Icone

Storia

Arte e architettura

Letteratura e critica

Pubblicazioni

ICONE > Tomas Spidlik, Lo splendore delle icone russe

 

La Theotokos

In Russia erano presenti i tre tipi più antichi di Theotokos: la Maestà (La Vergine sul trono che tiene il Bambino), l'Orante (in russo Znamenie, Miracolo) e l'Odegitria (detta di “san Luca”, che tiene il bambino su un braccio e lo indica con l'altro). La variante di questa terza immagine è l'Eleusa (Umilenie, Tenerezza), icona in cui il Bambino è rappresentato in una confidenza affettuosa con sua Madre. Si dice che è Lui che consola sua Madre, mentre nelle pitture occidentali, è la Madre che consola il Bambino. Nelle icone, questi due aspetti sono concretamente presenti. Ma si tratta piuttosto di un mutuo incontro nella sfera dei “sentimenti”, nel senso migliore della parola. Per tale motivo, questo tipo di icona ha sempre affascinato i Russi.
L'icona che rappresenta la leggendaria “Presentazione al Tempio” simboleggiava per i monaci l'ideale della vita contemplativa. Ora, se la Madre di Dio è stata introdotta nella vita contemplativa della Sapienza divina fin dalla sua giovinezza a causa della sua purezza, l'ultima lezione di questa Sofia, la saggezza della Croce, le sarà insegnata sul Calvario da Gesù che, mentre sta morendo, si china su di lei (talvolta il pittore ha aggiunto una iscrizione con le parole di Gesù “Non piangere per me!”). L'icona della Annunciazione è una espressione eloquente della synérgeia, della cooperazione divino-umana nell'opera della salvezza. Si è colpiti, nelle icone russe, a partire dalla famosa Annunciazione di Ustiug, del XII secolo, conservata alla Galleria Tretjakov, dalla figura forte e dai gesti imperativi dell'Angelo Gabriele. Si presenta come la personificazione dell'eterno decreto divino, mentre la synérgeia della Vergine è presentata come perfettamente kenotica: ella si sottomette docilmente alla volontà di Dio. Il risultato di questa cooperazione, la Maternità divina, costituisce il culmine della dignità di ogni creatura. La sua dimensione ecclesiale e cosrnica si contempla nell'icona “In Te si rallegra tutta la creazione”. L'icona “Znamenie” esprime la stessa cooperazione di Maria con Dio, che è prima di tutto la preghiera. Dopo l'Assunzione, questa cooperazione diventa eterna nella Protezione di Maria sul popolo cristiano. È sufficiente ricordare che la festa di Pokrov, il primo ottobre, era la festa nazionale prima della Rivoluzione del 1917.

Le figure dei santi

Se il pensiero russo in generale è personale, lo sarà ancor di più nell'arte che vuole riprodurre il ritmo della vita. I ricami popolari offrono una testimonianza interessante di questa preoccupazione. I fiori, gli uccelli, gli animali, vi formano un gioioso ritmo di linee. Ma non sono arabeschi, puri giochi di linee come le volute gotiche, in cui l'elemento vivente trova un posto modesto nella maestà delle linee stesse. Sui ricami slavi, sono gli esseri viventi che formano delle linee. Senza di loro, il ritmo sparirebbe.
Non si potrebbe dire la stessa cosa delle icone che rappresentano i santi? Dato che la persona umana è immagine di Dio, essa costituisce l'oggetto principale dell'iconografia. Ma lo è veramente come persona? Spesso sembra che i santi siano raffigurati piuttosto come dei “tipi” di santità. Si è giustamente notato che le icone russe sono più concrete delle greche, e tuttavia non sono affatto dei “ritratti”.
A questo proposito Florenskij fa una distinzione tra il ritratto, il volto e l'icona. Il volto riflette l'impressione superficiale che si ha della persona, al primo contatto. Nel ritratto, si tenta di riprodurre il carattere stabile del volto. L'icona mostra l'uomo come immagine di Dio, nel suo carattere divinoumano. Di conseguenza, i tratti puramente umani si indeboliscono, ma non divengono astratti. Restano appena evocati, benché concreti (i volti diabolici sono i più vuoti). Per di più, in paragone con le inunagini sacre occidentali, anche le qualità morali del santo sono meno accentuate. (3) Perché la nozione di santità, più che nel suo aspetto morale, è rappresentata dal punto di vista “ontologico”, perché essa è nell'ordine della presenza dello Spirito Santo.
Questo principio vale anche per la rappresentazione del corpo umano. La parte impulsiva tace, ma la carne umana resta, i corpi non sono affatto chimerici. E la loro forza viene da Dio. Per questo nel gesto di uccidere il drago, san Giorgio è dipinto come un uomo placato.
Gli abiti sono il prolungamento dell'elemento corporale; esprimono la relazione dell'uomo con il suo ambiente, con la sua funzione sociale. Sulle icone, essi sono normalmente pesanti, come se il santo vi fosse rinchiuso. Essi significano la loro vocazione di vescovo, di monaco, che permette di identificare il santo. Ma anche gli abiti partecipano alla spiritualizzazione, con i fili d'oro, con il movimento che esprime l'ispirazione, con il simbolismo dei colori, ecc.
In conclusione, possiamo constatare che, sulle icone, i tratti che normalmente manifestano l'individualità sono ridotti, ma l'indebolimento di questi elementi è cosciente e voluto, per mettere in rilievo ciò che costiruisce la persona cristiana per eccellenza: il suo carattere spirituale.
lconograficamente, la “spiritualità” della persona si esprime soprattutto attraverso il simbolismo della luce. Il vero artista di icone si riconosce soprattutto dall'illuminazione. Per il suo simbolismo naturale, la luce è immagine dello Spirito Santo. I pittori del barocco occidentale sapevano utilizzare questo motivo espressamente, facendo discendere la luce dall'alto sul volto dei santi. La tecnica nelle icone è diversa. Prendendo le mosse dalla verità che lo Spirito risiede nel cuore ed è come “l'anima della nostra anima”, la luce sui volti dei santi non viene dal di fuori, ma dall'interno.
Ma non è la sola luce che testimonia della presenza dello Spirito; è l'intera fisionomia del santo, il suo atteggiamento, che testimonia l'umanità divinizzata: l'altezza, lo sguardo fissato sull'eternità e soprattutto la piena coscienza della libertà interiore espressa dalla pace, dall'impassibilità, dall'apatheia che evoca.il cielo sulla terra.

La Chiesa

L'uomo è sociale. Ma la sua personalità non può perdersi nella folla. Le icone non conoscono le “folle”. Anche in un gruppo numeroso, ogni volto è particolarmente elaborato. Da dove viene allora la loro unità, la loro unione? Si tratta di una unione spirituale più che di una unione carnale. Così, nell'icona Vladimirskaja, è l'incontro di due sguardi contemplativi che unisce la Madre di Dio al Bambino, più che l'abbraccio.
Il mistero della Chiesa è presentato soprattutto da due temi iconografici: l'Ascensione del Signore e la Pentecoste. Essi esprimono due aspetti essenziali della Chiesa. Nel primo è rnppresentata l'epiclesi, l’invocazione dello Spirito Santo con l'attesa della seconda venuta del Cristo. L'icona della Pentecoste, invece, mostra la realizzazione di questa preghiera: lo Spirito scende e anche Cristo è presente in modo visibile nel cuore della comunità riunita nel suo nome.
A proposito dell'Ascensione, si parla di un “santo scambio”. Gesù come uomo sale al cielo e il cielo, sotto forma di angeli, discende sulla terra, e così nasce la Chiesa che è umano-divina. In essa, l'eros, il desiderio, si unisce all'agape, la grazia. Gli apostoli in due gruppi esprimono il carnttere complementare della Chiesa, l'aspetto attivo insieme a quello contemplativo, e, allo stesso tempo, la moltitudine dei carismi attraverso i colori diversi dei vestiti degli apostoli. Tutti sono riuniti intorno alla Theotokos, simbolo del popolo di Dio in preghiera. Tutti questi motivi sono assai in sintonia con l'escatologismo russo.


 

Nota:
3. Per esempio il viso di Luigi Gonzaga eprime la purezza, quello di Maria Maddalena la penitenza, ecc.

 

 

webmasterwww.larici.it - info@larici.it