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ICONE> Andrej Sinjavskij, I pellegrini-mendicanti nell'antica Russia

 

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Durante i loro pellegrinaggi di massa, gli ambienti popolari entravano in contatto con la cultura ecclesiastica ufficiale. Ma non si limitavano alla visita dei santuari più celebri e alla frequentazione dei membri più in vista del clero. Viaggiando, l’uomo si sentiva straniero sulla terra, si strappava alle cure quotidiane e diventava un cittadino della Patria celeste. Talvolta, il mondo intero si trasfigurava ai suoi occhi. Nel Vangelo è detto: “Il Regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21). Ecco la testimonianza personale, risalente al secolo scorso, di un devoto dell’ambiente contadino. Egli percorreva la Russia e, ispirato dallo Spirito Santo, creava e recitava senza posa “la preghiera di Gesù”.

Ero diventato come folle, non mi curavo di nulla e nulla mi preoccupava, ogni vanità mi era estranea; desideravo solo restare nella solitudine; mi possedeva un solo desiderio, quello di immergermi costantemente nella preghiera e quando ci riuscivo, la mia anima era colma di allegria... La preghiera del cuore mi inondava di letizia, a tal punto da non credere che potesse esistere sulla terra qualcuno più beato di me e mi chiedevo in che modo le delizie del regno dei cieli potessero essere più grandi. Non era soltanto una felicità dell’anima, anche se tutto il mondo esteriore mi appariva meraviglioso e ogni cosa mi portava all’amore e alla lode del Signore: uomini, alberi, piante, animali, tutto era per me come una famiglia e in tutto vedevo il segno del nome di Cristo Gesù. A volte mi sentivo così leggero che mi sembrava di non avere più corpo e di librarmi gioiosamente in aria, anziché camminare sulla terra... altre volte sentivo una felicità così grande come se fossi stato fatto zar e, in mezzo a tutte queste consolazioni, desideravo che Dio mi concedesse di morire al più presto per poter effondere la mia riconoscenza ai piedi del suo trono, nel mondo degli spiriti.(4)

Nell’ambiente dei pellegrini e del pittoresco mondo che ruotava attorno alla Chiesa, un posto di rilievo era occupato dagli jurodivye, i “folli in Cristo”. Questo fenomeno è noto anche in altri paesi, ma in Russia il folle in Cristo, l’innocente, godeva di una grande autorità e credibilità e costituiva un elemento insostituibile della vita ortodossa russa. Egli suscitava al tempo stesso timore religioso e derisione. Secondo un ricercatore moderno:

Il folle in Cristo è un intermediario tra la cultura popolare e la cultura ufficiale. Egli riunisce in sé il mondo del riso e della devozione contrita... sempre in equilibrio al confine tra il comico e il tragico. Il folle in Cristo è un personaggio grottesco.(5)

Ampliando il ragionamento, possiamo considerare i folli in Cristo una specie di buffoni o pagliacci religiosi, la variante in senso cristiano dell’Ivan lo Scemo delle favole. La vera follia in Cristo è un dono di Dio, un’impresa eroica e santa. Il folle in Cristo infrange tutte le norme esteriori e correnti di comportamento. Egli si rotola nella polvere, indossa degli abiti malridotti da essere indecenti, fa smorfie, parla in modo sconcio, dice assurdità prive di senso comune (ma non di senso misterioso e profetico) e agisce in modo apparentemente illogico, in una parola tiene un comportamento che agli occhi del mondo è folle e indecente.

Alla base dello Jurodstvo (la follia in Cristo) c’è un’idea religiosa profonda: lo sprezzo della propria apparenza e dignità umane per la maggior gloria di Dio. Perché una delle peggiori tentazioni (pericolosa in particolare per il clero secolare e i monaci) è di inorgoglirsi della propria santità e pietà. E in generale l’uomo, creatura fondamentalmente egoista, è propenso ad esaltare se stesso ai propri occhi e a quelli degli altri, a magnificarsi e glorificarsi, ascrivendo a proprio merito la grazia di Dio. I folli in Cristo rappresentavano esattamente il polo opposto di questa vanità, presunzione e superbia. Essi si disprezzavano, e dileggiavano se stessi, comportandosi come persone che avevano perduto il buon senso e l’amor proprio. In realtà, erano delle nature liberate dalla tirannia del loro io peccatore e interamente consacrate a una fede ch’essi nascondevano sotto la maschera dell’idiozia o dello scandalo. Il folle in Cristo, si può dire, è il santo o il giusto in una forma intenzionalmente svilita e umoristica.

Essi ridevano anche del mondo circostante e delle sue falsità, nonché del comune buon senso e l’amor proprio. In realtà, erano delle nature liberate dalla tirannia del loro io peccatore e interamente consacrate a una fede ch’essi nascondevano sotto la maschera dell’idiozia o dello scandalo. Il folle in Cristo, si può dire, è il santo o il giusto in una forma intenzionalmente svilita e umoristica.

Essi ridevano anche del mondo circostante e delle sue falsità, nonché del comune buon senso, che faceva velo a verità più sublimi. I folli in Cristo Nikolaj e Fëdor si distinsero nel XIV secolo a Novgorod. Essi abitavano in parti diverse della città, separate dal fiume Volchov, e litigavano a voce alta da una riva all’altra, arrivando talvolta a battersi in una parodia delle risse degli abitanti di quella città. Se uno di loro cercava di attraversare il ponte, l’altro gli correva incontro e lo respingeva gridando:

Non venire dalla mia parte, restatene nella tua!

Quando uno di questi folli in Cristo spingeva l’altro giù dal ponte nel fiume, quello se ne tornava tranquillo a casa, camminando sull’acqua e ripetendo così il miracolo a suo tempo compiuto da Gesù Cristo.(6)

Le assurde azioni del folle in Cristo talvolta racchiudono un senso profondo, poiché egli vede ciò che altri non sono in grado di percepire. Il folle in Cristo moscovita del XVI secolo Vasilij Blazennyj (Basilio il Beato), al cui nome venne in seguito intitolata la celebre cattedrale dell’Intercessione della Vergine sulla Piazza rossa, gettava delle pietre contro le case dei cittadini timorati di Dio e baciava i muri delle case in cui abitavano persone notoriamente dedite al peccato. Questo perché nel primo caso vedeva i demoni che premevano all’esterno contro i muri, impossibilitati com’erano a entrare nella dimora dei giusti e nel secondo gli angeli che piangevano le anime perdute dei peccatori. Ecco un altro esempio della sua perspicacia: lo zar donò dell’oro a Vasilij e questi, invece di distribuirlo ai poveri e ai mendicanti, come ci si poteva aspettare, lo consegnò a un mercante ben vestito, perché sapeva che quel mercante aveva in realtà perso tutti i suoi beni, e stava morendo di fame poiché si vergognava di chiedere l’elemosina.

I folli in Cristo non avevano timore di dire la verità in faccia ai potenti di questo mondo. La leggenda attribuisce a san Basilio anche la seguente impresa (benché egli all’epoca dei fatti citati non fosse più tra i vivi e si debba quindi trattare di un altro jurodivnyj, sempre che la storia sia vera): durante le terribile rappresaglie alle quali Ivan il Terribile sottopose Novgorod, il folle invitò a casa sua lo zar e gli apparecchiò della carne cruda, offrendogli da bere del sangue fresco e quando quello rifiutò, gli mostrò le anime degli innocenti assassinati che salivano in cielo. Lo zar, atterrito, ordinò di sospendere i massacri e la carne cruda e il sangue si trasformarono in dolce cocomero e buon vino.

Una storia analoga ebbe come protagonista lo stesso Ivan il Terribile e il folle in Cristo Nikola, e si svolse a Pskov, città che rischiava di subire la stessa sorte di Novgorod. San Nikola mise della carne cruda davanti allo zar. Questi rifiutò la vivanda argomentando che lui era un buon cristiano e che era quaresima. Allora Nikola gli disse:

Ah, però il sangue dei cristiani lo bevi!(7)

Come non ricordare a questo punto il Boris Godunov di Puskin? L’Innocente accusa lo zar Boris e si rifiuta di pregare per lui:

No, no! Non si può pregare per lo zar-Erode: la Madre di Dio non vuole.

Boris Godunov mette in scena i due poli opposti dell’antica cultura russa: l’annalista Pimen, che rappresenta l’erudizione degli ambienti ecclesiastici nella sua forma più elevata e lo Jurodivyj, il folle Innocente che esprime la fede e ela coscienza popolari in una forma altrettanto pura. Essi si completano l’un l’altro e si fondono armoniosamente...  

 

Note:
4. Otkrovennye rasskazy strannika Duchovnomu svoemu otcu [Racconti sinceri di un pellegrino al suo padre spirituale], Paris 1973, pp. 31, 107-108. [Trad. italiane: Anonimo, Racconti di un pellegrino russo, Milano, Vita e Pensiero, 1955; Anonimo russo, La via di un pellegrino, Milano, Adelphi, 1972].
5. A. M. Pancenko, Smech v Drevnej Rusi [Il riso nell’antica Russia], Leningrado 1984.
6. G. P. Fedotov, Svjatye Drevnej Rusi. >X-XVII st.[I santi dell’antica Russia. X-XVII secc.], New York 1959, p. 196.
7. Ivi, pp. 200, 202.

 

 

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