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| ICONE > Andrej Sinjavskij, Le icone (1)
Le icone permettevano di fissare l’immagine dei santi nella coscienza popolare. Esse conferivano concretezza e verosimiglianza ai concetti religiosi. I santi, per così dire, prendevano vita nelle icone. E anche senza comprendere le sottigliezze della teologia, il popolo poteva comunque figurarsi realmente il Salvatore, la Santa Madre di Dio e molti santi. Di per sé le icone non erano affatto un prodotto della cultura popolare, bensì di una cultura ecclesiale complessa e raffinata, importata da Bisanzio. Acclimatatasi sulla terra russa, essa dette germogli e frutti di grande originalità, pur conservando il suo statuto ufficiale e i rigorosi canoni che le erano propri. Nell’antica Russia l’arte delle icone era riservata a sperimentati maestri che lavoravano sotto il controllo della Chiesa. Il popolo russo, dunque, non creava icone. Ma le venerava. Anzi, senza le icone, la sua vita e la sua fede non avevano per lui alcun senso. Sin dall’inizio del cristianesimo, in Russia – sia negli ambienti ecclesiali che nel popolo – circolarono con grande successo delle narrazioni, considerate assolutamente autentiche, sulle icone miracolose e, in generale, sui miracoli, i segni e i presagi che le icone racchiudevano e manifestavano nella vita del popolo cristiano. La sostanza pittorica che riveste l’icona può qualche volta animarsi miracolosamente e dare dei segni visibili della presenza di Dio nell’immagine. Sono noti numerosissimi casi in cui l’icona ha distolto il viso da un postulante indegno o ha parlato coi fedeli. Talvolta l’immagine usciva dalla tavola, conservando lo stesso atteggiamento e aspetto che aveva nell’icona, confermando così la realtà divina di cui l’icona era simbolo. Secondo la dottrina ortodossa, l’icona non è Dio, ma Dio e tutti i santi possono manifestarsi attraverso l’icona. L’icona è, per così dire, rappresentazione e “rappresentanza” della Divinità. Essa è come una porta o una finestra che si apre sulla realtà oltremondana. In questo modo attraverso l’icona, l’altro mondo intreccia delle relazioni particolarmente strette col mondo di quaggiù. Inoltre, l’icona consentiva talvolta (molto raramente, certo) di stabilire dei contatti a partire dal nostro mondo con le regioni dell’aldilà e di conoscere così la volontà divina a proposito di una determinata impresa umana. Di questo tratta la leggenda del monastero di Scil a Novgorod la Grande. La riassumo seguendo da vicino il testo. C’era una volta a Novgorod un ricco notabile che si chiamava Scil. Egli aveva accumulato le sue considerevoli ricchezze grazie all’usura, prestando denaro a tassi d’interesse molto alti. A un certo punto decise di far costruire una grande chiesa a Novgorod ed espiare così la sua colpa davanti a Dio. L’arcivescovo gli diede la sua benedizione e i lavori di costruzione cominciarono. Ma prima che fossero conclusi, all’improvviso l’arcivescovo iniziò a dubitare della giustezza della propria decisione e a rimproverarsi mentalmente per aver benedetto la costruzione di una chiesa che sarebbe stata realizzata con denaro che era frutto dell’ingiustizia. Dopo un certo tempo, Scil venne ad annunciargli che i lavori erano terminati e rimaneva solo da consacrare la chiesa. L’arcivescovo confessò il notabile e si convinse definitivamente che la costruzione era stata pagata con denaro guadagnato disonestamente. Ordinò allora a Scil di tornarsene a casa, di prepararsi un sepolcro in una parete dell’abitazione, di avvolgersi in un sudario, di distendersi nel sepolcro e far cantare i canti dei defunti. Il resto, disse l’arcivescovo, dipendeva dal volere dello stesso Signore Iddio. Piangendo e singhiozzando, Scil rientrò a casa e eseguì le istruzioni che aveva ricevuto. E mentre venivano cantati i canti funebri sulla sua tomba, egli all’improvviso morì e la tomba col suo corpo sparì sotto gli occhi dei cantori e al suo posto restò una voragine (possiamo desumere che Scil e il suo sepolcro si fossero inabissati nell’inferno). Informato di questo avvenimento, l’arcivescovo restò inorridito e ordinò di dipingere su una parete della nuova chiesa un affresco raffigurante l’inferno e, sul fondo dell’inferno, Scil nel suo sepolcro. Egli ordinò anche di mettere i sigilli affinché nessuno potesse penetrare nella chiesa, e restò in attesa di una nuova manifestazione della volontà divina. Scil aveva lasciato un unico figlio, il quale era persona straordinariamente timorata di Dio. Oltremodo afflitto per la strana e improvvisa morte del padre, egli andò a domandare consiglio all’arcivescovo. Questi gli ordinò di pregare per quaranta giorni e di far celebrare ogni giorno in quaranta chiese un ufficio funebre alla memoria del defunto e di distribuire generose elemosine ai poveri. Il figlio eseguì tutte queste disposizioni. In capo a quaranta giorni, l’arcivescovo inviò segretamente l’arcidiacono nella chiesa sigillata per osservare l’affresco e controllare che tutto fosse in ordine, dicendogli di rimettere poi i sigilli. L’arcidiacono riferì di aver visto Scil nel suo sepolcro sull’affresco ma che la testa del defunto era ormai fuori dall’abisso infernale. L’arcivescovo ordinò allora al figlio di Scil di pregare e di far celebrare delle funzioni per altri quaranta giorni; al termine di questo nuovo periodo, mandò una seconda volta l’arcidiacono nella chiesa sigillata. Questa volta, l’inviato dell’arcivescovo constatò che Scil col suo avello sporgeva dall’inferno dalla cintura in su. L’arcivescovo ordinò allora per la terza volta al figlio del defunto di pregare per quaranta giorni per la salvezza dell’anima di suo padre. E l’arcidiacono poté constatare che Scil e il suo sepolcro erano completamente usciti dall’inferno. Comprendendo allora che l’anima di Scil era salva, l’arcivescovo tolse i sigilli e consacrò la chiesa. Un monastero chiamato Scilov venne poi fondato in quei luoghi.(2) Questa leggenda è degna di nota perché stabilisce una corrispondenza, una specie di identità tra l’affresco della chiesa e ciò che accade nell’oltretomba. L’affresco indica con precisione lo stato reale delle cose nell’oltretomba, nel quale nessun essere vivente può penetrare, e si modifica secondo i cambiamenti che si verificano nella dimensione ultraterrena, invisibile dell’essere. L’icona diventa quindi una finestra sull’aldilà nel senso più completo della parola. O, come dice il teologo greco Dionigi l’Aeropagita, le icone non ci offrono delle immagini del mondo terreno che ci circonda, ma delle immagini del mondo celeste, superno. Le icone, secondo la sua formulazione, sono delle rappresentazioni visibili del mistero e del sovrannaturale. Tuttavia, pur prescrivendo di venerare le icone, la Chiesa ortodossa non identifica l’icona con Dio. Dio è presente nell’icona e si manifesta attraverso di essa, ma non completamente. Se l’icona si confondesse con Dio, essa diventerebbe un idolo. L’icona di trova al confine tra il descrivibile e l’indescrivibile, il visibile e l’invisibile. E pregando davanti all’icona noi preghiamo la Protoimmagine divina che è dietro l’immagine visibile. Ma il popolo non comprendeva affatto tutta questa dogmatica ed era incline ad identificare le icone con coloro che vi erano rappresentati, arrivando perfino a chiamarle “dèi”. Secondo quanto racconta Olearius, in Russia le icone erano considerate alla stregua di esseri viventi che sentivano e vedevano ogni cosa. per questo, ad esempio, prima di mettersi a letto, gli sposi coprono le icone, perché “gli dei” non vedano la loro impudicizia. Olearius riferisce anche il racconto di un nobile danese che aveva visto coi suoi occhi una famiglia russa introdurre, in cima a un bastone, un’icona nella tinozza in cui preparava la birra, perché questa venisse meglio. È evidente che negli ambienti popolari, intrisi di credenze magiche, simili tendenze al culto feticista e all’adorazione delle icone dovevano essere particolarmente diffuse. Queste tendenze, naturalmente, costituiscono delle deviazioni rispetto alle norme della Chiesa ortodossa in materia di venerazione delle immagini. Ma queste deviazioni e perversioni superstiziose erano possibili proprio perché la Russia attribuiva all’icona una straordinaria realtà e attualità, dandole un ruolo permanente nella vita nazionale, soprattutto in tempi difficili e cruciali.
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