Icone

Storia

Arte e architettura

Letteratura e critica

Pubblicazioni

ICONE > Andrej Sinjavskij, I pellegrini-mendicanti nell'antica Russia (1)

 

I devoti erranti e i pellegrini erano spesso i divulgatori della fede popolare. Questa vasta categoria di persone, che coincideva talvolta con la “confraternita degli indigenti”, si distingueva per l’alto numero di esperti nutriti di letture e tradizioni religiose che ne facevano parte. Venivano chiamati Kaliki perechozie. La parola kalika è di origine latina e deriva da caligae, che designava le particolari calzature dei pellegrini, ma ben presto si confuse con la parola kaleka, invalido, poiché questi erranti che cantavano poemi o inni religiosi (duchovnye stichi) erano sovente dei mendicanti ciechi. Comunque i “Kaliki perechozie” non sempre erano necessariamente degli invalidi o degli indigenti. Erano talvolta persone agiate che partivano in pellegrinaggio per Costantinopoli o Gerusalemme e non da soli, ma con tutta una comunità o un seguito e che strada facendo ordinavano servizi religiosi e ingaggiavano guide. Una celebre bylina, che possiamo anche considerare un poema religioso, dal titolo I quaranta pellegrini più uno, narra la storia di certi kaliki che assomigliano più a mitici eroi. Per cominciare, hanno vesti suntuose:

Scarselle di cuoio e velluto,
Calzari di pura seta...
Berrette di foggia greca...

Sono dei veri prodi, belli e vigorosi. Il loro grido fa tremare la terra e cadere le cupole dei palazzi e il principe li riceve con grandi onori. In una delle varianti, il re di Lituania dice loro:

Non siete dei cantori ambulanti
Ma dei possenti eroi russi...(2)

Comunque, in realtà non sono dei bogatyri ma dei kaliki, vale a dire dei pellegrini, e non compiono imprese guerresche, anche se posseggono la forza dei prodi, Essi sono anche dotati di una forza santa e miracolosa. Ad esempio, il loro atamano soffia “il suo santo spirito” sulla giovane principessa che l’aveva calunniato e per questo era stata colpita da un male incurabile. e la guarisce. Malgrado tutto questo i pellegrini chiedono l’elemosina lungo tutto il loro viaggio verso i luoghi santi. Ma non lo fanno mai in modo umiliante e le elemosine che ricevono ammontano a migliaia di rubli. Prodigiosi mendicanti ambulanti di questo tipo, dotati di una forza soprannaturale, si incontrano anche in altre lyliny propriamente epiche. Chi sono dunque questi personaggi, al tempo stesso epici cavalieri e il loro opposto, ricchi e mendicanti? Certi ricercatori sostengono che si tratterebbe di “kaliki” nella loro forma antica, quando solo degli individui molto potenti o molto devoti potevano intraprendere dei pellegrinaggi in luoghi lontano. precisamente costoro sarebbero all’origine dei poemi o inni religiosi: prodi erranti, certo, ma erranti verso i luoghi santi. Questa ipotesi è molto verosimile. Perché i kaliki nella loro forma più antica, a differenza dei prodi bogatyri, non si spostavano mai a cavallo, ma a piedi, e non trasgredivano mai i comandamenti cristiani. Essi erano pronti ad espiare il più piccolo peccato con la propria vita. E talvolta, addirittura, espiavano non un peccato commesso, ma un peccato di cui erano falsamente accusati. Per esempio, quando sono accusati a torto di un furto, essi permettono agli altri pellegrini di punirli, in virtù  di un mutuo accorso preventivo. In poche parole, sono dei cavalieri che si sono consacrati volontariamente al compimento di imprese non guerriere ma religiose e hanno forse anche fatto voto di povertà. Per questo essi, pur conservando i tratti del cavaliere e dell’eroe epico, vi hanno affiancato quelli del pellegrino mendicante.

Ma si pone una questione ulteriore: non potrebbe trattarsi semplicemente di un’amplificazione iperbolica, attribuibile agli stessi mendicanti, della loro condizione e delle loro peregrinazioni attraverso la Russia? Non potrebbe essere una specie di mania di grandezza del povero che, nel segreto del suo cuore, si crede un santo cavaliere? Penso che tutte le sfumature interpretative siano possibili e che esse si fondino nella bylina I quaranta pellegrini più uno in cui l’epos eroico si mescola e si confonde con le immagini e i temi dei pellegrinaggi dei devoti indigenti. Non bisogna dimenticare che questa bylina veniva cantata non da cavalieri o prodi ma da mendicanti, i quali, evocando in qualche modo il loro lontano passato non potevano non confondere quell’immagine ideale con la loro esistenza presente. La storia dell’antica Russia, come noi la conosciamo, non ha conservato la minima traccia dei pellegrini-prodi. se mai sono esistiti, in tempi molto lontano, in seguito sono stato sostituiti da folle di indigenti e fervidi devoti che percorrevano i luoghi santi della Russia: Mosca, Kiev e il monastero delle Solovki.

Questi pellegrini assumevano talvolta un carattere così generalizzato e, per giunta, spontaneo e irrazionale che lo Stato moscovita e la Chiesa ortodossa, nonostante tutta la loro simpatia per i pellegrini, si vedevano periodicamente costretti a imporre dei limiti e delle proibizioni. Si ha quasi l’impressione che se il popolo russo e la Santa Russia avessero avuto la piena e incondizionata libertà di andare dove volevano, lo Stato russo si sarebbe disintegrato. A tal punto questi pellegrinaggi assumevano un’ampiezza e un rilievo di carattere nazionale.

Che cosa cercava tutta questa gente, in perpetuo movimento lungo le strade della Santa Russia? È difficile rispondere in modo univoco: in questo eterno peregrinare si intrecciavano motivazioni diverse, strati sociali e destini umani di vario genere. ma ciò che soprattutto spingeva queste persone a mettersi in cammino era, indubbiamente, la ricerca della santità: il popolo russo cercava – per tutta la Russia – la Russia stessa, nella sua immagine idealizzata e trasfigurata. Doveva talvolta crearla, immaginarla, completarla con tutti gli elementi che aveva a disposizione.

Dai tempi più antichi in Russia si erano formate leggende d’ogni genere su una terra ideale, nascosta all’interno del paese e fuori dai suoi confini. Una delle numerosissime versioni di questa leggenda era quella del feudo benedetto di Mikita, che sarebbe stato promesso da Ivan il Terribile al fratello della zarina, Nikita Romanovic. Nel canto della conquista di Kazan’, Nikita Romanovic chiede allo zar:

Dammi dunque il feudo di Mikita:
Che si sfugga al patibolo,
O si rubi un destriero,
O si rubi un destriero o una donna si rubi,
Basta andare nel regno di Mikita
Perché Dio perdoni al valoroso.(3)

Ma la leggenda più celebre è quella della santa città di Kitez che era scomparsa agli occhi degli uomini durante l’invasione dei tatari e che si riteneva sarebbe rimasta invisibile sino alla fine dei tempi. Sulle rive del lago Svetlojar dove, secondo la tradizione, era situata la città miracolosa, convenivano folle di devoti in preghiera. Essi speravano, con l’aiuto di Dio, di poter scorgere il riflesso di Kitez nelle limpide acque del lago o di poter sentire il suono delle sue campane. La leggenda della città di Kitez significa che, nonostante tutti i suoi peccati e le ingiustizie, la Russia continuava a sentirsi intimamente santa, anche se questa santità era inaccessibile. Si diceva che taluni avrebbero soggiornato nella città invisibile di Kitez. Circolavano lettere spedite da Kitez da persone che si sarebbero introdotte in questo regno recondito. Queste lettere descrivevano il fervore dei servizi religiosi che vi si svolgevano e rappresentavano le preghiere dei santi padri come colonne di fuoco che si innalzavano fino al cielo. Il viaggio verso l’invisibile Kitez, che Dio stesso aveva nascosto con la Sua destra, era soggetto a severi obblighi e condizioni. il pellegrino doveva giurare di essere pronto a sacrificare la vita, a morire di fame e affrontare altre prove per vedere questa città santa. Doveva anche intraprendere il viaggio nel più grande segreto: non doveva rivelare il suo proposito ad anima viva, neppure al padre, ai fratelli o alle sorelle. Se divulgava il segreto, non solo non avrebbe mai visto Kitez, ma avrebbe subìto il severo castigo di Dio...

Mi riferirò alla mia personale esperienza personale, per trasmettere al lettore, sia pure in minima misura, certe impressioni e sensazioni. Un giorno, mentre viaggiavamo nel Nord del paese, ci venne detto che a una dozzina di chilometri da dove eravamo giunti, in una foresta silenziosa, si trovava un’antica cappella. Gli abitanti del luogo ci indicarono la direzione approssimativa ma senza nessun dettaglio sull’itinerario: solo una persona col cuore puro poteva arrivare fino alla cappella, ci dissero; in caso contrario, il viaggiatore si sarebbe perso e, nonostante tutti i suoi sforzi, non avrebbe mai trovato la strada per arrivarci. Potete quindi immaginarvi quale fosse la nostra gioia quando, dopo aver vagato per molto tempo lungo i tortuosi sentieri di quella foresta, scoprimmo la cappella. era la conferma della purezza delle nostre intenzioni...

 

 

Note:
1. A. Sinjavskij, I pellegrini-mendicanti nell’antica Russia, in A. Sinjavskij, Ivan lo Scemo. Paganesimo, magia e religione del popolo russo, a cura di S. Rapetti, Guida, Napoli, 1993, pp. 295-303. La prima edizione è stata pubblicata a Parigi nel 1990.
2. P. Bessonov, Kaliki perechozie [I pellegrini mendicanti], Moskva 1861-64, vol. I, pp. 20-21.
3. A. Borodin, A. Lipavskij, D. Zochov, S. V. Maksimov, S. Zolotabev, Ocerki po istorii russkoj literatury [Saggi di storia della letteratura russa], Sankt Peterburg/Kiev, 1913, p.100.

 

 

webmasterwww.larici.it - info@larici.it