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Appendice
6.
I re magi tra storia e leggenda

fare clic per ingrandireI Magi - che parlavano aramaico, erano di origine semitica, avevano profonde conoscenze astronomiche ed erano considerati dei saggi e dei taumaturghi - appartenevano a una tribù del popolo dei Medi (odierno Kurdistan) diventata casta sacerdotale dedita al mantenimento della fiamma accesa davanti al dio del fuoco, in conformità alla dottrina di Zarathustra (o, nella forma greca, Zoroastro; VII-VI secolo a.C.). In uno scritto attribuito a Zarathustra si profetizzava l’apparizione di una stella lucente in cielo (v. appendice 3) e vi erano indicate istruzioni sui doni da offrire al Salvatore. L’evento della nascita di un Salvatore era atteso da molti seguaci delle religioni dell’ epoca, in particolare dagli Ebrei, e, tra gli scritti apocrifi, si parla dei magi nel Vangelo arabo-siriaco dell’infanzia, nel Protovangelo di Giacomo (Giacomo era un Maestro di Giustizia degli Esseni, influenzati dalla religione di Zoroastro) e nel Vangelo armeno dell’infanzia. In quest’ultimo, forse del IV secolo, sono stabiliti la loro regalità, il numero e il nome: «In quel tempo il regno dei Persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d’Oriente e quelli che erano i re magi erano tre fratelli: il primo, Melkon, regnava sui Persiani, il secondo, Balthasar, regnava sugli Indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli Arabi. […] I comandanti del loro corteggio, investiti della suprema autorità, erano dodici. I drappelli di cavalleria che li accompagnavano comprendevano dodicimila uomini: quattromila per ciascun regno. Tutti venivano, per ordine di Dio, dalla terra dei Magi, dalle regioni d’Oriente, loro patria. Infatti, allorché l’angelo del Signore ebbe annunciato alla vergine Maria la notizia che la rendeva madre, come abbiamo già riferito, nello stesso istante essi furono avvertiti dallo Spirito Santo di andare ad adorare il neonato. Essi pertanto, messisi d’accordo, si riunirono in uno stesso luogo, e la stella, precedendoli, li guidava, con i loro seguiti […] Essi si accamparono nei pressi della città e vi rimasero tre giorni, coi rispettivi principi dei loro regni. Benché fossero fratelli, figli di uno stesso re, marciavano al loro seguito eserciti di lingua molto differente. Melkon, il primo re, aveva mirra, aloe, mussolina, porpora, pezze di lino e i libri scritti e sigillati dalle mani di Dio. Il secondo, il re degli Indi, Gaspar, aveva, come doni in onore del bambino, del nardo prezioso, della mirra, della cannella, del cinnamomo e dell’incenso e altri profumi. Il terzo, il re degli Arabi, Balthasar, aveva oro, argento, pietre preziose, zaffiri di gran valore e perle fini».
Il numero dei magi, dopo essere oscillato da due a dodici (presso siri e armeni), fu fissato nel V secolo da papa Leone I Magno a tre, come il numero dei regali citati nei Vangeli e in rappresentanza delle tre età dell’uomo (Melchiorre, il vecchio con l’incenso; Baldassarre, il moro adulto con l’oro; Gaspare, il giovane con la mirra) o come manifestazione della Trinità. L’associazione dei tre re magi alla rappresentazione delle razze umane è avvenuta solamente dopo la scoperta dell’America (1492), quando si è consolidata la teoria del poligenismo della specie umana (già annunciata da Platone), secondo la quale le razze umane e le classi sociali hanno avuto un’origine separata, con progenitori di diverso valore, non gli unici Adamo ed Eva. In questo senso fu interpretato il passo della “maledizione di Cam” il cui inizio è: «I figli di Noè che uscirono dall’arca sono: Sem, Cam e Jafet. Cam è il padre di Canaan. Questi sono i tre figli di Noè e da questi fu popolata tutta la terra» (Gn 9,18). Alla luce delle nuove scoperte geografiche, la visione del mondo risultava quindi divisa in tre gruppi: i Camiti (uomini del Sud, o Africani), i Semiti (popoli d’Oriente, come Ebrei ed Arabi) e i discendenti di Jafet (gli abitatori dell’Europa, più tardi chiamati Indoeuropei).
Su un vecchio edificio accanto alla Basilica di Sant’Eustorgio a Milano è apposta una lapide che attesta la presenza del primo fonte battesimale di Milano, costruito al tempo degli apostoli. La scelta del luogo non era stata casuale: lì scorreva un corso d’acqua, la Vettabbia, vicino a un cimitero pagano, e la tradizione tramanda che i primi cristiani di Milano vi venivano battezzati da san Barnaba, uomo di fiducia degli apostoli e compagno di san Paolo nel primo dei suoi viaggi.
Sul campanile della basilica, anziché la croce, c’è una stella a otto punte, che rappresenta la stella dei re magi e indica la presenza delle loro reliquie.
La leggenda vuole che le spoglie dei re magi - tornati a Gerusalemme dopo la crocifissione di Gesù - siano state trovate, insieme ai resti della Croce, nel 326, dalla regina Elena, madre di Costantino, capo dell’impero romano d’Oriente, e trasferite nella chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli.
Costantino le donò al greco Eustorgio nel 343, che appena nominato nono vescovo di Milano (ma lo era stato nel 315) si era recato dall’imperatore per rassegnare le sue dimissioni da governatore imperiale di Milano. Eustorgio trasportò le reliquie, poste nel loro pesante sarcofago, usando un carro trainato da buoi. Durante il lungo e avventuroso viaggio, uno dei buoi fu assalito e sbranato da un lupo, ma la belva, redarguita da Eustorgio e pentitasi, ne prese il posto per tirare il carico. Arrivato a Milano, il carro si fermò a Porta Ticinese, sprofondò nel fango e non fu possibile rimuoverlo nonostante gli sforzi di tutta la popolazione. Eustorgio interpretò questo fatto come un segno divino e in qurl luogo fece erigere la basilica che oggi porta il suo nome (il vescovo vi fu sepolto nel 355), nella quale furono riposte le reliquie di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre (poi ribattezzati dai milanesi Dionigi, Rustico ed Eleuterio).
Nel 1158, durante i lavori di potenziamento delle difese cittadine, le spoglie vennero spostate all’interno delle mura, nella chiesa di San Giorgio, situata lungo l’attuale via Torino. Pochi anni dopo più tardi, Federico I, detto il Barbarossa, dopo un assedio durato due anni, conquistò Milano e nel 1164, su consiglio dell’arcicancelliere, l’arcivescovo di Colonia Rinaldo di Dassel, portò le reliquie a Colonia, dove furono sistemate in un’arca d’argento dorato nella chiesa di San Pietro (poi trasformata in Duomo per accogliere i numerosi pellegrini). Secondo un cronista dell’epoca, al momento della traslazione, le spoglie erano integre, compresi pelle e capelli, e dimostravano un’età apparente rispettivamente di 15, 30 e 60 anni.
A Milano il culto rimase vivo, perché il cronista Galvano Fiamma (1283-1344) ha scritto che, nel 1336, sotto Azzone Visconti, si celebrava ancora una cerimonia costituita da un corteo dei magi a cavallo, che attraversava la città seguito da una schiera di servi e di animali esotici, soprattutto scimmie. Soltanto nel 1904, l’arcivescovo di Milano ottenne la restituzione di alcuni frammenti ossei (due fibule, una tibia e una vertebra), che furono posti in un’urna di bronzo accanto all’antico sacello vuoto con la scritta Sepulcrum Trium Magorum (tomba dei tre magi).
Quali riscontri abbiamo sulla provenienza re magi lo spiega il medioevalista Franco Cardini: «Qualcuno si è stupito del fatto che il papa abbia attribuito con il suo viaggio di quest’estate a Colonia, tanta importanza a “una leggenda”: è presumibile che chi si è posto questa domanda alludesse alle reliquie custodite nel duomo di Colonia e alla sua origine, appunto “leggendaria” in quanto legata a una traslatio forse del IV, forse del VI secolo, da Milano a Costantinopoli. In effetti, tutta la leggenda conosciuta come relativa al vescovo di Milano Eustorgio (ma di vescovi con tale nome ve ne furono due) e alle reliquie dei “tre re” ch’egli avrebbe recato dalla capitale dell’impero d’Oriente è storicamente parlando, molto incerta. Ma storica è invece, eccome, la traslazione delle reliquie volute dall’imperatore Federico I o comunque da lui consentita, e attuata nel 1164 dall’arcicancelliere imperiale e arcivescovo di Colonia, Rinaldo di Dassel. Quanto al racconto evangelico in sé e per sé, per quanto riletto con la nostra sensibilità - e dopo lunghi secoli nei quali l’arte, la letteratura, il folklore si sono esercitati su questi temi - esso possa parlarci un linguaggio fiabesco, va da sé che il trattarlo da “leggenda” sarebbe - filologicamente ancor prima che religiosamente - improponibile.
«Ciò detto, bisogna d’altro canto aggiungere che i magi sono uno degli argomenti trattati anche dalla lunga serie dai vangeli detti “apocrifi” (un aggettivo che, giova ricordarlo, significa “nascosto”, vale a dire non divulgabile, riservato solo agli iniziati: non ha però il valore di “falso”); e che alcuni di essi sono d’origine nestoriana. La Chiesa nestoriana, che pretende di aver avuto origine dalla predicazione dell’apostolo Tommaso, a est dell’Eufrate, è oggi presente in Iraq e in Iran, ma anche in India e perfino in Cina: e attribuisce, al pari di quella monofisita detta “copta” (egiziana ed etiopica), grande importanza alla figura dei magi. Che i magi del vangelo di Matteo siano identificabili con sacerdoti mazdei provenienti dalla Persia è una tesi non certo del tutto comprovata, però molto forte; e la tradizione monofisita copta ha forse avuto origine a Gerusalemme fin dai primi secoli del cristianesimo ed è concorrenziale rispetto a quella nestoriana, che avendo in Persia la sua terra d’elezione considera i magi un po’ come una “gloria” nazionale.
«Verso la fine del XIII secolo il veneziano Marco Polo, prigioniero di guerra a Genova, dettava a un suo compagno di prigionia, il romanziere pisano Rusticiano o Rustichello - autore di buoni testi cavallereschi - le sue memorie di viaggio alla volta dell’Asia del Gran Khan, Nonostante i volgari veneziano e pisano fossero all’epoca abbastanza consolidati, i due, probabilmente di comune accordo, decisero di redigere in franco-settentrionale (la grande lingua di comunicazione internazionale nell’Europa latina del tempo) quel testo che siamo abituati a conoscere in Italia come Il Milione. Ebbene, in esso si narra come nella città persiana di Sawa, nell’area centromeridionale di quello sterminato paese, fossero all’epoca custoditi i corpi dei re magi: la gente del posto ne sapeva poco, o comunque non ne voleva parlare. Il che stupisce perché doveva trattarsi di cristiani nestoriani o di musulmani, tutti familiari con la leggenda dei magi. Ma la cosa più stupefacente è che Marco Polo narra al riguardo una leggenda che richiama appunto alcuni testi evangelici apocrifi, nei quali figura una pietra donata dal Bambino ai magi, che a causa della sua pesantezza se ne sarebbero disfatti gettandola in un pozzo dal quale sarebbe scaturito un gran fuoco. Il grande viaggiatore, al riguardo, accenna al legame tra la leggenda dei magi e un insediamento sito presso la loro sepoltura e noto nella regione come “il Castello degli Adoratori del Fuoco”. Che egli abbia veduto, durante la traversata della Persia pozzi di petrolio ardere a fior di terra, non c’è dubbio; ma questo rapporto tra la pietra e il fuoco ha fatto pensare ch’egli si sia imbattuto in qualche modo in residui di credenze mazdee o in colonie di mazdei. Resta un mistero il fatto che Marco Polo, imbattutosi nei suoi magi persiani, non abbia neppure ricordato che le reliquie dei tre re riposavano a Colonia: eppure non poteva ignorarlo. Una dimenticanza “polemica”? Il frutto dell’abitudine degli uomini del medioevo a conoscere varie sepolture del medesimo santo, magari in concorrenza fra loro? Non lo sappiamo…» (da I Re Magi sulla via della seta, in “Avvenire” 6 gennaio 2006).

 
Gianluca Busi, L’icona della Natività
Note della Redazione
Appendici:
  1. Gli scritti apocrifi
  2. Betlemme o Nazareth
  3. La stella e l’anno di nascita di Gesù
  4. Il giorno natale di Gesù e i culti pagani
  5. Gli Esseni
  6. I re magi tra storia e leggenda
  7. Usi e costumi del periodo natalizio
  8. Usanze natalizie nell’Est europeo

 


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