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> Santo Stefano protomartire
Venerato
da cattolici, ortodossi e copti come “santo biblico”, Stefano – nome
ellenico corrispondente all’aramaico Kelil, maschile di “corona”, cioè
incoronato – fu il primo martire della Chiesa cristiana, martire che,
come si vedrà, alcuni tendono a identificare con l’apostolo Paolo
o lo stesso Gesù Cristo.
Rivelano gli Atti degli Apostoli (cap.
6) che, per essere aiutati nel ministero, gli apostoli scelsero,
tra i discepoli, Stefano, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmenas
e Nicola di Antiochia, ai quali «imposero le mani». Questo
gesto – presente sia nell’Antico Testamento (Nm 27,18-23) che nel Nuovo
Testamento (At 13,3; 1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6) – è interpretato dalla
Chiesa come l’istituzione del diaconato, ossia la trasmissione ufficiale
di un incarico accompagnata dall’implorazione di una grazia per esercitarlo,
da compiersi con discernimento («Non aver fretta di imporre le
mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui», 1
Tm 5,22). Gli Atti parlano poi soltanto di Stefano.
Ebreo di lingua greca, dalla sapienza fuori del comune e capace di compiere
miracoli (come resuscitare sei persone, v.
sant’Agostino), Stefano fu lapidato a Gerusalemme con l’accusa di
aver bestemmiato contro Mosè e contro Dio, alla presenza, e con
l’assenso, del fariseo Saulo di Tarso (At 8,1), futuro san Paolo.
La data della morte è stata dapprima creduta di poco successiva
alla risurrezione di Cristo, poi essa è slittata dopo la Pentecoste
poiché gli apostoli già predicavano. Ora si tende a credere
che sia avvenuta nell’anno 36 (nel periodo tra Pasqua e Pentecoste),
perché Stefano fu lapidato e non crocifisso come usavano i Romani,
cosa che poté succedere soltanto quando, deposto Ponzio Pilato
nel 36, comandava il Sinedrio, il supremo organo politico, religioso
e giudiziario degli Ebrei che non aveva la facoltà di condannare
a morte senza il consenso dei Romani. Tuttavia, per Stefano, il Sinedrio
non arrivò alla sentenza, perché gli astanti «lo
trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo»
(At 7,58) senza che qualcuno lo impedisse. Va considerato, però,
che forse gli Ebrei credettero di mettere in pratica le parole di Mosè:
«Conduci quel bestemmiatore fuori dell’accampamento; quanti lo
hanno udito posino le mani sul suo capo e tutta la comunità lo
lapiderà» (Lv 24,14), per cui non decade la prima ipotesi
che colloca la lapidazione nell’anno 33 o 34.
L’arringa difensiva di Stefano è interamente riportata negli
Atti (cap. 7) e l’autore,
l’evangelista Luca, la prese sicuramente da altre fonti, sia perché
essa non è in gran parte pertinente alle accuse ma vi è
compiuta una rilettura cristologica dell’Antico Testamento, sia perché
la parlata di Stefano è «infiorata di aramaismi assolutamente
non imputabili a Luca e costruita differentemente dalle regole della
retorica greca e con locuzioni estranee all’evangelista» (C. Zedda).
Forse la fonte fu il fariseo Gamaliele, dottore della legge (At 5,34)
e maestro di san Paolo (At 22,3), che, come membro del Sinedrio, assistette
ai processi subiti da Gesù Cristo e dagli apostoli. E infatti
il processo a Stefano assomiglia a molto a quello subito da Gesù,
cosa che se da una parte mostra l’intenzione di evidenziare la continuità
tra Cristo e il suo discepolo, dall’altra ha fatto sorgere le prime
perplessità sull’identità di Stefano.
Stefano “morì” o “si addormentò”, secondo le diverse traduzioni
della Bibbia, verbi, questi, che nel linguaggio degli antichi cristiani
erano considerati sinonimi, in quanto si credeva nella provvisorietà
della morte e nella risurrezione. Il luogo della lapidazione è
ignoto; si suppone che fosse in una zona pietrosa a nord di Gerusalemme,
lontana dal controllo della guarnizione romana che avrebbe impedito
l’esecuzione. Una tradizione – seguita dalla Chiesa orientale – vuole
che alla lapidazione assistettero, da lontano e in preghiera, la Vergine
e san Giovanni il Teologo.
Il corpo di Stefano fu abbandonato agli animali selvatici, ma alcune
anime pie lo seppellirono (At 8,2). Su chi fossero queste persone ci
sono tre tradizioni: quella ufficiale segue il resoconto del prete Luciano
(spiegato qui sotto) e indica il dotto Gamaliele; una seconda vi aggiunge
la presenza dell’apostolo Barnaba accanto a Gamaliele, forse sottintendendo
che nessun apostolo difese pubblicamente Stefano (come fu per Gesù);
una terza dice che fu Ponzio Pilato, convertitosi dopo il processo a
Cristo, a seppellirlo nella tomba di famiglia, da cui in seguito gli
angeli lo rimossero.
Dopo la morte, sia perché iniziò una serie di violente
persecuzioni contro i cristiani, sia perché il culto delle reliquie
si diffuse più di un secolo dopo, il corpo del martire fu dimenticato
fino al 415, all’epoca dell’imperatore romano d’Occidente Onorio.
Ai primi di dicembre del 415 (ma nella lunga trattazione di Jacopo
da Varazze è scritto 417), Luciano, un prete di Kefar-Gamala,
a nord di Gerusalemme, sognò il vecchio Gamaliele che gli indicava
il luogo ove erano sepolti lui stesso e tre suoi santi compagni: il
protomartire Stefano, Nicodemo suo discepolo e Abiba (o Abibo) suo figlio.
Luciano scrisse una relazione sul ritrovamento (o “invenzione”, dal
latino inventio, trovare) dei corpi in lingua greca, che fu
subito tradotta in latino da Avito di Braga (ma alcune versioni dicono
che fu Avito a sognare Gamaliele) e contemporaneamente riversata in
siriaco e in copto.
Scoperto il corpo del martire, la terra tremò, un soavissimo
odore si sparse e una settantina di infermi guarirono immediatamente.
Le ossa di Stefano, tranne una piccola parte lasciata a Luciano, furono
trasportate solennemente a Gerusalemme nella chiesa di Sion, il 26 dicembre
415 (data già dedicata al santo nel Martirologio siriaco), dal
vescovo della città santa Giovenale e dai vescovi Eutonio di
Sebaste e Eleuterio di Gerico. Sant’Agostino
informa che alcune ossa furono trasferite in Africa, tra i fedeli di
Menorca e di Uzala, e che successivamente le reliquie di Gerusalemme
furono portate a Costantinopoli (prima traslazione) nel 428. Una seconda
traslazione condusse le reliquie a Roma, come accenna Jacopo
da Varazze.
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