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Santi quaranta
martiri di Sebaste
Sebaste
– o, più esattamente, Sebastia – era una città nell’antica
Armenia Minore, che oggi si chiama Sivas ed è capoluogo della
provincia omonima della Cappadocia (Turchia). Per i cristiani è
famosa per essere stato il luogo del martirio dei cinque martiri Aussenzio,
Oreste, Eustrazio, Eugenio e Mardario giustiziati intorno all’anno 300
e dei cosiddetti “Quaranta martiri di Sebaste”, il cui culto è
tutt’oggi molto sentito sia in Oriente che in Occidente.
La
storia dei santi quaranta martiri di Sebaste (morti tra il 320 e il
323) è considerata autentica, perché è conosciuto
un loro “testamento spirituale”, redatto poco prima di morire, e perché
san Basilio Magno (nativo di Cesarea
di Cappadocia e ivi vescovo dal 370 al 379) ha lasciato un’omelia (Hom.
XIX) in cui narra dettagliatamente il loro martirio, del quale forse
ebbe notizia da testimoni oculari.
La
vicenda ebbe inizio al tempo di Licinio (Flavio Galerio Valerio Liciniano
Licinio) che fu imperatore romano dal 308 al 324. Dal 311, Licinio divise
l’impero d’Oriente con Massimino Daia, regnando sulla Tracia e la penisola
balcanica, e, due anni dopo, si recò a Milano per incontrare
Costantino I, divenuto l’unico imperatore d’Occidente, col quale strinse
un’alleanza contro Massimino Daia, suggellata dal matrimonio di Licinio
con la sorella di Costantino, Costanza. Insieme, i due imperatori promulgarono
l’Editto di Milano (313) che poneva ufficialmente termine alle persecuzioni
religiose e proclamava la neutralità dell’impero nei confronti
di ogni fede. Tuttavia, Licinio, sconfitto Massimino Daia e diventato
unico imperatore della parte orientale, cominciò a perseguitare
i cristiani considerandoli amici di Costantino (dal quale fu sconfitto
nel 316 e nel 324-325) ed esigeva che i suoi sudditi apostatassero.
Durante queste persecuzioni, furono “scoperti” cristiani quaranta soldati
appartenenti alla XII Legione “Fulminata” (così detta perché
nelle sue insegne aveva un fulmine) che allora si trovava a Melitene
(odierna Malatya, in Anatolia), “scoperti” per modo di dire se ha fondamento
storico un frammento di una apologia attribuita al vescovo
di Ierapoli, Apollinare, in cui si racconta che nel 274, durante
la guerra di Marco Aurelio contro i Quadi (polo germanico stanziato
nell’attuale Slovacchia), l’esercito romano pativa la sete e le preghiere
dei soldati cristiani della XII Legione “Fulminata” provocarono un nubifragio
che rianimò i soldati e fece vincere loro la guerra. Era anche
una legione dalla tradizione valorosa poiché aveva partecipato
all’espugnazione di Gerusalemme nell’anno 70.
I quaranta soldati furono quindi arrestati e portati in giudizio, prima
davanti al governatore Agricolao e poi a Lisia, comandante della Legione,
ma di fronte alle promesse di ricchezze e privilegi rimasero saldi nella
fede cristiana. In carcere, i giovani, prevedendo la loro fine, scrissero
un “testamento” collettivo per mano di uno di loro chiamato Melezio.
In questo documento, che non fornisce notizie storiche, essi salutano
parenti e amici (uno solo saluta la moglie col figlioletto) esortandoli
a trascurare i beni terreni per preferire quelli ultraterreni.
I
giovani furono condannati a una morte lenta e terribile, l’assideramento:
immersi nudi in un’ampia riserva d’acqua, situata in un cortile in comunicazione
con le terme, che in inverno era ghiacciata (Sebaste è situata
a 1285 m sul livello del mare). Per accrescere la sofferenza dei condannati
e offrire loro una via per sfuggire alla morte, naturalmente dopo aver
apostatato, erano state lasciate aperte le porte del calidarium,
da cui uscivano allettanti vapori caldi. Verso mattina, uno dei quaranta
soldati - forse Melezio, l’estensore del “testamento” - lasciò
stremato il bacino, ma il forte sbalzo di temperatura lo uccise sul
colpo. Nello stesso istante, secondo l’innografo sant’Efrem il Siro
(306-373), una guardia, di nome Aglaio, ebbe la visione di trentanove
corone che dal cielo scendevano su ogni condannato, mentre la quarantesima
rimaneva sospesa in alto, e subito si spogliò gridando di essere
cristiano e si unì al gruppo.
All’alba del giorno seguente, il 9 marzo, il governatore Agricolao ordinò
di finirli, rompendo loro le gambe. Uno soltanto dei soldati era ancora
in vita, ma, come narra san Basilio,
non volle essere soccorso e fu sua madre stessa a portarlo sul carro
dove erano stati raccolti i cadaveri perché morisse per la gloria
del Signore.
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