci ha
fatto così insieme trovare». Allora disse Maria: «Or
ti priego, se così è, come tu dici, che per divina grazia
ci siamo così trovati insieme, che mi narri lo stato e la condizione
della cristiana religione e delli regi e prelati della Chiesa, perciocchè
già sono molti tempi ch’io non vidi creatura umana». E
Zozima rispuose e disse: «Lasciando le molte cose che si potrebbono
dire, brievemente ti rispondo che ‘l nostro Signor Gesù Cristo
ha conceduto ferma e vera pace alla Chiesa sua. Priegoti che prieghi
Iddio che la mantenga e mandi pace per tutto il mondo, e che prieghi
Iddio per li miei peccati». E disse Maria: «Questo si conviene,
abate Zozima, a te, lo quale hai l’ufficio sacerdotale e l’abito, e
per pregare per li peccatori se’ ordinato; tuttavia, volendo ubbidire
al tuo comandamento, avvegnach’io sia peccatrice, farò orazione
a Dio secondo che m’hai detto». E incontanente ponendosi in orazione,
levando gli occhi e stendendo le mani verso l’oriente, incominciò
a orare con silenzio, sicchè Zozima, avvegnachè vedesse
menare le labbra, nulla parola udire potea. Ma disse poi, che orando
Maria molto prolissamente, la vide per fervore di spirito levare in
alto e stare sospesa da terra bene un gomito; per la qual cosa disse
che gli entrò sì grande paura che cadde in terra, e quasi
tutto istupefatto trangosciando, e sudando non potea altro dire, se
non Kyrie eleison: ma poi dopo grande ora incominciandosi a confortare,
vedendo Maria così levata, incominciò a dubitare e pensare
che forse era ispirito che avea presa quella forma e infignevasi e dava
vista d’orare. E in questo mezzo Maria tornò a Zozima e compiè
la sua orazione, e levò Zozima di terra che stava ancora pauroso
e pensoso, e dissegli: «Abate Zozima, or come ti lasci così
conturbare ai pensieri del cuore tuo, in tanto che tu sei iscandalezzato
in me, e hai creduto ch’io sia ispirito ch’abbia per inganno presa questa
vista e fatta questa orazione? Dio te ne rischiari e mostritene la verità.
Io non sono spirito ch’abbia preso corpo fantastico, ma sono femmina
peccatrice, avvegnachè battezzata, e non è in me alcuna
opera di maligno spirito»; e dette queste parole si fece il segno
della croce alla fronte e al petto e agli occhi e orò e disse:
«Iddio onnipotente, o abate Zozima, ci liberi dal nimico dell’umana
generazione e diaci lo suo aiuto, chè veramente molte grandi
battaglie ci dà». E udendo Zozima queste parole, gittòglisi
a’ piedi piagnendo e disse: «Per Cristo onnipotente, lo quale
per la salute degli uomini prese carne e sostenne morte, per lo cui
amore tu sostieni questa nudità e hai così afflitta la
tua carne, ti scongiuro e priego che mi dichi e reveli per ordine chi
tu se’, e quando ci venisti, chè in verità non per vanagloria
ma per edificazione te ne dimando. E veramente credo che perciò
Cristo mi ci fece venire, acciocchè tu a sua gloria e a edificazione
delle genti mi narri la tua venerabile conversazione; chè sii
certa, che se questo a Dio non piacesse, non m’avrebbe permesso ch’io
t’avessi trovata e non mi avrebbe lasciato sostenere tanta fatica invano».

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