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ICONE > Adalberto Piovano, Il ruolo del monachesimo nella storia del popolo e della chiesa russa

 

Conclusione

La misericordia e la compassione, la dolcezza, l’umiltà, l’amore al silenzio, la preghiera, la sequela del Cristo sofferente, la gioia dello Spirito e la presenza del Regno di Dio nel cuore dell’uomo, tutte queste dimensioni dell’esperienza monastica russa diventano appello ad approfondire la vocazione monastica al di là delle forme che essa può rivestire, fino alle sue radici ontologiche e alla sua essenza mistica. È questa, forse, una delle vie più sorprendenti che il monachesimo russo, nella sua espressione più spirituale, può indicare all’uomo moderno: è il cammino del “monachesimo del cuore”, aperto a tutti gli uomini e vissuto nel mondo.(1)

La condizione di monaco o laico viene superata da colui che ha scoperto l’essenziale dell’esperienza monastica: la rivelazione al mondo del volto di Cristo, in una testimonianza del Regno dei cieli. Così Serafino fa comprendere questo mistero al suo discepolo:

Quanto alle nostre condizioni diverse di monaco e di laico, non preoccuparti. Dio cerca anzitutto un cuore pieno di fede in lui e nel suo Figlio Unigenito, ed è in risposta a questa fede che manda dall’alto la grazia dello Spirito santo. Il Signore ricerca un cuore ricolmo d’amore per lui e per il prossimo: è questo il trono sul quale ama sedersi e manifestarsi nella pienezza della sua gloria (…). Il Signore ascolta sia un monaco che un laico, un semplice cristiano: a condizione che essi amino Dio nel profondo del cuore e abbiano una fede autentica, una “fede come un granellino di senape”.(2)

E la storia della spiritualità russa ci dona un esempio di questa santità allo stesso tempo monastica e laica. È la figura di Juliana Lazarevskaja (secolo XVI-XVII), che ha raggiunto la pienezza della vita cristiana nelle condizioni ordinarie di una madre di famiglia, in un ambiente dove regnava la violenza individuale e sociale. Questa donna visse, nel profondo del suo cuore, l’esperienza monastica. Rinunciò a realizzare concretamente questo ideale per amore del marito e dei suoi sette figli. Così riporta la testimonianza oculare di un figlio:

Il marito la supplicò di non abbandonarlo: egli diventava vecchio e i bambini erano ancora piccoli. Per convincerla gli lesse un passo dagli scritti dei “Santi Padri”: “L’abito nero (monastico) non ci salva se non viviamo secondo la regola monastica. E l’abito bianco (del secolare) non ci conduce alla rovina, se facciamo ciò che piace a Dio”. Juliana allora rispose semplicemente: “Sia fatta la volontà di Dio”, e decise di restare con i suoi.(3)

Juliana morì confessando che il suo desiderio sarebbe stato di vivere la “vita angelica” (monastica), ma che Dio, senza dubbio,non l’aveva giudicata degna a causa dei suoi peccati. Come Juliana Lazarevskaja, molti altri laici continuano a realizzare, in modo nascosto agli occhi del mondo, ciò che Tichon di Zadonsk definisce “monachesimo interiorizzato”. Infatti, scrivendo alle autorità ecclesiastiche, Tichon dice:

Non siate preoccupate di moltiplicare i monaci. L’abito nero non concede automaticamente la salvezza. Colui che porta l’abito bianco e che possiede lo spirito di obbedienza, di umiltà e di purezza, questi è un vero monaco che vive il monachesimo interiorizzato.(4)

Vogliamo chiudere questa presentazione del monachesimo russo con un testo di Dostoevskij: esso ci aiuta a comprendere il significato profondo del monachesimo per il popolo russo. È un aspetto che supera qualsiasi influsso culturale o sociale. Esso tocca il cuore dell’uomo, poiché furono gli starcy ad abituare il popolo russo a staccarsi dal ritualismo e formalismo per vivere una vita interiore e cercare Dio nella purezza del cuore, nell’umiltà, nel perdono e nel dominio di se stessi. Lo starec Zosima, morente, così parla ai religiosi che lo circondano:

I monaci non sono uomini diversi dagli altri, ma appena come tutti dovrebbero essere sulla terra. Soltanto allora il nostro cuore si intenerirà di un amore infinito, universale, ignaro di sazietà (…). Non odiate neppure chi vi respinge (…). Non odiate gli atei, i maestri del male, i materialisti, neppure i cattivi, non dico già i buoni, perché anche fra loro ci sono molti buoni, soprattutto al nostro tempo. Ricordateli nella preghiera così: “Salva, Signore, tutti coloro per i quali non c’è nessuno che preghi, salva anche quelli che non ti vogliono pregare” (…). Amate il popolo di Dio, non date il gregge a badare agli stranieri, perché se vi addormenterete nella pigrizia e nello schizzinoso orgoglio, e peggio nella cupidità, verranno da tutti i paesi e vi toglieranno il vostro gregge. Spiegate il vangelo al popolo, senza posa (…). Non amate, non serbate l’argento e l’oro. Abbiate fede e tenete alta la bandiera. Levatela in alto!.(5)

 

 

Note:
1.
Sul monachesimo “del cuore”, cfr. il capitolo Il monachesimo interiorizzato in P. Evdokimov, Le età della vita spirituale, ed. Il Mulino, Bologna, 1968, pp. 137-159; cfr. anche I. Hausherr, Vocation chrétienne et vocation monastique selon les Pères, in Etudes de spiritualité orientale (= Or. Chr. An. 183), Roma, 1969, pp. 405-485.
2. I. Goraïnoff, Serafino di Sarov, pp. 182-184.
3. Cfr. il capitolo che riguarda Julianija di Lazarevskoe (+1604) in E. Behr Sigel, Preghiera e santità, pp. 115-119. È una delle poche rappresentanti della santità femminile che siano state riconosciute ufficialmente dalla Chiesa russa, ed è l’unica santa ‘veramente’ laica. Il racconto che narra la vita di questa santa fu scritto da suo figlio in uno stile fresco e singolare che si discosta dai modelli stilizzati delle ‘Vite’ dei santi. È stato edito da M. O. Skripil, Povest’ ob Oulijanii Osor’inoj, in Trudy otdela drevnerusskoj liter, VI, Mosca-Leningrado, 1948, pp. 256-323 (tr. inglese in S. A. Zenkovsky, Medieval Russian Epics. Chronicles and Tales, New York, 1963).
4. A. Gippius, Sv. Tichon Zadonskij, s.d., p. 15.
5. F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, ed. Garzanti, Milano, 1974, p. 176.

 

 

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