|
|
|
| ICONE > Calogera Di Miceli Muscarella, Pancreator: immagine estetica della concezione aristotelica di Dio (1)
Con il
trasferimento della capitale a Bisanzio nel 330 d.C. e, poi, con la
suddivisione politica in Impero d'Oriente e Impero d'Occidente, si
apre un nuovo capitolo della storia: nasce l'Impero Bizantino che
durerà sino al 1453, anno in cui cadde Costantinopoli. La civiltà orientale riuscì a mantenere in vita una cultura incredibilmente superiore a quella della decadente romanità. Il gusto orientale che esalta l'eleganza della linea e il valore del colore e della luce, gradualmente finisce per predominare sull'antico substrato romano in tutte le arti. All'indebolimento di Roma corrisponde quindi, un forte incremento economico e culturale di Bisanzio e lo sviluppo e nascita della Patristica. Quest'ultima, in Oriente consolidatasi nel clima della tradizione ellenistica, continua l'opera di fusione tra il mondo ellenistico e cristiano. Clemente (2), uno dei maggiori rappresentanti del pensiero orientale, considera la verità attuatasi gradualmente attraverso la storia. Dio che ha dato agli ebrei la legge divina e ai greci la filosofia, ha concesso ai cristiani la fede e la filosofia. Tra fede e filosofia non può esistere il disaccordo; anzi, Clemente assegna alla ricerca filosofica una funzione coadiutrice nei confronti della fede, anzi «dimostra come la dottrina cristiana sintetizzi il meglio della sapienza greca» (3). Il tutto
trova una sua resa visiva nell'arte, appunto, bizantina. In Oriente come in Occidente lo scopo delle immagini sacre è quello di educare i fedeli in senso religioso e morale, ma mentre in Occidente si utilizzano immagini vicine alla realtà quotidiana, quali il "Cristo buon pastore", in Oriente Cristo viene rappresentato attraverso gli attributi della regalità. Forme significative della pittura bizantina sono le icone: immagini della Madonna, di Cristo o di santi dipinte a mezzo busto su tavole di legno e mosaico parietali. Le icone testimoniano non solo la grandezza della Divinità, ma anche l'autorità religiosa, civile e politica sul popolo di Dio, in primo luogo il romano pontefice e l'imperatore. L'artista non viene considerato creatore di valori individuali ma, portatore di una coscienza superindividuale e, quindi, egli occupa nell'organismo statale il posto di un semplice esecutore della volontà divina, come qualsiasi altro suddito dell'impero. Chiesa e Stato gli chiedono semplicemente di istruire secondo una tematica fissa, rigorosamente prestabilita, rendendo accessibile ai fedeli certi aspetti del dogma e della liturgia. Ma è proprio entro certi limiti che l'arte bizantina coglie il suo valore espressivo più alto, ossia il significato metafisico: essa è la rappresentazione visiva di una realtà che trascende le categorie del sensibile. Spazio e forma, infatti, sono annullati dalle ampie stesure di colore. Fin dalla nascita del cristianesimo sorsero numerose lotte tra gli iconoclasti che consideravano le immagini espressione di religiosità ma anche della vita ufficiale di corte oltre che della Chiesa, e coloro i quali ritenevano le immagini sacre idolatria e Dio doveva essere adorato come puro spirito. Solo verso il IV secolo quando il cristianesimo divenne religione ufficiale dello stato, la Chiesa trionfante iniziò a utilizzare la pittura musiva come mezzo di diffusione delle proprie idee, si sviluppò il culto delle icone e verso il 730 il partito degli iconoclasti vinse. Si realizzarono nuove icone e mosaici, in cui le immagini composte come fisse nel tempo divennero immutabili. Le icone si cristallizzarono nelle forme e nella sostanza delle rappresentazione. La tradizione classica è oramai del tutto superata. L'iconografia contribuì alla vittoria degli ideali spirituali e combatté contro chi negava si potesse raffigurare la Divinità. L'immagine antropomorfa subisce una modificazione a carattere astrattivo e metafisico. L'icona si sottopone alla legge generale d'immutabilità di tutta l'arte bizantina; deve condurre il credente verso l'ascesi, lontano dalla realtà terrena. Verso la seconda metà del VI e del VII secolo, l'icona esprime una forte spiritualità e il carattere magico dei personaggi, emana una profondità di pensiero interiore, una luce sovrumana; con essa nasce anche un nuovo linguaggio figurativo che lascerà testimonianze soprattutto architettoniche e pittoriche in Oriente. Le figure delle icone hanno la particolarità, in quanto immagini del trascendente, di essere rigide, piatte, stilizzate, quasi sempre ritratte di fronte, con una notevole fissità dello sguardo da cui non traspare nessun sentimento particolare; assenza di rilievo, di chiaroscuro, di prospettiva, quindi, figure immobili, austere, solenni. La pittura rappresenta la forma più significativa di questo gusto orientalizzante: nel mosaico ogni realtà si riduce al raffinato e astratto gioco dei colori accostati o contrapposti in una sapiente e fitta tessitura cromatica, alla quale partecipa il fondo dorato che crea un'atmosfera irreale. Ai bizantini non interessa raffigurare immagini vere, ambienti reali. Per loro Cristo, la Madonna, l'Imperatore e dignitari di corte sono solo simboli del potere spirituale e temporale, per cui non intendono portarli al livello degli uomini comuni, sono troppo in alto, astratti, semplici forme e colori che si avvicinano ben poco alla realtà. Il Cristo
Pancreator, cioè colui che tutto crea e governa, è una
delle principali raffigurazioni bizantine che esprime valori artistici,
filosofici e religiosi. Ma il Pancreator è chiara espressione
della concezione aristotelica di Dio. Aristotele
considera Dio anche come «Primo Motore immobile». In natura
tutto è in movimento, ma poiché tutto ciò che
si muove deve avere una motore che lo muova, Aristotele distingue
nel movimento un mosso e motore. Il motore è tale rispetto
al mosso, a sua volta dovrà essere mosso da un altro motore,
di motore in motore si procederebbe all'infinito. Ma tutto ciò,
secondo Aristotele, è assurdo: il movimento, infatti, deve
pur aver un inizio; ammette, quindi, un principio che deve essere
considerato come motore iniziale, un principio dal quale abbia avuto
origine il movimento e che non è, a sua volta, mosso da altro
motore. Tale principio è per Aristotele, il Primo Motore Immobile. Dio è
definito da Aristotele anche come «Pensiero del Pensiero».
In Dio in quanto atto puro, si riunisce tutto il pensabile. Tutto
ciò che può essere pensato, in quanto Dio non manca
di nulla, si riassume in lui. Ma, poiché in Dio non esiste
nulla in potenza, lo stesso pensabile che in lui si assomma si troverà
allo stato attuato, allo stato cioè, di pensato: tutta la realtà,
presente in Dio, viene pensata da Dio stesso. Dio è quindi
pensiero che pensa se stesso, e nel pensarsi si contempla. Dio è
onnisciente, per conoscere tutto non deve uscire fuori di sé
ma deve solo porre se stesso come oggetto della contemplazione. L' estrema sontuosità di cui si riveste l'immagine religiosa potrebbe apparire una intrusione profana se, in effetti, non rappresentasse anche uno sforzo più interessante di rappresentare un mondo di realtà invisibile, offerto, più che alla meditazione, alla pura gioia della contemplazione.
|
|