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Erwin
Panofsky, La storia della teoria delle proporzioni del corpo umano
come riflesso della storia degli stili (1)
Nato
da un'agiata famiglia ebraica di Hannover, Erwin Panofsky (1892-1968)
compì gli studi a Berlino e Friburgo. Fu professore di storia
dell'arte all'Università di Amburgo fino all'avvento del nazismo,
quando si trasferì negli Stati Uniti, prima a New York e poi
a Princeton. E' considerato uno fra i maggiori studiosi di iconologia
e affermò il carattere necessariamente "significativo"
delle forme artistiche e il loro legame con tutti i fatti culturali
e i contenuti spirituali di unepoca. Tra le sue opere principali
sono da ricordare La prospettiva come "forma simbolica"
(1927), Studi di iconologia (1939), Il significato nelle
arti visive (1955) da cui è tratto il brano qui proposto.
Lo
stile dell'arte medievale, eccettuata forse la fase del Gotico maturo,
è abitualmente definito, rispetto a quello dell'antichità
classica come "piatto". Tuttavia rispetto all'arte egizia
potrebbe definirsi semplicemente appiattito. La differenza che corre
infatti tra il carattere "piatto" dell'arte egizia e quello
dell'arte medievale è che nella prima gli elementi di profondità
sono completamente aboliti, mentre nella seconda sono solo svalutati.
Le rappresentazioni egizie sono piatte perché l'arte egizia rende
solo quello che de facto può essere rappresentato sul
piano; quelle medievali appaiono piatte benché l'arte del Medioevo
renda in realtà quello che de facto non può essere
rappresentato sul piano. Mentre gli egiziani escludono deliberatamente
la presentazione di tre quarti e le direzioni oblique del torso e delle
membra, lo stile medievale, che presuppone il libero movimento dell'arte
antica, ammette l'una e le altre (difatti la veduta di tre quarti è
la regola, mentre il puro profilo o la veduta decisamente frontale sono
l'eccezione). Comunque queste posizioni non hanno più il compito
di creare un'illusione di effettiva profondità; dato che gli
effettivi mezzi ottici che servivano a modellare e definire l'ombra
sono stati abbandonati, queste posizioni sono rese, di solito, mediante
un particolare trattamento dei contorni lineari e delle superfici piatte
di colore (2). Si incontrano così nell'arte medievale forme d'ogni
genere che, da un punto di vista puramente tecnico, potrebbbero classificarsi
come "scorciate"; ma, poiché il loro effetto non è
sostenuto da mezzi ottici, esse non ci appaiono come "scorci"
nel senso corrente del termine. I piedi posti in tralice, per esempio,
il più delle volte dànno l'impressione di penzolare, anziché
d'essere visti di fronte e le spalle viste di tre quarti tendono, ridotte
come sono, a una forma piatta, a suggerire l'idea di una gobba.
In queste condizioni la teoria delle proporzioni doveva orientarsi verso
nuovi scopi. Da un lato l'appiattimento delle forme umane era incompatibile
con l'antropometria antica che presupponeva l'idea che la figura esistesse
come solido tridimensionale; dall'altro, la mobilità illimitata
di queste forme, lascito irrevocabile dell'arte classica, rendeva impossibile
di accettare un sistema analogo a quello egiziano, che predeterminasse
le dimensioni "tecniche" non meno di quelle "oggettive".
Così il Medioevo si trovò di fronte alla stessa scelta
della Grecia classica, ma dovette decidere nel senso opposto. La teoria
egizia delle proporzioni, facendo coincidere dimensioni "tecniche"
e dimensioni "oggettive", aveva potuto combinare le caratteristiche
di un'antropometria con quelle di un sistema di costruzione; quella
greca, abolendo tale coincidenza, era sta costretta a rinunciare all'ambizione
di determinare le dimensioni "tecniche"; il sistema medievale
rinunciò all'ambizione di determinare quelle "oggettive":
si limitò a organizzare l'aspetto bidimensionale della rappresentazione.
Laddove il metodo egizio era stato costruttivo e quello dell'antichità
classica antropometrico, quello del Medioevo può essere definito
schematico.
All'interno della teoria medievale delle proporzioni si possono tuttavia
rilevare due tendenze diverse. Esse hanno certamente in comune il fatto
di basarsi sul principio della schematizzazione planimetrica; differiscono
però nel modo di interpretare questo principio: si hanno così
la soluzione bizantina e quella gotica.
La teoria bizantina delle proporzioni che, data l'enorme influenza dell'arte
bizantina, fu di eccezionale importanza anche per l'Occidente (Fig.
1), ancora convoglia i postumi della tradizione classica in quanto ha
realizzato il suo schema prendendo come punto di partenza l'articolazione
organica del corpo umano: cioè ha ammesso il fatto fondamentale
che le parti del corpo sono per natura distinte l'una dall'altra. Si
dimostra però del tutto anticlassica nell'esprimere le misure
di queste parti non più in frazioni ordinarie ma mediante un'applicazione,
alquanto grezza, del sistema dell'unità, o sistema modulare.
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Fig.
1 Madonna con Bambino, inizio del secolo XIII |
Le
dimensioni del corpo umano in quanto figuravano su un piano (tutto ciò
che cadeva fuori del piano era di solito tralasciato) erano espresse
in lunghezze della testa o più precisamente della faccia (3)
(in italiano, "viso" o "faccia", spesso indicata
anche come "testa") e la lunghezza totale della figura ammontava
a nove di queste unità. Così, secondo il Manuale
del Monte Athos, un'unità è assegnata alla faccia, tre
al torso, due sia alla parte superiore che a quella inferiore della
gamba, un terzo di unità (corrispondente alla lunghezza del naso)
alla parte superiore della testa, un terzo all'altezza del piede e un
terzo al collo (4); la larghezza di metà torace (compresa la
curva delle spalle) era supposta di un'unità e un terzo, mentre
l'avambraccio, il braccio e la mano erano considerati lunghi un'unità.
Queste determinazioni sono analoghe a quella tramandataci da Cennino
Cennini, il teorico dell'ultimo Trecento, le cui idee sono in gran parte
ancora solidamente legate alla concezione bizantina. Le sue prescrizioni
concordano con quelle del canone del Monte Athos nel fatto che la lunghezza
del torso (tre "facce") è ulteriormente suddivisa da
due punti particolari, la bocca dello stomaco e l'ombelico, e ancora
nel fatto che l'altezza della parte superiore della testa non è
espressamente determinata in un terzo di unità, per cui, mancando
questa parte, la lunghezza totale della figura risulta di otto "visi"
e due terzi. In seguito questo canone bizantino delle nove "facce"
penetrò nella teoria artistica delle epoche successive, dove
ebbe una funzione importante giù giù fino ai secoli XVII
e XVIII (5); a volte senza subire modificazioni di sorta, come nel caso
di Pomponio Gaurico, altre volte con leggeri ritocchi come nel caso
del Ghiberti e del Filarete.
Sono pienamente convinto che l'origine di questo sistema, che realizza
la misurazione per così dire attraverso la numerazione, sia da
ricercare in oriente. E' vero che una notizia quanto mai discutibile
del tardo Rinascimento (Filandro) attribuisce al romano Varrone (6)
un canone in cui la lunghezza totale della figura viene divisa in nove
"teste" e un terzo e che sembra in stretta relazione con i
sistemi discussi più sopra. Ma a parte il fatto che la letteratura
antica sull'arte non mostra tracce di questo canone (7) e che le prescrizioni
di Policleto e Vitruvio si fondano su un sistema del tutto diverso (quello
delle frazioni ordinarie), si può dimostrare che gli antecedenti
della tradizione rappresentata dal Manuale del Monte Athos
e dal trattato del Cennini esistevano in Arabia.
Nei testi dei Fratelli della Purezza, una confraternita di dotti arabi
fiorita nei secoli IX e X, troviamo un sistema di proporzioni che anticipa
quelli di cui stiamo parlando, in quanto esprime le dimensioni del corpo
mediante un'unità o modulo abbastanza grande (8). E anche se
questo modulo può derivare da fonti ancora più antiche
(9), non dovrebbe però risalire oltre il tardo ellenismo, a un'epoca
cioè in cui l'intera concezione del mondo si trasformò,
non senza influssi orientali, alla luce della mistica dei numeri, e
in cui, con un generale spostamento dal concreto all'astratto, la stessa
matematica antica, che culmina e si conclude con Diofante d'Alessandria,
subisce la sua aritmetizzazione (10).
Il canone dei Fratelli della Purezza di per sé non ha nulla a
che vedere con la pratica artistica. Facendo parte di una cosmologia
"armonistica", non si pensava che esso potesse fornire un
metodo per la resa pittorica della figura umana; suo scopo era invece
d'introdurre a una vasta armonia unificante tutte le parti del cosmo
mediante corrispondenze numeriche e musicali. Per cui i dati forniti
da questa dottrina non si riferiscono all'adulto ma al neonato, un essere
cioè che ha un'importanza secondaria nelle arti figurative, ma
ha un ruolo fondamentale nel pensiero cosmologico e astrologico (11).
Non è tuttavia casuale che la pratica d'officina dei bizantini
abbia indotto un sistema di misure elaborato per tutt'altro scopo e
abbia finito col dimenticarne completamente l'origine cosmologica. Per
quanto possa apparire paradossale, un sistema di misure algebrico o
numerico, che riduce le dimensioni della figura a un modulo unico, risulta
(se questo modulo non è troppo piccolo) molto più compatibile
con la tendenza medievale alla schematizzazione che non il sistema classico
delle frazioni ordinarie.
Il sistema "frazionario" facilitava la valutazione obiettiva
delle proporzioni umane, ma non la loro adeguata raffigurazione in un'opera
d'arte: un canone che indicava rapporti, anziché quantità
effettive, forniva all'artista un'idea vivida e simultanea dell'organismo
tridimensionale, ma non un metodo per costruire successivamente l'immagine
bidimensionale di esso. Il sistema algebrico, d'altro canto, compensava
la perdita di elasticità e animazione col fatto di essere immediatamente
"costruibile". Allorché, attraverso la tradizione,
l'artista sapeva che moltiplicando una certa unità poteva ottenere
tutte le dimensioni fondamentali del corpo, era anche in grado, mediante
l'uso successivo di "moduli" del genere, di montare, per così
dire, ogni figura sul piano del dipinto "con un'apertura di compasso
costante": e questo con grandissima rapidità e quasi indipendentemente
dalla struttura organica del corpo (12). Nell'arte bizantina questo
modo di padroneggiare schematicamente, graficamente il disegno in piano
si è conservato fino ai tempi moderni: Adolphe Didron, il primo
editore del Manuale del Monte Athos, vide i monaci pittori
impiegare ancora nell'Ottocento un metodo del genere, determinando le
singole dimensioni della figura col compasso e immediatamente riportandole
sul muro.
Note:
1.
Erwin Panofsky, Il significato delle arti visive, Einaudi,
Torino, 1962-99, pp. 77-90. Il testo fu pubblicato nel 1921 con il titolo
Die Entwicklung der Proportionslehre als Abbild der Stilentwicklung,
in "Monatshefte für Kunstwissenschaft", XIV (1921), pp.188-219.
Qui si riporta il terzo capitolo.
2. Nell'alto Medioevo anche le lumeggiature e le ombre tendevano a risolversi
in elementi puramente lineari.
3. In sé questo è caratteristico del clima dei tempi.
Dal punto di vista classico i valori metrici del viso, del piede, del
cubito, della mano, del dito avevano avuto un eguale interesse; ora
il viso, sede dell'espressione spirituale, viene preso come unità
di misura "a causa della sua importanza, bellezza e divisibilità"
come doveva rilevare il Filarete alla metà del secolo XV [...].
4. Das Handbuch der Malerei vom Berge Athos, ed. Godehard Schäfer,
1855, p. 82. Nel magistrale commento dello Schlosser ai Commentari
di Lorenzo Ghiberti (Lorenzo Ghiberti's Denkwürdigkeiten,
Berlino, 1912, II, p. 35) si trova l'affermazione (che lo stesso Schlosser
accompagna con un interrogativo) che il canone del Monte Athos prescrive
"l'altezza del piede" uguale a un'unità intera. Si
tratta di una lieve imprecisione dovuta a confusione con la lunghezza
del piede "dalla caviglia all'alluce", lunghezza che, esattamente
come nel Cennini, ammonta a un'unità. L'altezza del piede, verosimilmente
anche in questo concordando col Cennini, è espressamente fissata
eguale a una lunghezza del naso, o a un terzo di un'unità e questo,
aggiungendovi il collo e la sommità della testa (ognuno di questi
elementi è anch'esso eguale a un terzo di unità), viene
a formare quell'unità che completa la lunghezza totale del corpo,
cioè nove facce.
Il valore documentario delle specificazioni contenute nel Manuale
del Monte Athos non è stato, a mio parere, adeguatamente apprezzato
negli studi recenti. Anche se l'edizione attrarverso la quale ci è
pervenuto è di data piuttosto recente e [...] rivela l'influsso
di fonti italiane, tuttavia molto del contenuto di fondo del documento
sembra risalire alla pratica dell'alto Medioevo. Che questo sia vero
è dimostrato, per il capitolo delle proporzioni, dal fatto che
le dimensioni fissate nel canone del Monte Athos possono essere confermate
con opere bizantine e bizantineggianti eseguite nei secoli XII e XIII
e perfino in epoca anteriore (cfr. sotto). Questo vale anche per le
prescrizioni che non possono farsi risalire all'antichità classica,
ad esempio per la divisione dell'intera figura in nove facce (per Vitruvio
la lunghezza è di dieci facce); vale per la prescrizione che
la parte terminale della testa sia eguale alla lunghezza del naso oppure
a un ventisettesimo dell'altezza totale (per Vitruvio un quarantesimo);
e per il fatto che alla lunghezza del piede sia assegnato solo un nono
(in Vitruvio un sesto). Se le proporzioni di Cennino Cennini concordano
in tutti questi punti col canone del Monte Athos, non se ne deve tuttavia
concludere che questi dipenda da fonti italiane, ma piuttosto che la
tradizione bizantina sopravvive nel Cennini. D'altra parte non si nega
che il Manuale del Monte Athos abbia incorporato molti elementi
recenti, occidentali. Ad esempio, nelle prescrizioni per illustrare
il capito XII dell'Apocalisse si ingiunge all'artista di rappresentare
il Cristo "portato in cielo su un panno da due angeli" (ed.
Schäfer, p. 251) e questo, per quanto ne so, è un'innovazione
di Dürer, che appare per la prima volta nella sua xilografia
B. 71. (Successivamente L.H. Heydenreich, Der Apokalypsenzyklus
im Athosgebiet und seine Beziehungen zur deutschen Bibelillustration,
in "Zeitschrift für Kunstgeschichte", VIII (1939), pp.
1 sgg., è stato in grado di dimostrare che l'Apocalisse
di Dürer era divenuta familiare agli artisti bizantini attraverso
le xilografie del Nuovo Testamento di Holbein pubblicate a Basilea (Wolff)
nel 1523).
5. I canoni in questione del primo Rinascimento sono citati in estratto
dallo Schlosser, op. cit. Vorrei aggiungervi le prescrizioni
di Francesco di Giorgio Martini nel suo Trattato di architettura
civile e militare (ed. C. Saluzzo, Torino 1841, I, pp. 229 sgg.),
interessanti in quanto rivelano una spiccata tendenza alla schematizzazione
planimetrica. Per il periodo successivo si possono ricordare, tra gli
altri, Mario Equicola, Giorgio Vasari, Raffaele Borghini e Daniele Barbaro.
Quest'ultimo (La pratica della prospettiva, Venezia 1569, pp.
179 sgg.) allega, insieme al canone vitruviano, un canone "di sua
invenzione", che comunque differisce dal ben noto tipo di nove
"teste" solo nel fatto che la misura di un terzo (cioè
un "naso") è elevata alla funzione di modulo e citata
come "pollice". Quindi la sommità del capo è
eguale a un pollice, l'altezza del piede e il collo a un pollice e mezzo
ognuno. La somma finale viene così ad essere di nove "teste"
e mezza; le altre otto "teste" sono distribuite nel modo solito.
6. Schlosser, op. cit., p. 35 nota. Il terzo di testa in più
viene assegnato al ginocchio,. per cui questo canone pseudovarroniano
appare in certo modo analogo alla distribuzione proposta dal Ghiberti:
il Ghiberti infatti fissa la lunghezza dell'anca, ginocchio compreso,
in due unità e mezza; senza il ginocchio, in due unità
e un sesto: anche qui cioè è riservato per il ginocchio
un terzo di unità.
7. Kalemann, Die Proportionendes Gesichts in der griechischen Kunst,
"Berliner Winckelmannsprogramm", 53 (1893), p. 11.
8. F. Dieterich, Die Propädeutik der Araber, Lipsia 1865,
pp. 135 sgg. Qui però non è la lunghezza della faccia
ad essere accettata come unità, ma la spanna, che ha la lunghezza
di quattro quinti di una faccia.
9. A quanto gentilmente mi comunica il professor Helmut Ritter, finora
nelle fonti arabe non è stata trovata nessuna indicazione relativa
alle proporzioni del corpo umano. Ci sono però pervenute istruzioni
per la messa in proporzione di lettere dell'alfabeto; e anche queste
sono basate su un sistema modulare anziché sul principio delle
frazioni ordinarie.
10. M. Simon, Geschichte der Mathematik im Altertum in Verbindung
mit antiker Kulturgeschichte, Berlino 1909, pp. 348, 357.
11. Il neonato infatti è l'essere sul quale le forze che controllano
l'universo, in particolare l'influsso delle stelle, si esercitano in
modo più diretto ed esclusivo che nell'adulto, che è condizionato
da molti altri fattori.
12. Una volta fissato, il canone poteva essere applicato fruttuosamente
tanto a figure sedute che a figure in piedi (Fig. 1). In questo esempio
la lunghezza della "faccia" non è calcolata dal mento
all'attaccatura dei capelli ma fino all'orlo del velo che copre la testa;
per uno stile fondamentalmente non naturalistico l'apparenza grafica
è più importante dei dati anatomici. Come il canone esige,
questa lunghezza della "faccia" determina automaticamente
la lunghezza della mano.
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