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ICONE > Tomas Spidlik, Lo splendore delle icone russe (1)


Il gesuita padre Spidlik (nato nella repubblica Ceca nel 1919 e nominato cardinale da Giovanni Paolo II nel 2003) è considerato tra i massimi conoscitori viventi della spiritualità cristiana orientale. Nelle sue numerose opere, non emerge semplicemente il lavoro storico, ma si individua una visione teologica organica, tanto che è stato scritto: “C’è uno strano effetto in Spidlík: tanti hanno riportato alla luce cose antiche, sepolte, ma rimangono morte. In Spidlík divengono ricchezza dell’incarnazione, della trasfigurazione delle culture in Cristo nella storia della salvezza, acquistano immediatamente un messaggio teologico capace di ispirare, di orientare le persone, di assumere per loro un valore esistenziale.”


L'icona russa

L'icona occupa un posto privilegiato nella spiritualità russa. Il che non significa affatto che tutti i pittori avessero una coscienza piena della teologia delle icone così come era stata elaborata dai teologi e dai pensatori russi più recenti. Tuttavia, si può affermare che una certa concezione mistica è sempre presente nella pittura delle icone.
Sono celebri nell'XI e nel XII secolo i centri iconografici di Kiev, poi di Novgorod e di Jaroslav. Gli artisti della scuola di Vladimir e di Suzdal hanno lavorato soprattutto nel XII e nel XIII secolo, e l'icona russa ha raggiunto il suo più alto sviluppo e la sua età dell'oro alla fine del XIV e nel XV secolo, con i pittore Teofane il Greco (morto all'inizio del XV secolo) e Andrej Rublëv (morto nel 1430), Dionigi (Dionisij morto verso il 1508). La scuola di Stroganov è conosciuta nel XVI secolo per il suo atelier di icone, ma a partire dal XVII secolo (scuola di Mosca), l’antica tradizione si trasforma poco a poco in pittura popolare, mentre l’influenza occidentale penetra nella iconografia.

Una “teologia visiva”

Le diverse questioni teologiche relative all'iconografia sacra sono state trattate dagli aUtori russi contemporanei: P. Florenskij, L. Uspenskij, I. A. Il'jin, V. Weidlé, P. Evdokimov. Quest’ultimo ha dato ad uno dei suoi libri il titolo L’arte dell'icona, il cui sottotitolo è rivelatore: Teologia della bellezza. Si potrebbero rovesciare le parole e dire: “la bellezza della teologia”. In effetti, lo scopo di ogni opera d'arte è la bellezza. Ora questa, secondo la descrizione che ne abbiamo fatto, consiste nella capacità di far vedere l’uno nell’altro.. Dalla profondità e dalla grandezza di ciò che si vede nell’ “uno”, che ha la funzione di simbolo dell'altro, si giudica il carattere sublime dell'arte. Le icone sono, sì, dei simboli materiali, ma che fanno vedere ciò che è l'altro, il Theos e il Logos, la Sapienza divina (cf la Sofia di Novgorod) nell'opera della salvezza. Ora, secondo gli antichi autori spirituali, la teologia non ha altro oggetto che la contemplazione della Santa Trinità. L'occhio umano non potrebbe mai penetrare una tale profondità se Dio non si rivelasse come egli fa per mezzo di un simbolo.
Nella tradizione biblica, la Rivelazione divina è soprattutto orale, attraverso le parole umane divenute parole divine. Si può discutere l'influenza della mentalità greca “visiva” che ha costituito la mentalità “acustica” degli Ebrei; si possono apprezzare i vantaggi psicologid deO'una e dell'altra forma di rivelazione; il fatto è che gli iconografi si sono sempre più convinti che .la pittura è vera, c0me la Scrittura nei libri. Secondo questo principio, possiamo dunque applicare alle icone iò che è detto della Bibbia: le icone, come la Sacra Scrittura, esercitano una funzione “dianoetica” (esse insegnano la verità), e “dinamica” (esse sono piene di forza e comunicano la grazia).
Per ciò che riguarda l'aspetto dianoetico, si constatano sulle icone i temi tradizionali descritti nei manuali di pittura. I podlinnik russi somigliano molto alla famosa Guida di pittura del Monte Athos. Un punto nuovo molto importante è tuttavia messo in evidenza dagli autori più recenti. Il sistema deUe forme iconografiche somiglia all'enumerazione deUe formule dogmatiche: come nessuna formula dogmatica è ancora la fede vivente, allo stesso modo le forme copiate dagli altri non sono la vera pittura. L'arte, scrive Alpatov, non può essere fondata sulla sola prospettiva dogmatica, non può avere il suo punto di partenza nell'insegnamento formale. L'autore esprime questa obiezione in nome dell'estetica. Florenskij esige una intuizione spirituale per i temi che toccano una verità religiosa e descrive, nel suo modo suggestivo, la genesi intuitiva fino alla creazione di un simbolo corrispondente.
Se il pittore ha espresso la sua visione in immagine, egli lo ha fatto affinché questa “incarnazione” della sua visione potesse servire agli altri come punto di panenza per l'ascesa spirituale. Questo esige dallo spettatore uno sforzo simile a quello del pittore, ma procedendo con un movimento inverso sotto forma di una ascensione dello Spirito dalla tavola di legno fino alla visione spirituale. L'icona fa dunque certamente parte della teologia simbolica. Il simbolismo, come si può supporre, è molto sviluppato nell'arte iconografica. La lunga tradizione ha creato un certo “linguaggio”, comprensibile a coloro che vi sono abituati. La luce, le forme, i colori ricevono un senso più o meno determinato. Si comprende così molto meglio il consiglio di Uspenskij che i candidati al sacerdozio siano introdotti alla “teologia dell'icona” e che il popolo sia istruito a “leggere” queste immagini.


 

Nota:
1. In: Tomas Spidlik, L'Idea russa un’altra visione dell’uomo, Lipa, Roma 1995, pp. 336-350 (quarto paragrafo del capitolo VII intitolato Davanti al volto di Dio: la preghiera), cui si rimanda per i numerosi rimandi bibliografici introdotti dall’autore. Il libro -disponibile, oltre che in italiano, in ceco, francese, polacco, romeno e tedesco - offre agli studiosi una ricchissima bibliografia internazionale suddivisa per argomento, generale e particolare..

 

 

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